EXAGERE RIVISTA - Marzo - Aprile 2024, n. 3-4 anno IX - ISSN 2531-7334

Fratelli e sorelle: un legame che continua oltre la morte.

di Gianfranco Brevetto

Essere fratelli e sorelle, un legame ancora poco esplorato. Dato per scontato, con tutti i luoghi comuni che ne conseguono, si tratta, tuttavia, di un rapporto tra i più solidi e duraturi che sopravvivono anche alla morte dei genitori.

Rita D’Amico, psicoterapeuta e ricercatrice presso l’Istituto di scienze e tecnologia della cognizione del Cnr, ce ne parla nel suo volume, edito da Il Mulino, Sorelle e fratelli, crescere insieme: uguali ma diversi.

Inizierei proprio dalla longevità di questa relazione. Lei scrive che durano più dei matrimoni, sopravvivono alla morte dei genitori e a litigi che avrebbero compromesso qualsiasi rapporto. Perché si tratta di un legame così solido?

-I legami affettivi con le nostre sorelle e i nostri fratelli hanno radici che risalgono alla nascita e possono continuare anche dopo la morte. Alcune ricerche hanno studiato il ruolo dei fratelli più grandi come figure di attaccamento nei primi anni di vita e hanno mostrato che essi possono servire come una base sicura, facilitando le attività esplorative dei più piccoli e fornendo conforto quando la madre o la figura principale di attaccamento e di cura non è disponibile. Nelle ricerche di Judith Dunn, le madri hanno affermato che i bambini piccoli sentono la mancanza del fratello più grande quando questi è assente, e tornano a essere felici quando ritorna. Per alcuni questa fonte di sicurezza può essere indicativa di un vero e proprio legame di attaccamento, un legame che può instaurarsi anche tra un bambino di 1 anno e uno di 4 anni. Ovviamente, non tutte le relazioni fraterne sono caratterizzate dall’attaccamento, ma il contatto, la compagnia e i sentimenti di intimità sono senza dubbio alcune delle dimensioni chiave di questi rapporti e possono essere presenti dall’infanzia fino alla vecchiaia. È importante precisare, però, che più il rapporto è stato positivo nell’infanzia, più ci accompagnerà per tutta la nostra vita, anche se in generale, la sua caratteristica è la flessibilità. Tutti i nostri rapporti si evolvono nel tempo, ma il ruolo che fratelli e sorelle svolgono nelle nostre reti relazionali è rinegoziato alla luce delle mutevoli circostanze che si verificano nelle rispettive fasi della vita. Nell’infanzia, avere un fratello vuol dire avere un compagno di giochi, qualcuno da trascinare nel divertimento o da ammirare, oppure qualcuno con cui allearsi contro i pericoli del mondo esterno. Certo, il legame in questo periodo si caratterizza per una forte ambivalenza emotiva: a volte le interazioni sono affettuose e piene di calore, altre volte sono conflittuali, con forti litigi per il possesso di oggetti e rivalità per l’attenzione dei genitori, ma già nella tarda adolescenza i conflitti si affievoliscono, e quegli intrusi, quegli avversari, che pensavamo avessero sottratto tutto l’amore dei nostri, genitori potranno anche diventare degli amici. Nella transizione dall’adolescenza alla vita adulta, ci concentriamo più su noi stessi che sulla famiglia di origine, ma i comportamenti di attaccamento pur modificandosi, non scompaiono, tanto è vero che molti di noi si sentono particolarmente vicini affettivamente ai loro fratelli. Ad esempio, nel periodo doloroso che fa seguito alla morte di un coniuge, avere un fratello o una sorella vuol dire avere una base sicura da cui riprendere la propria vita dopo il lutto. Quando siamo anziani, poi, i legami di attaccamento sono più intensi quando siamo vedovi, oppure sposati ma senza figli, oppure single, e più l’età avanza, più aumenta la probabilità di vedere i nostri fratelli come una fonte primaria reciproca di sostegno in generale. Visto che oggi si vive più a lungo, possiamo subire perdite dovute alla morte, al trasferimento geografico e al divorzio, e rimanere sempre più soli, ma grazie alle relazioni fraterne, possiamo affrontare molto meglio la solitudine. Ovviamente, ciò si verifica quando il rapporto è qualitativamente buono: gli scambi di aiuto hanno infatti una componente volontaria, e non guidata dal senso del dovere. Ed è proprio per questo che sorelle e fratelli possono trarre dal loro rapporto un senso di soddisfazione e benessere anche in questo periodo della vita.

– Eppure, a volte, figli cresciuti per anni nella stessa casa con situazioni culturali e ambientali uguali, risultano poi così diversi. Si tratta di un enigma, come lei dice, molto appassionante. Perché si è uguali ma diversi?

-Secondo numerosi studi nell’ambito della genetica, circa il 50% delle somiglianze tra fratelli e sorelle su alcune delle dimensioni della personalità possono essere spiegate dal patrimonio genetico che proviene dai genitori. Inoltre, somiglianze nel comportamento possono essere spiegate dall’imitazione e dalla reciproca influenza, derivante dal vivere a stretto contatto, sia in casa che fuori, poiché si tende a trascorrere molto tempo libero insieme. A volte i fratelli o le sorelle più grandi possono fungere da modelli da seguire, soprattutto quando la relazione è positiva e affettuosa, e non c’è una grande differenza di età.

Nello stesso tempo, però, si è diversi perché non si condividono tutti i geni. Tuttavia, questo non è l’unico fattore responsabile. Ugualmente importante è l’ambiente non condiviso, vale a dire qualsiasi esperienza diversa fatta effettivamente nell’ambiente in cui si vive (fuori o dentro la famiglia) o che si percepisce in modi diversi, e che possono riguardare le interazioni con i genitori, gli amici e i fratelli e gli eventi in cui casualmente ci si viene a trovare. In altre parole, i fattori importanti sono le diverse interpretazioni che i figli danno degli stessi eventi che condividono, così come i diversi modi in cui altre persone – genitori, fratelli, insegnanti – li percepiscono e agiscono nei loro confronti. A questo proposito, pensiamo ad esempio al diverso trattamento che a volte i figli e le figlie ricevono dai genitori. Essi operano spesso dei confronti tra loro, percepiscono delle differenze e li trattano diversamente. Senza rendersene conto, li inseriscono in categorie comparative, definendo un figlio come ordinato, paziente e affettuoso e l’altro come sbadato, disordinato e indifferente. Inoltre, essi rinforzano proprio quei comportamenti che fanno parte di queste categorie, e così facendo, da una parte, si convincono ancora di più che i figli e le figlie sono diversi, dall’altra, grazie o a causa di un meccanismo che gli psicologi Robert Rosenthal e Lenore Jacobson hanno chiamato profezia che si auto-avvera, i figli si comportano secondo le aspettative dei genitori. 

Le etichette poste dai genitori, tuttavia, possono non corrispondere a ciò che i figli sentono di essere, anche se spesso è difficile per loro capire come sono in realtà. In ogni caso, definire un sé specifico e separato, diverso da quello dei propri fratelli, sembra essere uno degli scopi che ciascun figlio si pone, sia consapevolmente sia inconsapevolmente. E per raggiungerlo, sviluppa caratteristiche distinte e s’impegna in attività e comportamenti diversi al fine di stabilire la propria identità unica all’interno della famiglia, occupando un proprio posto o una nicchia che consenta non solo di ottenere l’affetto e l’attenzione dei genitori, ma anche di ridurre il confronto con sorelle e fratelli e la rivalità che ne può conseguire. Secondo Helgola Ross e Joel Milgram esistono tre tipi di rivalità tra fratelli adulti: quella più semplice, che comporta risentimento verso un fratello percepito come più capace in ambiti specifici; la rivalità reciproca, in cui ognuno ha non solo determinate capacità, ma anche fragilità, e si risente per le capacità dell’altro; infine, la rivalità legata al genere, in cui i privilegi garantiti per il semplice fatto di essere maschio o femmina, sono motivo di rabbia e risentimento per chi invece non li ha. La rivalità tra fratelli, comunque, può causare difficoltà e sofferenze e può seguirci nella vita adulta, ma può diventare anche secondaria rispetto ai forti legami affettivi che caratterizzano le relazioni fraterne e che spesso permangono nel tempo. 

– Per chiunque abbia una sorella o un fratello, prima o poi, si pone naturalmente il dilemma di chi sia il figlio prediletto dai genitori. Spesso si tratta di semplici necessità di conferme affettive ma, altre volte, può corrispondere a reali propensioni da parte di uno o entrambi i genitori. Perché può esistere questo problema e come si risolve, se si risolve, nel corso dell’esistenza?

-Innanzitutto vorrei precisare che c’è discordanza nelle percezioni di genitori e figli e tra figli stessi: da una parte i figli rimproverano ai genitori di avere delle preferenze; dall’altra i genitori reagiscono con sorpresa, data la loro tendenza a pensare di essere equi e a vedere le relazioni in famiglia più armoniche di quanto siano in realtà. I fratelli, poi, quasi mai sono d’accordo tra loro nel giudicare con esattezza chi è il preferito e chi non lo è. Non sorprende, quindi, che gli scienziati abbiano trovato molto avvincente comprendere se e quando i genitori trattano i figli in modo diverso. I risultati di numerosi studi hanno mostrato che mediamente, in un terzo o due terzi delle famiglie, i genitori favoriscono almeno uno, se non più di uno dei loro figli a seconda del numero della prole, in almeno un ambito: l’affetto e le attenzioni ricevute, gli apprezzamenti o, al contrario, le critiche, il tempo trascorso insieme, i compiti o le faccende da svolgere in casa, la disciplina e i privilegi, come ad esempio andare a casa degli amici, dormire da loro, fare tardi quando si esce, ottenere più giocattoli, o uscire con il motorino. 

Certo, spesso è necessario e appropriato che i genitori trattino i figli in modo diverso per via delle differenze di età, dei livelli di maturità e dei rispettivi bisogni. Ed è molto probabile che le differenze individuali nel temperamento, adattamento e altre caratteristiche di ogni fratello giochino una parte importante nel suscitare risposte diverse dai genitori e nell’influenzare il modo in cui i figli le percepiscono. Tuttavia, a volte i genitori hanno delle preferenze che non tengono conto di questi fattori, ma che originano da diverse motivazioni. Ad esempio, la tradizionale tendenza a privilegiare i figli maschi, diffusa per tanto tempo, e presente ancora oggi in alcune culture, risponde a una logica evoluzionistica, che concede ai figli maschi, ma non alle femmine, il diritto di conservare il cognome acquisito alla nascita anche dopo il matrimonio e di trasferirlo ai figli, contribuendo così alla sopravvivenza della discendenza. Anche la propensione a preferire un figlio o una figlia più somigliante a sé stessi risponde all’esigenza di contribuire alla sopravvivenza della discendenza, perché la somiglianza è di solito interpretata dai genitori come un segnale di parentela. A volte però, proprio la percepita somiglianza a uno dei figli può indurre un padre a trattarlo peggio degli altri. Può succedere, infatti, che alcune caratteristiche di un figlio, che un genitore riconosce come sue, ma che non accetta in sé, lo inducono non solo a trascurarlo, ma anche a trasferire su di lui il giudizio negativo che ha di sé e la rabbia che prova verso sé stesso.  Si tratta di genitori che hanno fatto esperienze negative nell’infanzia e con una grande fragilità che non sono in grado di affrontare diversamente, perché non hanno ricevuto la comprensione e l’aiuto che meritavano, come ho spiegato ampiamente nel libro. Anche nelle famiglie in cui uno dei figli è malato, oppure ha dei problemi cognitivi, i genitori riversano le proprie attenzioni su di lui, trascurando gli altri. Il diverso trattamento, se ripetuto nel tempo, può avere delle conseguenze positive sul figlio preferito e negative su quello trascurato. Per questo è importante che i genitori cerchino di prevenire queste conseguenze, e nel volume ho riportato alcuni passi necessari per raggiungere questo obiettivo. 

Tra l’altro, i genitori possono continuare ad avere delle preferenze anche quando i figli sono adulti, e allora sta a questi ultimi reagire in modo tale da superare il problema.

– Come lei mette in evidenza vi può essere anche un lato oscuro di questa relazione, violenza fisica, psicologica, sessuale. Si tratta di situazioni che si manifestano di frequente e come si caratterizzano?

-Negli ultimi decenni, l’aumentato interesse per le relazioni fraterne in ambito psicologico e sociologico ha fatto emergere un aspetto a lungo trascurato perché sottovalutato da tutti, vale a dire la violenza. Eppure, essa può avere notevoli conseguenze negative sulla salute mentale della vittima. Dalle testimonianze rilasciate da adulti con disturbi clinici è emerso che spesso hanno avuto rapporti negativi con i fratelli. In realtà, spesso le relazioni fraterne possono divenire sia l’arena per un’accesa aggressività fisica e psicologica, sia l’ambito entro cui si verificano episodi di violenza sessuale di gravità diversa. Per i ricercatori non è stato facile stabilire un confine tra ciò che costituisce una “normale” interazione tra fratelli basata sulla rivalità e sul conflitto e un comportamento violento. Fino a qualche tempo fa, anche le definizioni in ambito legale contribuivano a tale confusione, dal momento che non esistevano delle leggi specifiche per proteggere bambini e adolescenti dalla violenza dei loro fratelli.

La diffusione di questo fenomeno, emersa nell’indagine pioniera di Strauss, Gelles e Steinmetz, realizzata nel 1980, sulla violenza in famiglia, ha destato inizialmente un’enorme sorpresa. Da allora e per lungo tempo soprattutto la violenza fisica è stata oggetto di numerose ricerche che hanno messo in luce la sua sconcertante diffusione. Ciò non sorprende se pensiamo che essa è molto più evidente della violenza psicologica e, portata all’estremo, può anche portare all’omicidio, ma questi episodi estremi si verificano soprattutto tra le persone adulte. Più diffusi tra i minori sono comportamenti intenzionali volti a danneggiare fisicamente l’altro e che comprendono: schiaffeggiare, mordere, picchiare, prendere a calci, usare un coltello, una spazzola per capelli, forbici, cinture, lame di rasoio per infliggere dolore, ma anche spingere un cuscino sul viso della vittima, tanto da farle perdere quasi il respiro. Un’indagine nazionale sull’esposizione dei bambini alla violenza realizzata tra il 2013 e il 2014 negli Stati Uniti ha trovato che circa il 22% del campione è stato maltrattato fisicamente da un fratello. In Italia, purtroppo, non abbiamo dati disponibili su questo tipo di maltrattamento. Ciononostante, viene da chiedersi, perché tanta violenza. 

Una delle spiegazioni vede come cruciale l’apprendimento attraverso l’esposizione a forme di comportamento violenti messi in atto in famiglia, nei programmi trasmessi in TV e su Internet e alla loro imitazione. Spesso, però, l’imitazione dei modelli violenti non è sufficiente a suscitare aggressioni fisiche tra fratelli volti a danneggiare l’altro: a dare la stura sono l’invidia e la rabbia provata verso un fratello o una sorella prediletti dai genitori. L’aggressione diventa così un mezzo per difendere l’autostima ferita, affermando la propria superiorità, anche se, ahimè, solo fisica.  Purtroppo, anche i figli preferiti possono usare la violenza per difendere il proprio ruolo privilegiato acquisito in famiglia. Un ruolo importante nel favorire la persistenza di questi comportamenti è svolto dai genitori. In definitiva, la violenza fisica è l’esito di numerosi fattori che interagiscono tra loro. Essa spesso si associa ed è preceduta da quella psicologica, ed è vissuta dall’aggressore come una sorta di punizione per la vittima che ha tentato di protestare o che ha rivelato ai genitori l’accaduto.

A dire il vero, la forma più difficile da definire è la violenza psicologica, anche perché è quella meno apparente e più subdola, ma non per questo meno negativa e, tra l’altro è anche quella più diffusa. Secondo molti studiosi, la distinzione tra i comportamenti abusanti e quelli normali implica sia la costanza che l’intensità. Di conseguenza, se è vero che i fratelli e le sorelle s’insultano a vicenda e che, sulla base di qualche caratteristica fisica di ciascuno, si prendono in giro frequentemente, è altrettanto vero che quando il semplice canzonare si associa all’intimidazione e all’umiliazione, e questi comportamenti diventano costanti nel tempo, allora si può parlare di violenza psicologica. Esempi includono comportamenti come ridicolizzare, che comporta sia azioni che parole che esprimono disprezzo e umiliazione, che impoveriscono o sviliscono il valore personale della vittima; rifiutare, isolare e terrorizzare, ignorare e corrompere, sfruttare e negare l’accettazione emotiva, nonché disprezzare, intimidire, provocare, prendere in giro, distruggere oggetti personali e animali domestici. Il fratello che è capace di aumentare la paura nell’altro, ottiene il controllo della relazione grazie alla riduzione dell’autostima nell’altro. Con il tempo, se è sempre uno dei membri della relazione ad abusare psicologicamente l’altro, si vengono a creare i ruoli stabili di vittima e carnefice, con conseguenze molto negative sulla vittima. La violenza psicologica può avere conseguenze più gravi di quella fisica, soprattutto quando i genitori non se ne rendono conto e quindi perdura nel tempo, nonostante i tentativi dei figli di allontanarsi dal fratello violento. Tali conseguenze dipendono dall’età della vittima al momento in cui gli episodi si verificano e dalla stima di sé, oltre che dalla facilità con cui essa accetta e fa propri i messaggi violenti del fratello, che diventano così una sorta di profezia che si auto-avvera. Va precisato, tuttavia, che lo scarso interesse iniziale per la violenza psicologica tra fratelli e il dibattito sulla sua corretta definizione e rilevazione hanno ritardato la sua indagine sistematica. Di conseguenza, non abbiamo molti dati a disposizione sulla sua diffusione. Ciononostante, la riflessione e l’osservazione clinica hanno portato a ipotizzare che la violenza psicologica possa comportare alcuni ritardi nello sviluppo cognitivo e affettivo, disordini della condotta, nonché tentati suicidi. Inoltre, sia la vittima sia l’abusante presentano scarsi livelli di autostima da adulti. In più, il fratello maltrattato può presentare anche la tendenza a ripetere il ruolo di vittima in altre relazioni, diventare particolarmente suscettibile alle critiche altrui e provare una rabbia generalizzata verso gli altri. Infine, la violenza psicologica si accompagna frequentemente alla violenza sessuale.

-Quest’ultima forma di violenza è la più sottovalutata dai genitori. Come mai? 

-I motivi sono tanti: la mancata scoperta dell’abuso da parte dei genitori; la credenza errata, secondo cui la maggior parte dei comportamenti sessuali, attuati tra fratelli, fanno parte di un ambiente di gioco e di esplorazione voluti da entrambi e, in ultimo, la tendenza ad accettare la violenza tra fratelli come una normale caratteristica della vita familiare. Queste convinzioni impediscono ai genitori di riconoscere la gravità dei comportamenti e diminuiscono le possibilità che essi denuncino l’abuso alle autorità, privando in questo modo le vittime di un’assistenza e di un intervento psicologico adeguato. Inoltre, Secondo John Caffaro, tra le forme di violenza in famiglia, quella sessuale perpetrata da un fratello è il segreto che più difficilmente è confidato a qualcuno. Di conseguenza, è estremamente difficile stabilirne la diffusione, per via della sua natura nascosta, dello stigma che comporta e della tendenza al silenzio delle vittime, che deriva da numerosi fattori. Esse hanno paura di non essere credute e di essere punite dai genitori, oppure hanno paura del fratello, o non ne parlano perché non capiscono la gravità di quello che sta succedendo, non vogliono mettere nei guai il fratello, non vogliono turbare i loro genitori o semplicemente non vogliono che nessuno lo sappia a causa del pregiudizio diffuso nella nostra cultura secondo cui la vittima di una violenza sessuale, sia essa perpetrata dal partner, dal padre o da un fratello, è consenziente. Nell’insieme, tutti questi fattori hanno fatto sì che la violenza sessuale tra fratelli sia stata sottovalutata a lungo dai ricercatori, almeno fino a quando non sono stati pubblicati i risultati della ricerca di Strauss e collaboratori. Eppure, essa è molto più diffusa di quanto si tende a credere. In Italia, informazioni più dettagliate e più recenti si ottengono dal Dossier pedofilia e abusi sessuali su minori di Telefono Azzurro, un documento che raccoglie i dati e le cifre sull’evoluzione degli abusi sessuali sui minori in generale. Nell’intero 2018 sono state gestite 124 segnalazioni e richieste d’intervento riguardanti l’abuso sessuale, di questi il 2.6% fa riferimento ai fratelli, mentre il 17.9% ai genitori. Nel 2020, su 74 casi la percentuale è 2.7, mentre quella dei genitori raggiunge il 46.8.

Mentre in genere è relativamente facile stabilire quando il contatto sessuale tra un adulto e un bambino è un abuso, il concetto di violenza sessuale tra fratelli e sorelle è più confuso e ambiguo, rendendo così molto più complicato per i professionisti della salute stabilire quando un comportamento è “normale” oppure no e poter offrire una risposta adeguata. Recentemente, la definizione va oltre i rapporti sessuali completi e implica, “atti sessuali iniziati da un fratello su un altro, senza il consenso di quest’ultimo, ma esercitati con la forza e la coercizione, o in presenza di una differenza di potere tra i fratelli” (Carlson, 2011, pp. 77). In particolare, essa comprende i contatti che includono: toccare, accarezzare, masturbare, avere approcci inappropriati, avere sesso orale e anale. Anche in questo caso, le cause di questi comportamenti sono numerose e spesso intrecciate tra loro. Le ricerche che hanno messo a confronto le figlie abusate dai genitori con le sorelle abusate dai fratelli hanno rivelato che non ci sono differenze nella gravità delle conseguenze negative. Esse riguardano depressione, problemi di droga o alcool, disordini alimentari, desideri di suicidio, promiscuità sessuale, incubi notturni. Frequentemente, poi la vittima perde il desiderio di sposarsi e talvolta evita proprio di farlo, mostra sfiducia negli altri, difficoltà nei comportamenti sessuali, pensieri ricorrenti riguardanti l’incesto, auto- colpevolizzazioni e riproposizione del ruolo di vittima in altre situazioni. Inoltre, nel volume mi sono soffermata sia sulle caratteristiche della vittima e dell’autore, sia sui fattori di rischio che possono aumentare la probabilità che la violenza si verifichi.

Concludendo, possiamo dire che la violenza tra fratelli è una forma di violenza familiare la cui diffusione è nota da tempo, ma che ha suscitato scarsa attenzione da parte dei ricercatori e dei professionisti della salute. Ciò ha senz’altro limitato sia la comprensione della complessità dell’abuso fisico, psicologico e sessuale, sia la realizzazione di interventi più efficaci. Questi devono riguardare non solo la vittima, ma anche l’autore e la famiglia, perché il figlio o la figlia che hanno fatto del male a un fratello o a una sorella è la punta di un icesberg o meglio è l’espressione di gravi problemi all’interno del nucleo familiare. Il problema è inquietante e non può essere assolutamente trascurato dalla società in generale, anzi, l’educazione della comunità sui fattori di rischio per l’abuso tra fratelli dovrebbe essere il primo passo da compiere in qualsiasi campagna di prevenzione. Purtroppo, però, programmi specifici sono stati messi in atto molto raramente. La violenza tra fratelli riguarda una percentuale di minori di tutte le età, per questo sarebbe utile inserire la sua prevenzione in altre iniziative volte a evitare la violenza in famiglia.


Rita D’Amico

Sorelle e fratelli

Crescere insieme: uguali ma diversi

Il Mulino, 2023

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