EXAGERE RIVISTA - Gennaio - Febbraio 2023, n. 1-2 anno VIII - ISSN 2531-7334

Individuare un tempo nuovo. Il ruolo del terapeuta nel cambiamento

di Magdalena Vecchi

Un governo, disse la moglie, un’organizzazione,

 anche il corpo è un sistema organizzato, è vivo finché si mantiene tale,

 e la morte non è altro che l’effetto di una disorganizzazione”  [1]

– Quanto è pesante un dolore?

La prima volta che Chiara, 56 anni, entra nel mio studio, ogni suo dettaglio racconta il pesante lutto che l’accompagna. Come spesso ho potuto notare  chi entra in terapia, portando la morte di una persona cara, appare appesantito, anche a livello corporeo. Qualcosa di invisibile ma molto gravoso ne sovraccarica ogni movimento. Un anno prima il nostro incontro, Chiara perde il marito a causa del COVID19.  Andrea muore nel modo peggiore, solo, in ospedale, dietro ad un vetro freddo che lo separa dal mondo. Chiara è ancora incredula, ancora intrappolata nella fase più traumatica del lutto. Non si dà pace: racconta che Andrea era entrato in ospedale che stava sostanzialmente bene, lo aveva sentito tramite cellulare fino alla sera precedente la sua scomparsa. A detta dei medici durante la notte era intervenuta una grave insufficienza respiratoria che aveva provocato un arresto cardiaco. L’incredulità si mescola alla sfiducia, complice il delicato periodo storico che è stato il 2020. La rabbia di tante morti ha trovato un bersaglio facile nelle istituzioni e ha fatto emergere, dall’apparente ingiustizia, un potente bisogno di verità. Le riflessioni di Camus nel celebre romanzo ‘La peste’ hanno mostrato tutta la loro attualità, e che Chiara esprime così:

Cosa le posso dire Dottoressa, tanto hanno ragione loro e non la sapremo mai la verità.. Mia figlia Luisa si è rivolta ad un avvocato che sta seguendo situazioni come le nostre.. ma cosa vuole mai, avranno ragione loro (i medici). Io volevo morire, non l’ho fatto solo per le mia figlie. Luisa mi ha consigliato di venire qui da lei. ” 

Scopro che, oltre la moglie, Andrea lascia due figlie. Luisa, 29 anni la maggiore, che da sempre è la luce della famiglia: solare, estroversa e disponibile, è quella che prende decisioni anche dopo la morte del padre. Sonia, 24 anni la minore è, all’opposto, silenziosa, fragile, introversa e blindata nel suo dolore.

Il mio pensiero va al cavaliere bianco senza macchia, e al cavaliere nero di Whitaker (Il gioco e l’assurdo, la terapia esperienziale della famiglia, Carl Whitaker) immagini che lo studioso utilizza per descrivere la fratria di famiglie dai confini interni rigidi. In questo tipo di famiglie esiste un figlio, che deve esprimere un modello di perfezione, e un fratello o una sorella per individuarsi, consapevoli di non poter competere, si collocano in un ruolo subordinato e passivo. Il cavaliere nero è anche il membro della famiglia che manifesta il sintomo, mentre nel cavaliere banco i sintomi rimangono impliciti. Quella di Chiara è una famiglia di una regione del Sud Italia e lei incarna in apparenza lo stereotipo, forse ormai antiquato, della donna del mezzogiorno: casalinga, da sempre all’ombra delle decisioni del marito. Le due figlie vivono da tempo in una città del Centro e, dopo questa tragedia, hanno chiesto alla madre di trasferirsi da loro. Luisa è in terapia da una collega e chiede un nominativo per la madre temendo, che il dolore della perdita, possa distruggerla. Così Chiara arriva nel mio studio.

– Affrontare il lutto

Ho seguito Chiara per circa un anno con sedute che si sono svolte ogni quindici giorni. Abbiamo, in un primo momento, affrontato la parte più traumatica e violenta di questo lutto: la morte improvvisa inaspettata e privata dei classici rituali. Vista la situazione, Chiara non ha potuto vedere la salma di Andrea, il che ha reso la comprensione di questa scomparsa ancora più difficile da realizzarsi. Chiara è distrutta non solo per la morte del consorte ma anche per la vastità di un mondo che le si è appena palesato davanti. Senza le protezioni affettive, se non si è mai sperimentata l’indipendenza, ci si può sentire soli e dispersi in una terra sconosciuta.

Se pensiamo alla famiglia come ad un insieme di persone legate da vincoli di parentela o di affinità che si muove su una linea temporale, quella di Chiara si trova in un punto inatteso che necessita di una nuova organizzazione e di una nuova narrazione. La teoria del ciclo di vita nasce all’interno del paradigma delle scienze sociali e viene concettualizzata, come modello teorico, nel 1980 da Carter e McGoldrick per scopi clinici e conoscitivi.  Questa teoria presuppone che esista, da un punto di vista individuale e familiare, una temporalità specifica – infanzia, adolescenza, prima giovinezza, età adulta, terza età –  e che i periodi di transizione siano contraddistinti da specifici compiti evolutivi. In corrispondenza di ciascun periodo critico, è più probabile che si verifichino nei singoli e nelle famiglie grossi cambiamenti o insorgano sintomi patologici. In ogni transizione la famiglia esprime le sue caratteristiche intrinseche, oltre alle regole del contesto socio-culturale in cui è radicata. All’interno del ciclo di vita di una famiglia esistono eventi critici, come le nascite, i matrimoni, la crescita, che sono attesi e appartengono all’immaginario collettivo. Al contrario, sono chiamati paranormativi quegli eventi tendenzialmente improvvisi come le malattie o i lutti che mettono le famiglie di fronte a difficoltà maggiori.

– La nascita di nuovi equilibri

Ho potuto osservare che, come nel caso della famiglia di Chiara, dopo la scomparsa di un membro della famiglia, ci sia una sorta di riorganizzazione del sistema che porta alla nascita di nuovi equilibri. Il sistema familiare, al pari di un organismo umano, parrebbe possedere una sorta di istinto di vita che lo indurrebbe a cercare nuove strategie di sopravvivenza. Il periodo del lutto è, in alcuni casi, oltre all’elaborazione dell’accaduto, la gestazione di un nuovo mondo familiare. Dopo la morte, la nascita.

 Nel susseguirsi di sedute dolorose e faticose ho visto, pian piano, venire alla luce una nuova dimensione individuale. Senza fissa dimora, sballottata da casa di una figlia a quella dell’altra, d’improvviso lavoratrice, impegnata a completare questionari per superare l’esame della patente, Chiara scopre una forza di cui non è mai stata consapevole. Scopre anche, giorno dopo giorno, il sapore della libertà di decidere e di scegliere. Di Andrea le manca tutto, anche la gelosia, ma finalmente, circa a metà percorso, arriva anche qualche timida uscita con alcune colleghe. Un barlume di leggerezza tanto faticosamente cercata e alla fine legittimata. L’ascolto vivere nel dolore e contemporaneamente nello stupore di conoscere parti di sé mai emerse prima. Sono sedute piene di contrasto, c’è la vita e la morte che si susseguono, si contrappongono e, alla fine, coesistono nella nascita di una nuova identità.

Inizio a intravedere nelle sedute sorrisi più frequenti, momenti di serenità e  progetti futuri quando le figlie rischiano di riportare Chiara nel dolore, aprendo un conflitto importante tra sorelle. Propongo a Chiara di chiamare Luisa e Sonia per fare qualche seduta di consulenza familiare.

Abbiamo fatto tre sedute di consulenza e, come sempre capita, invitare il sistema familiare allargato in terapia, dona ricchezza di spunti, di dati e di emozioni. Amplia la prospettiva e regala al terapeuta immagini inedite del proprio paziente. Scopro Chiara in un persistente sotterraneo attrito con la figlia maggiore che sembra quasi temere. La trovo più a suo agio con la minore che resta, però, sempre piuttosto silenziosa e probabilmente di più semplice gestione relazionale per la madre. Avverto un sentimento di rabbia che accomuna le sorelle, valuto l’ipotesi che sia la madre il vero bersaglio inespresso. Scopro inoltre che, nel tentativo di aiutarle a comunicare, Chiara ha, invece, aumentato il livello delle scontro tra le figlie.

Chiara: “.. non so come fare, io cerco di spiegare quello che Luisa voleva dire a Sonia, perché si sono fraintese.. ma faccio confusione!

Luisa, rivolta alla madre : “ Tu non sai parlare! È da una vita che non si capisce quello che vuoi dire!

Terapeuta: “Chiara la invito a lasciare che le sue figlie trovino da sole una soluzione, provi a fidarsi di loro.”

– Il ruolo del terapeuta

Nella relazione tra fratelli esiste una continua tensione tra due polarità, desiderio di somiglianza e desiderio di differenza, per questo anche la fratria è un importante luogo di individuazione. Durante i tre incontri invito le sorelle a mettersi nei panni l’una dell’altra, chiedo loro di scambiarsi le poltrone, e di analizzare i loro rigidi ruoli all’interno della famiglia d’origine. Sonia scopre la fatica di Luisa, il cavaliere bianco, nel dover reggere l’idea di perfezione e le redini della famiglia. Sente la sua solitudine, incapace di appoggiarsi realmente a qualcuno. Luisa apre anche sulla sua malattia, quattro anni prima le è stata diagnosticata la fibromialgia. Questa sindrome le causa dolore cronico ai muscoli e alle strutture connettivali. Paradossalmente, la stanchezza che le provoca, sembra essere l’unico fattore regolatore della sua compulsione all’accudimento. Luisa ascoltando la sorella sente per la prima volta il racconto di una vita trascorsa all’ombra dei successi di qualcun altro. Sonia è in sovrappeso, quei chili di troppo sembrano funzionali a proteggerla e a separarla dagli altri. Il cibo ha negli anni silenziato emozioni, compensato parole inespresse. Luisa parla veloce, Sonia arranca mettendo lunghe pause tra le poche parole. Durante le  sedute Luisa calma e allenta il flusso verbale, Sonia così trova lo spazio e il tempo per potersi esprimere con più completezza. Nel diverso ritmo dell’eloquio inizia il loro primo avvicinamento. Chiara realizza quanto la sua passività abbia contribuito alla creazione di squilibri. Il fantasma del padre entra nei discorsi, negli sguardi, nelle lacrime, complice inconsapevole e silenzioso dell’ennesima famiglia sofferente. Esploriamo altre possibilità di essere e di stare in relazione. Le sorelle aprono anche sulle loro reciproche delusioni di figlie: una iperinvestita di carichi e responsabilità , l’altra non vista, entrambe con la sensazione di non essere state amate come avrebbero voluto.  E’ un mondo familiare a riflettere su se stesso, con quel tipico stupore di chi guarda per la prima volta ciò che ha sempre avuto davanti.

Siamo tutti Ciechi che vedono, Ciechi che, pur vedendo, non vedono. [2]

La narrazione del lutto in terapia ha coinciso con la nascita di una nuova storia familiare. La famiglia nata riflette e parla di sé come mai prima era stata in grado di fare. In questo raccontarsi mantiene ponti col passato, attribuisce significati al presente e pone le basi per il futuro.

Arriva la seduta in cui Chiara, orgogliosa, sventola davanti a me una patente nuova di zecca. È felice del passo raggiunto. Sta cercando una stanza, dove vivere, tutta per sé. Ci sarà Sonia nel pomeriggio in giro con lei per valutare tutte le opportunità, mentre Luisa le aspetterà a casa per cena.

– Individuare un tempo nuovo

 “Un tempo sarebbe stato tutto diverso”,  Chiara riflette.

Luisa è in panchina e Sonia scende in campo, giocatrici finalmente della stessa squadra. La morte del padre ha rappresentato un punto nodale della storia e ha obbligato le figlie a intraprendere un percorso che ha portato ad incontrarsi e ricostruire  una narrazione comune ed individuale. Il processo del lutto ha, in questo caso, messo in moto un circolo virtuoso, là dove tutto appariva bloccato. In questa riorganizzazione il sistema pare permettere, più di prima, l’espressione delle varie individualità. La nuova unità familiare sembra interagire in modo più armonico, il padre defunto ne è divenuto il sacerdote, onorato da profusioni di ricordi e nuove ritualità acquisite. La famiglia, al pari di un caleidoscopio, trova nuove forme e colori, come se gli eventi di vita siano occasioni per  movimenti strutturali capaci di creare nuove configurazioni relazionali. La terapia, nel suo gioco di specchi e riflessioni, facilita il processo, assiste e promuove il cambiamento.


Bibliografia

Carl A. Whitaker, Il gioco e l’assurdo, la terapia esperienziale della famiglia (Astrolabio 1984)

Carl A. Whitaker, Considerazioni notturne di un terapeuta della famiglia (Astrolabio 1990)

M. M. Togliatti e A. L.Lavadera, Dinamiche relazionali e ciclo di vita della famiglia (Mulino 2002)

M. Andolfi e A. D’Elia, Le perdite e le risorse della famiglia (Raffaello Cortina 2007)

Josè Saramgo, Cecità (Einaudi 1996)

A. Camus, La peste (Bompiani 2017)



[1]      Cecità, Josè Saramago, pag.283

[2]      Cecità, Josè Saramago, pag. 315

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