EXAGERE RIVISTA - ottobre - novembre - dicembre 2025, n. 10-11-12 anno X - ISSN 2531-7334

La menopausa come esperienza trasformativa. Intervista a Gloria Origgi

di Federica Biolzi

Gloria Origgi, filosofa italiana che lavoro all’Istituto Nicod, dell’ Ecole Normale Supérieure di Parigi, nel suo ultimo recentissimo lavoro ci parla di un argomento, a suo stesso dire, imbarazzante, sconvolgente: il climaterio.

Parlare di menopausa, per un filosofo significa, infatti, affrontare non solo tutta una realtà fisica ma anche il mutare del modo di essere al mondo per una donna.

Cosa significa tutto ciò esattamente?

Ringraziamo la professoressa Origgi per aver accettato di rispondere alle nostre domande.

-La donna è mobile, il titolo del suo libro, è anche il titolo di una famosissima aria del Rigoletto di Verdi. Effettivamente nella vita di una donna si alternano diverse fasi, tra le quali e non per ultima la menopausa.  Un periodo delicato nell’universo femminile e poco considerato, forse anche un po’ occultato a livello medico, sociale, ecc.. Mi ha molto incuriosito, il sottotitolo al suo libro: Filosofia della menopausa: ci può spiegare il perché di questa scelta? 

-Il titolo può sembrare paradossale. La donna è mobile è anche una delle tirate più misogine della cultura italiana. E invece il mio è un libro per le donne. L’abbiamo scelto ironicamente, perché evoca anche la “mobilità” della donna, la sua capacità biologica e psicologica di trasformarsi lungo la vita, di vivere vere e proprie tappe trasformative. La menopausa è una di queste tappe. Uso spesso nel libro il termine meno conosciuto di climaterio che si riferisce a tutto il periodo di trasformazione ormonale, dalla perimenopausa alla vera e propria menopausa, che coincide con la fine delle mestruazioni per almeno un anno. Il climaterio dura circa 10 anni, dai 45 ai 55 anni di una donna e corrisponde a una trasformazione importante della vita ormonale che termina con la fine della produzione di estrogeni e dunque con l’infertilità. Ho scritto un libro di filosofia. Non di self-help o di consigli sulle cure da intraprendere in questo periodo delicato. Avendo io stessa avuto l’esperienza del climaterio, mi sono trovata spesso in una situazione di disagio. Non particolarmente fisico, non ho sofferto più di tanto per arrivare alla menopausa. Ma di disagio intellettuale. Questa esperienza non era “pensata”: non era articolata intellettualmente e spesso non era capita dai medici stessi. Ho voluto liberare una parola più colta sulla menopausa: parlarne attraverso gli strumenti della filosofia, ma anche della letteratura e della storia della scienza. La filosofia ci serve per pensare le cose: pensare le esperienze fondamentali della vita, pensare l’amore, la guerra, la morte. E perché non anche il climaterio, che è una fase delicata della vita di una donna nella quale inevitabilmente ci si interroga su come siamo state e come saremo, nella quale esistono anche disagi fisici e mentali e che bisogna imparare ad attraversare con consapevolezza.

-L’ incipit del suo stimolante lavoro va subito al cuore del problema: Sono una donna in menopausa. Sono una donna? Lo sono ancora?  Più avanti lei cita Marie de Gandt e un suo recente libro in cui parla di un altro tempo delle donne. È una possibile risposta a questo quesito?

-L’incipit è chiaramente polemico. Certo che sono una donna, anzi: concludo il libro scrivendo che forse non sono mai stata così donna perché ho attraversato le esperienze delle donne: ho avuto una vita pienamente femminile. Ma la transizione all’età dell’infertilità fa paura e ci fa porre questa eterna domanda: cos’è una donna? È un essere capace di generare figli? È altro? Per fortuna, grazie a tanta filosofia femminista del secolo scorso, a partire dalla grandissima Simone De Beauvoir con il suo libro del 1949, Il secondo sesso, l’essere donna è definito oggi ben al di là della funzione riproduttiva. Certo è che quella funzione scompare con la menopausa. E questo non è sempre facile da affrontare e richiede un’elaborazione. Siamo una delle pochissime specie di mammiferi che hanno la menopausa (le altre, di cui siamo sicuri, sono le orche). Che significato ha una lunga vita dopo la fertilità, anche dal punto biologico? Che cosa diventiamo quando siamo donne senza estrogeni? È inutile dirsi, come fanno tante: “Ma a me non è successo niente, anzi, sto meglio di prima”, perché qualche cosa succede, gli estrogeni non tornano più, gli obiettivi della vita si trasformano, e non solo: il corpo si trasforma, il cervello si trasforma e diventiamo qualcos’altro, né più, né meno di prima, ma diverse.

Il riferimento all’altro tempo delle donne, titolo del bel libro di Marie De Gandt, è importante perché se c’è una differenza tra uomini e donne, essa ha a che fare con il rapporto col tempo. Le donne che vivono variazioni ormonali tutti i mesi, che spesso vivono gravidanze e che attraversano le variazioni ormonali del climaterio, hanno un senso più incarnato del tempo, delle sue discontinuità, delle tappe della vita e di come le preferenze e le decisioni dipendano da quale fase stanno attraversando. Gli uomini tendono spesso a vedere la vita come una lunga retta, dalla giovinezza alla morte, sempre guidata dagli stessi obbiettivi. La temporalità più complessa del femminile è spesso punita dal mondo del lavoro. Eppure, è una risorsa per pensare la vita diversamente e per rigenerarsi in ogni fase. Non voglio però “essenzializzare”: sono sicura che anche alcuni uomini vivono il tempo in modo più complesso. Ma nel caso delle donne, le variazioni della temporalità sono guidate anche dalle variazioni ormonali che la nostra vita biologica ci impone. È difficile che una donna non rifletta su questa dimensione della sua vita.

Laurie Ann Paul, filosofa americana, utilizza il concetto di esperienza trasformativa per indicare quell’evento che cambia radicalmente le preferenze, i valori e l’identità di una persona. E questo anche il caso della menopausa? E perché?

-L’ottimo libro di L.A. Paul sulle esperienze trasformative mi ha dato una chiave per parlare filosoficamente della menopausa. Un’esperienza trasformativa è un’esperienza che ci cambia in modo tale da modificare le preferenze. Dunque, non riconosciamo più le preferenze che avevamo prima di quell’esperienza. È un’esperienza che cambia l’identità. Gli esempi di Paul sono, alcuni, astratti, altri concreti, come l’esperienza della gravidanza. Si può decidere di avere un figlio a seconda delle preferenze che si hanno sulla vita in un dato momento. Ma dopo che il figlio è nato, le preferenze, le priorità, cambiano talmente che quelle che avevamo prima e che ci hanno fatto decidere di avere un figlio non contano più. Io penso che la menopausa sia un’esperienza di questo tipo, che trasforma profondamente le nostre preferenze. E come insisto nel libro, la menopausa non è la vecchiaia: non ne è neanche l’inizio, dato che ormai le donne hanno un’aspettativa di vita di trent’anni dopo la menopausa. La perimenopausa inizia intorno ai 45 anni. Certo oggi non si può dire che una donna sia vecchia a 45 anni. Spesso ha figli ancora piccoli e sul lavoro è probabilmente nel momento più intenso della sua carriera. Anche l’amore, si sa, può essere al suo apice, perché a quarant’anni una donna è bella, matura, sensuale, esperta e seduttiva e certo può essere ancora immersa nella vita amorosa. Nel mio caso personale, ho avuto un secondo figlio a quarantatré anni, ho scritto il mio miglior libro a quarantacinque e mi sono imbarcata in una nuova storia d’amore a quarantotto. I sintomi della mia perimenopausa li ho vissuti facendo la madre di un bambino di due anni, lavorando la notte per scrivere il mio libro e organizzando viaggi intercontinentali per incontrare il mio nuovo amore. Non posso dire che mi sentissi vecchia! Dunque, si, un’esperienza trasformativa che cambia le nostre preferenze, e nel libro cerco di mandare un messaggio positivo: il cambiamento non bisogna subirlo, bisogna cavalcarlo!

-Lei ci parla di identità non solo come fattore interiore, ma anche di un’identità determinata da come gli altri ci vedono. O almeno da come noi pensiamo che gli altri ci vedano. Siamo qui ad un punto delicato della questione se consideriamo che la donna ha sempre avuto un rapporto particolare con la sua immagine sociale. Come affrontare questo importante cambiamento?

-La donna, storicamente, è più vista e meno ascoltata. È preda più di quanto sia predatrice, e subisce lo sguardo sociale in modo più violento di quanto lo subiscano gli uomini. Tutto questo sta cambiando, ma gli stereotipi spesso perdurano nell’inconscio collettivo, anche quando il cambiamento sociale cerca di scalzarli. Basta solo vedere gli investimenti immensi ancora delle donne in cure di bellezza, chirurgia estetica, make-up, come se l’immagine sociale sia ancora un’arena pericolosa, in cui si è viste per quello che non si è. Benché tu possa essere davanti agli altri per ragioni professionali, per quel che sai dire o sai fare, hai sempre paura che ti guardino come una “femmina”: bella, brutta, grassa, magra, giovane, vecchia. È difficile uscire completamente da quello sguardo sociale. E richiede la consapevolezza di gestire una trasformazione. Una donna meno vista, perché meno giovane, può essere più ascoltata, più letta. Una donna con più esperienza può essere più sensuale, perché capisce meglio il suo corpo e il corpo del suo compagno. Gli stereotipi cambiano quando anche noi avremo imparato a ignorarli e a proporne di nuovi. Oggi, per questa generazione che sta entrando nel climaterio, esistono tanti esempi, modelli di donne di successo, riuscite, affascinanti: donne politiche, intellettuali, donne riuscite nel mondo del lavoro, donne coraggiose che si impegnano per un mondo migliore. Io lo vedo nel mio campo. Quando ero giovane la filosofia era un’arena praticamente solo maschile. Oggi le migliori filosofe al mondo, le più riconosciute, sono donne. È bello sentire l’emozione di poter fare innamorare un uomo con la propria testa, non la propria faccia: con l’autorevolezza, lo stile, l’eleganza, la sprezzatura. Ci vogliono modelli di donne in menopausa che abbiano un’immagine sociale affascinante ma nuova, in cui la seduzione non passi solo da una bella faccia, ma dal peso dell’esperienza, il fascino del tempo, l’entusiasmo, la seduzione vera.

-Infine, vorrei chiederle qualche considerazione sulla cosiddetta ingiustizia epistemica.  Cosa si può fare in concreto, nel caso della menopausa, per superare il muro di un pregiudizio che si somma agli altri ostacoli strutturali che incontra la donna nella sua esistenza?

-Il concetto di ingiustizia epistemica, formulato dalla filosofa Miranda Fricker, è uno dei più fecondi nella filosofia contemporanea. Indica situazioni in cui esiste un deficit di credibilità: una persona non è creduta, o è creduta meno perché è donna o perché appartiene a una minoranza o per altri motivi. Credo che nel caso della menopausa ci sia ancora molta ingiustizia epistemica: le donne spesso non sono ascoltate dai loro medici: i sintomi non sono presi sul serio e i medici stessi spesso non sanno come rispondere alle domande delle pazienti sui vari sintomi del climaterio. Inoltre, la ricerca più recente sulle cure ormonali, il famoso trattamento sostitutivo, non è spesso comunicata alle pazienti che non possono prendere decisioni informate su cosa fare. Tutto questo deve evolvere con una maggiore preparazione medica sull’argomento e una maggiore consapevolezza del climaterio nelle pazienti.

L’ingiustizia epistemica è anche a livello esistenziale: una donna che si dichiara pronta ad assumere con entusiasmo una nuova fase della vita è spesso riportata alla nostalgia di una sua immagine antica, di donna giovane, che è quello che gli altri vogliono vedere in lei. Non le si crede se dice per esempio, di essere entrata in una fase nuova, bella, positiva e seduttiva della vita. La si rinvia spesso all’immagine di “donna scaduta”. Questi stereotipi devono evolvere, e succederà grazie alla sempre maggiore presenza di donne nuove, trasformate dall’esperienza femminile, che sappiano essere modelli positivi per le più giovani e che sappiano dire agli uomini: “Guardami, ascoltami: sono qui, sono diversa e uguale insieme, sono più forte e più interessante, non cercare quella di prima, perché la donna che sono diventata oggi è meglio!”.


Gloria Origgi

La donna è mobile

Filosofia della menopausa

2025 Einaudi Editore

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