EXAGERE RIVISTA - Settembre-Ottobre 2021, n. 9-10 anno VI - ISSN 2531-7334

Giovanni Gentile – La pedagogia e la didattica come sviluppo dell’attualismo

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E fu una gran festa nel mio spirito il giorno, che Ella ci parlò di certa mente non mia, né tua, né di Tizio, né di Caio, né di alcun altro individuo particolare, ma pur mente di tutti, e però mia, tua, di Tizio, di Caio e di ogni individuo, e ci fece vedere o cominciare a vedere che potenza meravigliosa, che forza onnipotente, che energia divina fosse insita in cotesta mente.  (Gentile–D. Jaja, Carteggio)         

 

di Gianfranco Giudice –

Perché occuparsi oggi di Giovanni Gentile? Perché il filosofo siciliano, nato in provincia di Trapani, a Castelvetrano, il 29 maggio 1875;  è uno dei massimi pensatori della prima metà del XX secolo, un filosofo europeo in sintonia con le principali tendenze filosofiche del primo Novecento[1]. La sua totale compromissione col fascismo, non separabile dal nucleo teoretico della filosofia attualista, proprio in virtù della inseparabilità di teoria e prassi concepita da Gentile, non può tuttavia impedire il confronto con quello che possiamo definire davvero totus philosophus, perché in Gentile si è espressa realmente la potenza della speculazione filosofica, intesa come ricerca del fondamento e dell’inizio, ovvero ricerca del principio unificatore di tutto il reale. Questa è da sempre la vocazione e la missione della filosofia, e tale deve rimanere anche oggi se la filosofia vuole restare se stessa. In questo senso Gentile è stato un grande metafisico, ovvero un grande filosofo, come con forza ha sottolineato uno dei suoi principali allievi, Ugo Spirito, le cui parole esprimono  la sostanza profonda e l’ispirazione che hanno mosso il filosofo siciliano, mi sembrano il modo migliore per inquadrare subito la sua personalità e il suo orizzonte teoretico.

Il discorso di Gentile è tutto metafisico in quanto tutto ispirato alla necessità di ricondurre la molteplicità all’unità. Ragionare, pensare, significa per lui portare all’unità. Non si può pensare la parte senza pensare il tutto: non si può pensare il due senza pensare l’uno. L’archè è l’inizio e la fine del pensiero. Di qui la simpatia di Gentile per i filosofi da lui considerati i più grandi, Plotino, Spinoza, Bruno, Vico, Kant e Hegel. Filosofare significa concepire l’uno, l’assoluto, il tutto, il principio metafisico. Il discorso che non tende all’uno è il discorso inconcludente, il discorso che origina la torre di Babele. Per intenderci e per comunicare dobbiamo unificare il nostro dire. Un parlare che non sia metafisico è un parlare senza senso. Gentile ci ha insegnato che il vero non sense, su cui amano ironizzare gli anglosassoni, è il discorso antimetafisico. Chi dà senso al proprio discorso è sempre necessariamente uno che pensa metafisicamente.

E’ chiaro allora che il problema metafisico non può non informare di sé ogni problema, colorire tutta la vita dell’uomo, identificarsi con la vita stessa del pensiero. Chi non è metafisico non è uomo. Questo è il significato più profondo di una concezione della realtà come spirito o come filosofia.

Naturalmente, una volta impostata in tali termini la questione, il discorso sull’uno è destinato a esplicitarsi, articolandosi in sistema e diventando la Teoria dello spirito come atto puro: il sistema metafisico di Gentile. Ma bisogna saper distinguere in Gentile la domanda metafisica dalla risposta. Perché se la risposta è il sistema che si può seguire o non seguire, la domanda, invece, trascende il suo come qualunque altro sistema e denota soltanto la metafisicità del discorso umano[2].

L’adesione di Gentile al fascismo suscita da sempre domande ed interrogativi. Si può affermare che due siano gli elementi importanti per comprendere la fedeltà ai principi fascisti del filosofo siciliano, fedeltà a cui non venne peraltro mai meno. Il primo è il tema della riforma della scuola, il suo chiodo fisso, ciò per cui si batteva da sempre, perché vedeva nella riforma scolastica una conseguenza necessaria della riforma del pensiero nel senso dell’attualismo. In tal senso Gentile vide ad un certo punto nel fascismo la possibilità concreta di realizzare la riforma tanto sognata, e questa fu senza dubbio una spinta decisiva per impegnarsi direttamente sul terreno politico[3]. Il filosofo diventava infatti Ministro dell’Istruzione tre giorni dopo la marcia su Roma, il 31 ottobre 1922, nel primo Governo formato da Mussolini, e ricoprì questo ruolo fino al giugno 1924. Il 25 novembre alla Camera, e il 29 al Senato, veniva approvata la “Delegazione di pieni poteri al Governo del Re per il riordinamento del sistema tributario e della pubblica amministrazione”, e sulla base di tale legge delega, il Ministro, con una serie di Regi decreti, dava attuazione a quella riforma della scuola che Mussolini definì “la più fascista delle riforme”, e per cui si batteva da anni, perché il terreno pedagogico e didattico rappresentavano per il filosofo lo sviluppo necessario dell’attualismo.

Per comprendere il coinvolgimento di Gentile nel governo Mussolini, dobbiamo considerare che il fascismo appariva al filosofo siciliano la realizzazione sul piano della prassi del suo orizzonte teorico, a partire dal presupposto che per il filosofo siciliano pensiero e azione erano due facce del medesimo atto spirituale, che a sua volta costituiva tutta la realtà. Come hanno dimostrato ampiamente gli studi di Del Noce, sarebbe del tutto vano e ozioso cercare di separare il pensiero gentiliano dalla sua prassi politica, e dunque dal suo essere fascista. Se infatti dall’attualismo non segue necessariamente il fascismo, perché altri esiti sono possibili e nei fatti si verificarono tra gli allievi di Gentile[4]; resta fuori discussione che, “se fascismo vuol dire credere nella funzione cosmico – storica della personalità di Mussolini, nessuno fu fascista come Gentile”[5].

Nel fascismo Gentile vedeva il vero compimento del liberalismo, e questo a partire dalla centralità dello Stato posta dal fascismo, perché la vera libertà per il filosofo riguardava non l’individuo isolato come un atomo, bensì l’organismo statuale.

Il filosofo, in quanto principale ideologo del fascismo, si fece promotore del Manifesto degli intellettuali fascisti pubblicato il 21 aprile 1925. Questo scritto porterà alla rottura definitiva e completa con Croce, che invece si farà promotore pochi giorni dopo del Manifesto degli intellettuali antifascisti. L’atteggiamento crociano nei confronti del fascismo andava lentamente mutando a partire dall’iniziale sostegno. Proprio la graduale presa di distanza di Croce dal regime fu all’ori­gine della rottura definitiva che si consu­mò nel ‘24 con Gentile.

Il filosofo era oramai, oltre che un teorico, un infaticabile organizzatore nel campo della cultura. In questo ambito la sua opera più rilevante è stata senza dubbio la direzione, dal 1925 al 1944, dell’Enciclopedia italiana. L’Enciclopedia fu realizzata da Gentile con l’aiuto finanziario e organizzativo dell’industriale lombardo Giovanni Treccani, e con la collaborazione dei più importanti uomini di cultura italiani che Gentile chiamò anche tra coloro che, come i professori universitari Gaetano De Sanctis e Giorgio Levi della Vida, avevano rifiutato di giurare fedeltà al fascismo dopo l’entrata in vigore del giuramento obbligatorio nel 1931. L’apertura di Gentile si mantenne anche dopo il varo delle leggi razziali del 1938, emanate dal regime fascista alleato della Germania nazista e avallate da Vittorio Emanuele III. Gentile dimostrò dunque, nonostante la sua totale e convinta adesione al fascismo, di essere ancora consapevole, pur fra terribili contraddizioni, che senza libertà non poteva esistere sviluppo del pensiero. Per queste ragioni aiutò molti amici intellettuali di origine ebraica a mettersi in salvo all’estero. Ricordiamo in particolare Paul Oskar Kristeller e Rodolfo Mondolfo. Resta il fatto che il silenzio di Gentile nei confronti delle leggi razziali fu un silenzio colpevole, che nei fatti avallò la scelta del regime, e questo risultava ancora più grave, dal momento che la filosofia attualista era radicalmente incompatibile con ogni forma di naturalismo e di razzismo. Tutto ciò ripropone la questione del fascismo di Gentile, come un a priori mai messo in discussione dal filosofo, anche di fronte ad una contraddizione enorme come quella tra le leggi razziste del ’38 e il suo pensiero filosofico. In questo senso preciso crediamo si possa parlare per Gentile di filosofia come ideologia, ovvero giustificazione a posteriori di una realtà ( nel nostro caso il fascismo), accettata come un dato indiscutibile.

Gentile, come abbiamo detto, aderirà alla Repubblica sociale italiana costituita da Mussolini nel settembre del ’43 per volontà dei tedeschi, che, sotto la copertura del neonato fascismo repubblicano, pensavano di poter meglio controllare i territori italiani sottoposti ad un durissimo regime di occupazione. Carlo Alberto Biggini, ministro dell’Educazione Nazionale nella R.S.I., intendeva ricostituire l’Accademia d’Italia che da Roma si era trasferita a Firenze a palazzo Serristori, e propose a Gentile di assumerne la presidenza. Questi era molto dubbioso, ma, dopo un colloquio con Mussolini a Salò il 17 novembre, a seguito del quale riferì a Biggini: “O l’Italia si salva con lui o è perduta per molti secoli”[6], decise di accettare, anche per perseguire sul terreno culturale quel suo disegno di riconciliazione nazionale che aveva indicato nel discorso del Campidoglio. Egli aveva deciso dunque di legare definitivamente il suo destino a quello di Mussolini e del fascismo, stretto alleato del nazismo. Gli italiani dovevano infatti restare, secondo il suo pensiero, a fianco dei loro alleati tedeschi, e pertanto bisognava condannare ogni prudenza e ogni forma di “attendismo”, che sarebbe stato non solo un tradimento ma soprattutto un errore. Nello spirito della riconciliazione nazionale perseguito da Gentile, va inquadrato l’importante articolo Ricostruire che il filosofo pubblicò sul Corriere della sera il 20 dicembre 1943.

Il filosofo siciliano tenne un discorso presso l’Accademia d’Italia il 19 marzo del ’44, in occasione del bicentenario della morte di Vico. Si trattò di un discorso politico in cui dichiarò la propria fede nel fascismo e in Mussolini e nel “Condottiero della grande Germania”. Tra l’altro questa fu una delle rare occasioni in cui fece riferimento al nazionalsocialismo germanico, e forse l’unico caso in cui pronunciò il nome stesso di Hitler[7]. É necessario ricordare bene questi fatti per comprendere come al di là del suo carattere, della sua disponibilità verso molti antifascisti, e del fatto che si fosse impegnato per moderare gli eccessi del fascismo estremista contrari alla  sua idea di riconciliazione nazionale, in realtà Gentile fosse oramai riconosciuto come uno dei principali simboli del regime fascista repubblicano, alleato del nazismo. Questo dopo essere stato per un ventennio il principale ideologo del regime mussoliniano. In tal contesto vanno lette le controverse vicende che condurranno alla sua tragica morte poche settimane dopo il discorso all’Accademia d’Italia[8].

Dopo il discorso di Firenze Gentile subì un duro attacco dai microfoni di radio Londra, e questo portò successivamente i familiari del filosofo a credere che la sua morte (viene ucciso da un commando partigiano a Firenze il 15 aprile ’44) fosse opera dei servizi segreti britannici[9].

Sulla decisione di uccidere Gentile ha scritto in maniera lucida Gennaro Sasso che essa appartiene al Partito Comunista, o forse, addirittura, ad un gruppo di comunisti che la attuarono e che poi in qualche modo, messo di fronte al fatto compiuto, il partito decise di legittimare riconoscendola come una decisione sua. Quanti, rappresentando nel comitato di liberazione nazionale i partiti che ne facevano parte, ebbero la coscienza lacerata da quell’uccisione, conobbero, per così dire, una lacerazione doppia. Così fu per gli azionisti, anzi per alcuni azionisti, quelli, essenzialmente toscani o operanti in Toscana. E si pensi a Tristano Codignola, che scrisse allora il famoso articolo di dissociazione, apparso sull’Italia libera clandestina, nel quale si sosteneva che, a liberazione avvenuta, Gentile avrebbe bensì dovuto essere chiamato a rispondere dei suoi crimini davanti ad un Tribunale del Popolo, ma non essere ucciso in un’azione di guerra. Questo punto di vista fu condiviso da altri esponenti azionisti. Ma non è tesi sostenibile quella secondo cui gli azionisti toscani criticarono l’uccisione di Gentile perché influenzati dalla “non violenza” di Capitini e dal “dialogo” di Calogero. […] Non credo inoltre che gli azionisti toscani fossero non violenti: partecipavano ad azioni di guerra e uccidevano. In realtà, la dissociazione degli azionisti toscani (e naturalmente anche di altre parti d’Italia) ebbe la sua origine nel rapporto intellettuale (e umano) che molti di loro avevano stretto con Gentile, e nell’importanza che, malgrado i dissensi politici, la sua figura tuttavia manteneva ai suoi occhi. É vero invece che nel Nord, l’uccisione del filosofo fu accolta, nell’ambiente azionista, con assai minor turbamento; e che non mancarono espressioni, rudi talvolta e eccessive, di consenso. Ma credo che il minor turbamento o, per contro, il consenso, derivassero sopra tutto da rapporti intellettuali e umani non mai stretti o, in pratica, inesistenti: se non, addirittura, da ostilità intellettuale e filosofica. Al Nord, in Piemonte sopra tutto o in Lombardia e nel Veneto, l’influenza di Gentile era stata nell’insieme quasi irrilevante[10].

È indubbio che Giovanni Gentile, a causa della sua totale ed esplicita compromissione col fascismo, sia stato vittima di una inevitabile damnatio memoriae, che oggi a quasi settant’anni dalla morte sarebbe il caso di abbandonare, per conoscere ed apprezzare, al di là delle sue gravissime responsabilità politiche, la grandezza teoretica del filosofo siciliano: il suo essere stato espressione autentica della filosofia italiana, in sintonia con alcuni dei momenti più avanzati della filosofia europea del primo ‘900. E proprio a questo riguardo ci poniamo da sempre una domanda: perché Gentile no e Heidegger sì[11]? Ovvero: perché pur di fronte alla innegabile compromissione del grande filosofo tedesco col nazismo, comprovato dal famoso disorso rettorale del 1933 a Friburgo, dalla sua iscrizione al partito nazista nel maggio di quell’anno e dal fatto che Heidegger vedesse nel nazionalsocialismo un antidoto alla civiltà della tecnica, e dunque una possibilità di salvezza, perché dunque nonostante tutto ciò oggi Heidegger è un pensatore letto, studiato, commentato a dismisura, pubblicato e tradotto in numerose edizioni, fino al punto da diventare quasi una moda filosofica, mentre Gentile è ancora un nome che scotta, le sue opere sono difficili da reperire e pochi sono gli studi seri che lo riguardano? Certo, Heidegger non è stato il filosofo ufficiale del nazismo, da cui si è poi allontanato, mentre Gentile lo è stato del fascismo a cui è rimasto legato fino alla morte. Ma basta questo per spiegare la situazione descritta? Se fosse così, allora la compromissione di una filosofia con una pratica politica totalitaria, dipenderebbe da elementi tutto sommato contingenti. Nel nostro caso la vicenda sarebbe resa ancora più inquietante dal sospetto da molti avanzato di un vero e proprio razzismo di Heidegger[12], sospetto che invece non può essere assolutamente avanzato nel caso di Gentile. Resta un fatto su cui tuttavia riflettere, al di là di tutte le opinioni e congetture, il fatto è che nel problema del rapporto tra teoria e pratica riferito ad Heidegger, come ha scritto Alfredo Marini, si cela ‘il rapporto tra un grande pensiero e una piccola biografia’, tra l’enormità del ‘senso dell’essere’ e la piccola baita di Todtnauberg dove Heidegger passò una parte considerevole della sua vita. […] Iniziando il corso invernale del 1924 su Aristotele, Heidegger sbrigava rapidamente la questione della vita del grande pensatore dicendo “ visse, lavorò e morì”. Tutto fa pensare che tale sarebbe stata anche la sua ambizione. Egli avrebbe sicuramente voluto che anche di lui si dicesse “visse, lavorò e morì”: una vita interamente dedicata all’opera, un’opera che fosse l’unico metro a partire dal quale giudicare la vita[13].

Riguardo a Giovanni Gentile non si potrebbe dire assolutamente:“visse, lavorò e morì”, perché per il filosofo siciliano il pensiero era vita e la vita il pensiero; la filosofia era militanza, passione, fede, prendere parte, dunque partito e ideologia, fino alla fine, usque ad mortem. Per questa ragione la filosofia di Gentile merita, non meno di quella heideggeriana, di essere studiata e meditata, perché nelle sue pieghe si nasconde qualcosa che ci interroga perennemente: la vicenda umana, troppo umana, del pensiero, che Gentile ha compreso e vissuto non meno di Heidegger[14].

 [1] Ha scritto qualche anno fa Marcello Pera presentando i discorsi parlamentari del filosofo siciliano che “ Gentile fu un filosofo dedito ad un’ impresa che, così possente, anch’essa da secoli non si vedeva: pensare, dar forma, organizzare, diffondere una filosofia italiana, cioè una filosofia per l’Italia, una filosofia dell’ Italia, secondo una tradizione di pensiero politico che Gentile vedeva partire da Dante e arrivare a lui medesimo” (in Senato della Repubblica, Giovanni Gentile. Discorsi parlamentari, con un saggio di F. Perfetti, Il Mulino, Bologna, p. 10).

[2] U. Spirito, Giovanni Gentile, Sansoni, Firenze 1969, pp. 260 – 261.

[3] Questo fatto sarà riconosciuto espressamente dal filosofo nel 1925, quando oramai non più Ministro dell’Istruzione, in occasione di un dibattito al Senato, a difesa della sua riforma scolastica, dirà che le idee di riforma erano rimaste per tanto tempo sui libri, e “Onorevoli senatori, vi sarebbero rimaste sempre senza il fascismo, il quale ha dato allo Stato italiano anche questa energia, che da tanti anni s’invocava: voglio dire la fede e la forza necessaria a tradurre in atto tutte quelle idee della Commissione, che si potevano e dovevano attuare” (cfr. Senato della Repubblica, Giovanni Gentile, cit., p.107).

[4] Ricordiamo in proposito figure come Ugo Spirito, Guido Calogero e Guido De Ruggero che dall’attualismo approderanno rispettivamente al comunismo, al liberalsocialismo e al liberalismo.

[5] A. Del Noce, Il suicidio della rivoluzione, Rusconi, Milano 1978, p. 186.

[6] Cfr. Ivi, p. 290.

[7] Cfr. G. Sasso, Filosofia e idealismo, cit., p. 399; in generale sui rapporti tra Gentile e il nazionalsocialismo vedi nell’opera citata le pp. 399 – 423. Non ci furono, né ci potevano essere, per il ruolo ricoperto da Gentile nell’ambito del regime fascista, dichiarazioni pubbliche, ed esplicite prese di posizione critiche nei confronti del nazismo; tuttavia Gentile restava convinto che tra il fascismo italiano e il nazionalsocialismo tedesco ci fosse una differenza netta; scrive Sasso che “tanto più forte avvertiva il disgusto per la filosofia zoologica alla quale il nazionalsocialismo si ispirava, […]. Dall’avversione che provava nei confronti del nazismo Gentile certo si guardava bene dal tarre conseguenze negative che coinvolgessero il fascismo; […]. Ma tant’è, la polemica antinazionalsocialista doveva svolgersi in lui nella forma di un sordo rancore; e di questo si deve prendere atto” (ivi, p. 408). Il razzismo biologista del nazismo era dunque del tutto incompatibile con la filosofia attualista; il che rende ancora più tragico ed inconcepibile, come abbiamo già detto, il silenzio di Gentile di fronte alle leggi razziali introdotte dal fascismo in Italia nel 1938, per nulla giustificato dall’aiuto che pure il filosofo diede a molti amici ebrei per sottrarsi alle persecuzioni.  Su questo tema si veda il recente volume di P. Simoncelli, Non credo neanch’io alla razza. Gentile e i colleghi ebrei, Le Lettere, Firenze 2013.

[8] Per un approfondimento delle vicende legate alla morte di Gentile rinviamo all’Appendice morte di un filosofo militante nel presente volume, in cui sono riprodotti i principali documenti alla base della complessa vicenda.

[9] Vedi in particolare il volume del figlio del filosofo Benedetto Gentile, Giovanni Gentile, cit.; l’ipotesi di un coinvolgimento dei servizi inglesi è stata ripresa anche la Luciano Canfora nel suo La sentenza (Sellerio, Palermo 1985). Ma quali sarebbero state le ragioni del supposto, anche se allo stato dei fatti non dimostrabile, coinvolgimento dei servizi inglesi nell’uccisione di Gentile? Ha scritto in proposito Gennaro Sasso: “Perché nella morte di Gentile entrarono i Servizi segreti inglesi, e non quelli americani? L’uccisione del filosofo fu una sorta di prova generale dell’uccisione di Mussolini? Ho cominciato a pensare da qualche tempo a questa parte che l’uccisione di Gentile potrebbe essere stata, appunto, la prova generale di quella di Mussolini; e che la ragione stesse nella volontà inglese di togliere di mezzo i principali personaggi del fascismo per contrastare la diversa e persino opposta tendenza degli americani a conservarli in vita e quindi a sottoporli a processo. Uccidere Gentile significava che, a fortiori, anche Mussolini dovesse esserlo; e uccidere quest’ultimo significava stroncare alla radice l’idea stessa di processi dai quali chi poteva escludere che agli inglesi avessero da derivare situazioni politicamente imbarazzanti? La compromissione degli inglesi con i regimi fascisti e quindi nazisti dell’occidente europeo era ben nota; e, sottoposto a un processo, certo Mussolini avrebbe giocato con abilità le carte che aveva in mano. […] Insomma, nel condannare a morte Gentile e Mussolini, gli inglesi avrebbero criticato coi fatti, e avant la lettre, la mentalità, come potrebbe dirsi, di Norimberga: la mentalità del giusnaturalismo statunitense, alla quale, forse soltanto perché così allora inclinavano le cose, Tristano Codignola e gli azionisti toscani indulgevano. Queste, è ovvio, sono solo congetture; […]”. E sull’uccisione del filosofo, al di là di ogni congettura, il ragionamento di Sasso si conclude con le seguenti parole che ci sentiamo di condividere appieno: “se l’idea  del tribunale dinanzi al quale i vinti sono trascinati in catene ad ascoltare, in sostanza, una condanna già pronunziata, sta a mezza strada tra l’ingenuità e l’ipocrisia, allora Gentile doveva, se mai, essere ucciso. Era infatti un simbolo dello stato fascista repubblicano; e fosse pur stato per altri versi un grande pensatore e persino un uomo buono, costituiva la meta necessaria di una azione violenta, volta ad abbattere quel che simboleggiava e significava. […] Perché si sarebbe dovuto risparmiarlo? Forse perché era un filosofo? Perché, forse era ‘in buona fede’? Ma “filosofo” è un attributo che qualifica chi si impegna nell’indagine del vero: non è un titolo protettivo. E tanti fascisti, anche a Salò, saranno stati in buona fede.”(G. Sasso, La fedeltà e l’esperimento, Il Mulino, Bologna 1993, pp. 90 – 91; p. 94). L’ipotesi del coinvolgimento dei servizi segreti inglesi nell’uccisione di Gentile, già avanzata da Luciano Canfora, è stata ripresa e sviluppata in un recente libro di Luciano Mencacci, La ghirlanda fiorentina, Adelphi, Milano 2014. Mecacci approfondisce il rapporto tra i servizi segreti inglesi, un circolo di intellettuali fiorentini e Radio Cora, emittente clandestina del Partito d’Azione e canale di comunicazione tra il partito stesso e l’VIII armata britannica. Mecacci spiega come attorno a Gentile si stesse formando una corrente a sostegno di un compromesso politico per raggiungere la “pacificazione nazionale”. Gli Alleati non volevano un esito del genere che salvasse la RSI, e temevano che Gentile potesse assumere un ruolo da leader in una operazione di pacificazione e compromesso, il filosofo aveva tra l’altro in programma un incontro col Duce per il 18 di aprile. Mecacci sostiene dunque che se gli uccisori di Gentile furono senz’altro comunisti, i mandanti vanno cercati altrove, ed il filosofo siciliano fu ucciso non tanto per il suo passato ma per il possibile ruolo futuro che avrebbe potuto avere.

[10] G. Sasso, La fedeltà e l’esperimento, cit., pp. 86 – 87.

[11] Gentile ed Heidegger non si conoscevano in modo profondo dal punto di vista teoretico; si conobbero personalmente, ma in modo puramente formale, in occasione della visita che nel 1936 Heidegger fece a Roma per tenere una conferenza su Hӧlderlin e l’essenza della poesia, presso l’Istituto di studi germanici di Villa Sciarra, presieduto da Gentile. Sul rapporto tra i due filosofi vedi G. Sasso, Filosofia e idealismo, vol. II, Giovanni Gentile, Bibliopolis, Napoli 1995, pp. 283 – 397.

[12] Cfr. il recente volume di E. Faye, Heidegger, introduzione del nazismo nella filosofia, L’asino d’oro, Roma 2012; vedi su questo anche A. Torno, Heidegger, genio razzista impenitente, in “Corriere della sera” del 3/5/12.

[13] F. D’Agostini, Breve storia della filosofia del Novecento, Einaudi, Torino 1999, p. 188.

[14] Sulla assoluta centralità di Gentile nel pensiero contemporaneo, e sulla superiorità del filosofo siciliano nel cogliere il nucleo essenziale della filosofia del nostro tempo anche rispetto ad Heidegger, si vedano gli articoli di E. Severino, Il senso del Nuovo Realismo. Altro che Nietzsche, il nucleo sfugge se non si riscopre il pensiero di Gentile, in LA LETTURA “Corriere della sera” del 16/9/12, pp. 34 – 35,  E’ Gentile il profeta della civiltà della tecnica. Ne rende possibile il dominio planetario. Eppure la legge del divenire è eterna, “Corriere della Sera” del 6/1/14, p. 28. Sul rapporto Severino – Gentile si veda il recente volume di B.De Giovanni, Disputa sul divenire. Gentile e Severino, Editoriale Scientifica, Napoli 2013.

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