EXAGERE RIVISTA - Marzo - Aprile 2022, n. 3-4 anno VII - ISSN 2531-7334

La lingua nel pensiero, il pensiero nella lingua

di Irene Senatore*

L’interdisciplinarità, la scrittura, la limitatezza e il valore della filosofia, esprimersi parlando, la diversità: sono tutti temi con cui sto avendo a che fare nel corso del mio periodo di studio all’estero, in Germania, a Jena.

Tutti questi nodi sono però riconducibili, in un certo qual modo, a una coppia di parole fondamentali: la lingua e il pensiero.

Ho avuto infatti modo, in primo luogo, di sperimentare a fondo l’incredibile accumulo di sfumature in una lingua, la sua imprevedibilità e infinita potenzialità creativa, la sua irriducibilità a uno schema di traduzione, anche il più accurato. Proprio come Walter Benjamin esprimeva ne il compito del traduttore (1920), due lingue diverse sono come due mondi paralleli e costruire un ponte tra di loro è una impresa che va ben oltre tanto la traduzione letterale, tanto il rendere creativamente una frase. Colui che fa parlare due lingue, che fa dialogare due mondi, tenta di mettere in contatto entrambi con quello scheletro del linguaggio esile e difficilissimo da rinvenire che è il senso. Attraverso il sapiente utilizzo delle espressioni e l’attaccamento quasi naturale che si prova per una lingua che è madre o che si è studiata e sperimentata a fondo, il senso che tutti gli uomini riescono a condividere viene detto in due modi diversi e mai totalmente riducibili l’uno all’altro, nella sua massima potenza espressiva.

In secondo luogo, grazie a questa immersione in una lingua che non mi appartiene e alle opportunità che mi è stata data di scrivere e parlare delle mie tesi, ho compreso – precisamente attraverso il confronto fra inglese, tedesco e italiano – direi quasi sulla mia pelle cosa significhi elaborare un pensiero nei limiti di un certo linguaggio e di una certa capacità espressiva.

Queste due esperienze si intrecciano sempre fra loro nel racconto di molti aneddoti e nelle riflessioni che mi hanno tenuta occupata in questi mesi.

La possibilità di sviluppare creativamente un proprio pensiero – per di più in una lingua straniera -, già a livello del Bachelor, è stata per me una opportunità unica. Lo studio, gli esami e il confronto con i temi della filosofia che ho sperimentato qui sono stati infatti marcatamente diversi da quello con cui ho avuto a che fare in Italia. Mi è stata data la possibilità di scrivere il mio primo paper – qui lo chiamano Hausarbeit – e di discutere l’elaborazione di una mia tesi/progetto di ricerca agli esami orali – il cosiddetto Thesenpapier. Questo presuppone un lavoro molto più complesso e stratificato rispetto alla preparazione di un esame orale nello stile delle università italiane: i testi non vanno solo capiti, ma vanno penetrati talmente a fondo da essere capaci di rielaborarli, di costruirci propri ragionamenti sopra, da saperli mettere in connessione in un testo o in un progetto di ricerca ed essere in grado di discutere e le proprie ragioni e anche le proprie intuizioni. Questo mi ha permesso da un lato di provare a mettere su carta e quindi elaborare le mie idee, le cui potenzialità e limiti non si sarebbero altrimenti mai svelati, di confrontarmici a fondo, di metterle continuamente in discussione, di affezionarmici, di fallire a metà e vincere a metà insieme a loro, di discuterle alla pari – da mente pensante a mente pensante, come amava dire la mia professoressa di greco del liceo. La creatività e le idee si esercitano, proprio come i muscoli del corpo, si mettono in pratica, altrimenti rimangono inespressi. Dall’altro lato mi ha permesso di provare la passione bruciante della ricerca. “Stanotte mi sono alzata e mi sono annotata subito un aspetto su cui riflettere nel mio saggio, a cui non avevo pensato” mi raccontava sorridendo una mia compagna di studi, mentre preparava il suo studio sull’utilizzo del gender-neutral Language in italiano e in tedesco. Lei studia linguistica. “Sento di fare qualcosa che mi coinvolge davvero” mi disse un’altra amica, mentre mi stava spiegando l’idea alla base del suo paper sulla metamorfosi nella poesia di Rilke. Lei studia germanistica. “Per l’altro seminario devo preparare un progetto di ricerca sul concetto di catastrofe in economia e mi ci sono dedicato moltissimo, ne sentivo quasi il bisogno” mi riferiva il mio amico Björn, che studia scienze politiche. Io studio filosofia, ma faccio dell’interdisciplinarità uno dei valori più importanti del mio ricercare. Ho frequentato infatti qui diversi seminari di dipartimenti affini: un seminario interdisciplinare di storia dell’arte e letteratura tedesca, un seminario di sociologia e uno di filosofia e scienze politiche. Attraverso l’elaborazione di progetti di ricerca e presentazioni anche di gruppo ho avuto modo di apprezzare e di comprendere meglio il valore, ma anche il limite in cui si può imbattere ciò che studio, ovvero la filosofia. In questo anello si incastra anche l’inesauribile ricchezza dei linguaggi e dei pensieri. Questo intreccio si è rispecchiato profondamente nei vari progetti di ricerca, nelle presentazioni, nei saggi, o nei dialoghi che ho avuto modo di portare avanti.

All’inizio del seminario di fenomenologia sociale dei materiali, basato sulla discussione delle teorie di Hartmut Rosa, ci fu chiesto di parlare di un oggetto, una situazione, con cui avevamo avuto a che fare e che ci era parsa particolarmente sospetta, degna di ulteriori domande. La mia compagna Sina parlò del cemento. Questo materiale, così onnipresente nella nostra società, le comunicava Geborgenheit, vale a dire, un senso di sicurezza, di estrema familiarità e tranquillità. Subito, però si affrettò a notare un solco profondo di ambivalenza in questa parola della sua stessa lingua e su questo costruì il suo seminario. Il cemento ci fa sentire sicuri, ma ci intrappola, allo stesso tempo. È claustrofobico. Ho riflettuto molto su questa parola, Geborgenheit, i cui significati e le cui allusioni sono intraducibili con una singola parola in italiano. Durante la sua presentazione, Sina si confuse tra heimisch e heimlich: il primo aggettivo si potrebbe tradurre con l’espressione italiana “di casa”, familiare, il secondo indica qualcosa di nascosto, di segreto. Lei disse scherzando che entrambe le parole contengono l’inizio della parola casa, Heimat, e che perciò le aveva confuse. Heimisch è ovviamente connesso con la parola Heimat, heimlich, invece, con geheim, ovvero segreto. Tuttavia, ripensai al concetto di Geborgenheit a proposito del quale lei aveva nominato le due parole, e mi venne in mente che Geborgenheit contiene al suo interno il participio del verbo bergen, che ha diversi significati tra i quali salvare e nascondere. Le chiesi allora se conoscesse qualche connessione etimologica tra l’ambivalenza costitutiva della parola Geborgenheit, il verbo bergen e i due aggettivi che lei aveva confuso poiché molto simili. Mi disse di no, ma ci ripromettemmo di provare a guardarci e discuterne di nuovo. Purtroppo, nessuna prova o ricerca etimologica (per ora) è uscita fuori nei nostri incontri.

Tuttavia, ciò che è certo è che mi accorsi con il passare del tempo che questo intreccio di significati, parole e ambivalenze suggeriva intensamente il contenuto stesso del seminario. Questa ambivalenza della parola Geborgenheit, infatti, questo salvare e opprimere della familiarità, rispecchiava appieno uno degli aspetti principali della teoria del sociologo Rosa. Non possiamo essere in risonanza con le cose, con i materiali se questi non hanno una parte che ci rimane appunto unverfügbar, vale a dire indisponibile, quasi repulsiva, nascosta. Su questo nocciolo di significato, ho basato anche il progetto di ricerca sulla materialità del denaro e la sua influenza di questo nella relazione umana con tale oggetto, che ho presentato durante il mio esame orale.

Il seminario di filosofia e scienze politiche era dedicato alla Rivoluzione francese e alla sua ricezione nell’idealismo tedesco. Alla fine del seminario ho deciso di dedicare il mio Thesenpapier alla trattazione della problematica dell’astrattezza nella Rivoluzione francese, nell’interpretazione che Hegel offre nella Fenomenologia dello spirito. In particolare, mi sono dedicata a pormi la seguente domanda: in che modo il concetto di nuova mitologia e di mitologia della ragione della Frühromantik e dell’idealismo tedesco si relaziona e può risolvere il problema posto da Hegel nella fenomenologia? Nella mia argomentazione ho preso in esame un testo di Remo Bodei, dove viene commentato e analizzato un frammento hegeliano, probabilmente risalente al periodo francofortese (1798-1800). Avevo già letto la sua analisi in italiano, ma, avendo trovato una traduzione in tedesco ho riletto il frammento hegeliano in lingua originale e l’analisi di Bodei nella sua traduzione tedesca. Così ho avuto modo di toccare con mano la penetrazione dell’analisi e del linguaggio di Bodei nel linguaggio e nella lingua di Hegel, in particolare in riferimento al concetto di Sittlichkeit. La Sittlichkeit come bene comune vitale – lebendig – è descritto nel linguaggio di Bodei con estrema accuratezza e intensità, tanto che nella traduzione tedesca risuonano nelle sue parole aggettivi dello stesso frammento hegeliano commentato, che descrive la contraddizione – Widerspruch – fra la vita che è a nostra disposizione e quella cercata nei sogni, nelle fantasticherie e nelle utopie politiche. Nella lettura dell’interpretazione di Bodei in tedesco ho avuto chiara l’intuizione davanti agli occhi di come il senso di una possibile riconciliazione di questa contraddizione, il suo movimento dialettico attraverso la Sittlichkeit, fosse rispecchiato nelle parole usate, nella struttura argomentativa e nel significato. È come se questi tre aspetti si intensificassero l’un l’altro. I due campi semantici dell’astrattezza del mondo ideale e della limitatezza del puro pragmatismo che vengono contrapposti e fra i quali successivamente viene cercata una dialettica attraverso il riconoscimento della transoggettività umana e delle sue diverse direzioni, vengono caratterizzati attraverso le parole di Bodei in una descrizione vivida e pregnante. Questa scrittura, che mette in evidenza la così sfolgorante corrispondenza tra le parole e il significato, mi ha incoraggiato a seguire una mia intuizione e ricondurre il tema della libertà e dell’Anerkennung – il riconoscimento – a quello del rapporto tra spirito oggettivo e assoluto, su cui poi ho letto altro materiale e finalizzato il mio Thesenpapier.

Il Collage e il montaggio di immagini e parole sono due linguaggi fondamentali, non solo dell’arte moderna e contemporanea, ma anche della letteratura, per esempio della poesia di Franz Mon. Ho avuto modo di esplorare le due tecniche nel corso del seminario interdisciplinare tra storia dell’arte e letteratura in tutte le sue sfaccettature. Alla fine, ho deciso di scrivere un paper sui limiti e le trasformazioni che queste due tecniche, direi quasi espressioni sensibili della Weltanschauung della modernità, hanno subìto in due opere di arte contemporanea. Mi sono imbattuta subito in tre parole, molto simili e molto diverse, e da lì, dalla lingua, è iniziata la mia ricerca concettuale. Durante il seminario, per descrivere la tecnica del collage, venivano usati, in maniera intercambiabile, tre termini: zusammenstellen, zusammenfügen e zusammensetzen, ovvero letteralmente portare assieme, congiungere e combinare. Analizzando le opere d’arte contemporanea nel mio paper, mi sono accorta tuttavia che queste parole così simili, contenevano differenze sostanziali, che si riflettono perfettamente nelle differenze di utilizzo della tecnica del collage, nelle opere da me considerate. Zusammenstellen è infatti più adatto per indicare una raccolta – Sammlung – di immagini, piuttosto che un collage, per indicare il quale invece è molto più adatto zusammenfügen, dove viene enfatizzato l’atto dell’incastrare, dell’inserire assieme – questo il significato del verbo fügen. Zusammensetzen era invece proprio il termine che faceva al caso mio, per descrivere la mia interpretazione delle opere considerate: nei due collage che analizzavo, infatti, le immagini e le parole venivano messe insieme proprio come in una collezione di francobolli, piuttosto che sovrapposte l’una all’altra come nei collage dadaisti; al contempo questo mettere assieme era un setzen, cioè un combinare, un porre assieme non casuale, ma con scopi cavalogativi e di indagine del materiale ritrovato e messo assieme. Mi accorsi alla fine, che su questa distinzione, basata su una riflessione più attenta su qualche parola, derivava l’intera riflessione e significato dato ai diversi concetti sui quali mi sono concentrata nel saggio.

Così mi apparve chiaro, fra le altre cose, come l’intersciplinarità dei materiali e degli approcci è ciò che serve per non limitare la filosofia, per far fruttare fino in fondo il suo valore, per portare i suoi concetti sui molteplici piani del reale. Da questo punto di vista, lavorare profondamente con lo studio della lingua in sé, è stato ciò che ha sempre accompagnato l’elaborazione dei miei pensieri e delle mie immagini di senso, come mi piace chiamarle. Le due cose sono sempre state indisgiungibili: mi si è aperto gradualmente davanti agli occhi.

Una volta, nel corso di una passeggiata, Sowar, un ragazzo ungherese, che ha intrapreso a Jena un post-doc nell’ambito della chimica, mi disse: “per me non c’è differenza se quello che scrivo nei miei paper lo penso in ungherese o in inglese, le parole quelle sono, la realtà quella è”. Mi ricordo che fui molto sorpresa e ribattei dopo un po’: “decisamente non è così, in ciò che studio io”. Sorrisi. Sempre in effetti mi è sembrato più limpido durante questa esperienza che la lingua con cui studiano, scrivono e parlano gli storici, i letterati, i filosofi, i sociologi non può mai essere una lingua solamente strumentale. Quella della cultura che ha a che fare con l’uomo, che si confronta con le sue fragilità e i suoi picchi, usando come strumento l’altrettanta fragilità delle sue stesse parole, è una lingua che vive della sua ambiguità, dell’inesorabilità dell’espressione, dell’aver sempre ancora da dire, come direbbe Derrida. Con la loro potenza e la loro unicità, la lingua e il pensiero che esprimiamo si influenzano così a vicenda, si plasmano a vicenda, si donano potenza espressiva ulteriore a vicenda. Il pensiero nella lingua; la lingua nel pensiero.

*studentessa in Filosofia è attualmente impegnata nel progetto Erasmus presso l’Università di Jena in Germania

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