EXAGERE RIVISTA - Luglio - Agosto 2020, n. 7 - 8 anno V - ISSN 2531-7334
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Il rischio è quello di un ritorno ad una normalità malata. Intervista a Don Luigi Ciotti

di Luigi Serrapica

È un libro di ricordi, l’ultimo di don Ciotti intitolato L’amore non basta e edito dalla Giunti. Ma, attenzione, l’autore non  si occupa esclusivamente di passato, anzi  guarda all’oggi e soprattutto al domani . Don Ciotti interroga se stesso e il suo lettore su temi sociali e civili. Certo, lo sguardo non è quello di un laico. Ma perché un uomo di chiesa non può indirizzarsi a tutti?

Don Ciotti è da sempre  un uomo in prima linea impegnato  in molteplici progetti ed è difficile imbrigliarlo  in una qualsivoglia definizione. In L’amore non basta,   ripercorre il proprio cammino personale e spirituale, iniziando dalla sua infanzia, quella del piccolo Luigi che reagisce all’appellativo montanaro, rivoltogli dalla sua maestra, lanciando per terra un calamaio. Poi il  viaggio nella Torino del dopoguerra, vissuta all’ombra del cantiere del nuovo Politecnico cittadino, fino ad arrivare agli anni del sacerdozio e dell’impegno sincero a favore di chi resta indietro, dai tossicodipendenti alle prostitute. Infine a quello a favore  delle vittime delle mafie, attraverso il commovente racconto dell’incontro con la madre di un ragazzo, Antonio Montinaro, caposcorta di Falcone, morto con il giudice a Capaci.

– Nel suo libro racconta la storia di una Chiesa che diventa storia di famiglia, di fratellanza e vicinanza. Sembra una rivoluzione in un mondo dominato da egoismi e personalismi. Quanto bisogno di condivisione c’è oggi?

– Ce n’è tanto più bisogno perché – come giustamente osservi – questa è una società dominata dall’io. Quindi una parvenza di società, perché l’io vive dell’illusione della propria autosufficienza, stabilendo con gli altri rapporti di pura convenienza, a seconda che favoriscano o ostacolino i suoi interessi. Una società dell’io è un puro coesistere di individui, ma un coesistere instabile, soggetto alla dinamiche del potere, della sopraffazione, spesso della violenza. Credo che questa sia la radice della crisi, anzi del collasso della nostra civiltà. Dobbiamo rieducarci tutti alla relazione, non solo perché questa è la base dell’etica, ma anche perché la struttura stessa dell’essere, e della vita, è relazionale. La vita dell’io ha senso solo inclusa nella rete del “noi”, che è poi la grande rete della vita. Lo stravolgimento della società dell’io sta nel credere che sia la vita in funzione dell’io e non l’io in funzione della vita.

Lei ha iniziato, nel 1965, con il gruppo “Gioventù impegnata”. Quanto è cambiato da quell’epoca?

– Agli inizi e ai tempi di “Gioventù impegnata”, la società era certo meno individualista, anche se già si manifestavano le prime avvisaglie di un egoismo di classe, di una differenza di vita e dunque di destino fra classi agiate, media borghesia, proletariato e poveri. Le intuizioni illuminanti di don Milani e di Basaglia – per citare due grandi figure dell’epoca – partono dalla presa di coscienza di un’ingiustizia all’opera.

L’immagine del cantiere edile sembra rispecchiare, in un certo senso, il suo modo di vivere la fede e l’impegno sociale. Occorre costruire su fondamenta solide, non improvvisate, si vedono i muri prendere forma piano piano. E difficilmente vi si lavora da soli. Quanto è importante poter contare su un gruppo per poter dare aiuto a chi è  emarginato?

– Non è stato solo importante ma fondamentale. Le questioni sociali sono di tale ampiezza e profondità da richiedere giocoforza un impegno di gruppo, collettivo. Come non mi stanco di ripetere, l’impegno sociale non è cosa per “navigatori solitari”. Per costruire una società del “noi” – cioè della condivisione, della corresponsabilità, della giustizia sociale – occorre un “noi” che non si sia lasciato sedurre e catturare dalle sirene dell’individualismo e del consumismo. E poi c’è, appunto, la questione dell’emarginazione. Il Gruppo Abele nasce anche dalla consapevolezza che per aiutare chi vive ai margini non basta accogliere: bisogna anche riconoscere e impegnarsi affinché questo riconoscimento diventi un atto politico, un’inclusione a pieno titolo e con pieni diritti e doveri nella comunità. Da qui la necessità di saldare la pratica dell’accoglienza con la denuncia politica e l’impegno culturale. E da qui anche gli ostacoli che abbiamo spesso trovato lungo il cammino. Perché fin quando fai “beneficenza” vai bene a tutti, ma quando inizi a denunciare le cause politiche ed economiche della povertà e dell’esclusione diventi una “testa calda”, un rivoluzionario, uno che mina le basi del sistema. Ecco, se il Gruppo Abele ha avuto un merito è stato quello di sottrarre in parte l’impegno sociale alle “gabbie” dell’assistenza e della filantropia. Attività meritorie – beninteso – ma  alla lunga funzionali alle logiche del potere e dell’ingiustizia.

La sua vicenda personale si intreccia con quella della città di Torino, uno dei simboli dell’industrializzazione italiana.  Assieme al le promesse di progresso e benessere è nato anche  il disagio. Per molti fu facile ignorarlo e forse è ancora così. Se si potesse indirizzare a chi “volge lo sguardo altrove” per non vedere in che condizione vivono gli emarginati, cosa gli direbbe?

– Che questo suo volgere lo sguardo altrove non è solo segno di poca umanità ma anche di poca intelligenza. Voglio dire che il destino degli altri è anche il nostro, e finché continueremo a ignorarlo la nostra sarà una vita dimezzata, magari materialmente ricca ma spiritualmente povera, una vita arida, vuota, vanamente intenta a nascondere o mascherare il proprio vuoto. L’emergenza sanitaria che abbiamo vissuto e che avrà certamente strascichi di vasta portata, ha avuto se non altro la funzione di far cadere molte maschere, di far emergere le molte falle e contraddizioni di un sistema e anche la vanità di una vita tutta protesa all’avere perché incapace di essere, di farsi relazione col mondo, con gli altri, con tutto ciò che trascende l’angusto spazio dell’io.

– La vicenda della pandemia ci ha tenuto, in questi mesi, chiusi in casa. Ha mutato le regole della nostra vita. Si aspetta qualche cambiamento nel “dopo Covid”?

– Mi auguro che da tutto questo nasca un cambiamento, ma anche sottolineo che dev’essere un cambiamento sostanziale. I cambiamenti “imposti” per decreto o dalle contingenze non sono cambiamenti, ma adattamenti. I cambiamenti veri partono da dentro, scaturiscono da un processo interiore spesso tormentato che per consolidarsi, diventare realtà, ha bisogno d’impegno, tenacia, autodisciplina e anche coraggio. Si tratta di osare, di incamminarsi per sentieri nuovi, di rinunciare a sicurezze e abitudini. «Peggio della crisi c’è solo il dramma di sprecarla» ha detto Papa Francesco. Ha ragione. Il rischio è desiderare il ritorno a una “normalità” che era molto malata ben prima dell’arrivo del virus.

– L’amore, spiega nel libro, non basta quando ci si vuole occupare degli altri. Occorre un anelito di giustizia, solidarietà e – forse – anche molto coraggio. Lei ha dimostrato di averne, anche contro le mafie ed è per questo che vive ancora sotto scorta. Ma,  anche “blindato”, lei appare un uomo libero, più libero di molti altri. Da dove prende questa forza?

– Io mi sento un privilegiato proprio perché la vita mi ha dato l’opportunità di vivere non l’amore dell’io – un amore egoista, possessivo, spesso violento – ma quello intriso di empatia, di sentimento di giustizia e ribellione verso tutte le ingiustizie, violenze, negazioni di dignità. E questo è appunto un privilegio, non un merito, perché maestri di questo amore che rende piena e bella la vita sono stati amici cari come Padre Michele Pellegrino, don Tonino Bello, don Franco Peradotto, Luciano Tavazza, Luciano Segre, Nino Caponnetto – solo per citarne alcuni – ma anche le persone fragili, disorientate, disperate  che ho incontrato lungo il cammino e che in parte racconto nel libro. Persone che mi hanno arricchito, a volte messo alla prova, ma soprattutto mi hanno insegnato che la libertà è il primo e più prezioso dei beni comuni: si è liberi con gli altri e per gli altri, mai contro o a scapito loro.

– In chiusura del suo scritto, lei definisce il libro un’ “autobiografia collettiva”. Quale significato dare all’aggettivo collettivo?

– Autobiografia collettiva perché mi sento – e sono – il semplice portavoce di una vasta storia corale, di una sinfonia d’impegno e di speranza.

– La sua è la voce dei tanti incontri che ha avuto, delle tante persone che hanno chiesto aiuto a lei o che, insieme a lei, questo aiuto lo hanno dato. A chi vorrebbe far arrivare questo messaggio di speranza?

– Mi piacerebbe che questa voce arrivasse a tutte le persone che in quest’epoca difficile stanno cercando un senso al vivere, nel presentimento che una vita piegata agli idoli del possesso, del potere e della fama sia una vita finta, di plastica, una parodia o una caricatura di vita. Penso soprattutto ai giovani, che hanno una sensibilità non ancora indurita dal cinismo e dal disincanto. E non nego che mi piacerebbe che questa voce collettiva catturasse anche l’attenzione di almeno alcuni uomini di potere, e risvegliasse in loro il dubbio che il potere ha senso solo come responsabilità, non come abuso e privilegio. Solo come servizio per il bene comune.

 

Don Luigi Ciotti

L’amore non basta

Giunti Editore, 2020

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