EXAGERE RIVISTA - Marzo - Aprile 2024, n. 3-4 anno IX - ISSN 2531-7334

La vita, finta o immaginata, può essere un modello per la vita vera. Intervista a Maurizio Ferraris

di Gianfranco Brevetto

A volte bastano cose banali, ma non per questo meno dolorose, come una malattia o la frattura di un òmero per indurci a una pausa di fronte ad un’esistenza, e non solo al corpo che appare uscito dai suoi cardini. Imparare a vivere del filosofo Maurizio Ferraris ci porta a riflettere sulla vita, sulla filosofia, sulla letteratura.

– Lei chiarisce sin dalle prime pagine, con grande sorpresa da parte dei suoi lettori più fedeli, che non si tratta di un libro di filosofia, bensì di un testo nel quale si discute intorno all’imparare a vivere. Perché questa scelta?

-Spero che la sorpresa non comporti costernazione. In tanti libri precedenti avevo accennato al nesso, bene assodato, tra vita e filosofia. Con Imparare a vivere ho cercato di portare esplicitamente a tema questa connessione, e di metterla almeno in parte in pratica, aprendo qualche spiraglio sulla mia vita. Ma, appunto, si tratta di spiragli, perché l’autobiografia è un tema scivoloso, insieme molto difficile (se lo si affronta in modo adeguato) e troppo facile, se ci si abbandona al racconto di sé, magari pettegolo.

-La vita non è letteratura, anche se il salto d’accento dall’òmero a Omèro è facile. Quando si scrive si è molto attenti e concentrati, mentre nella vita si è più sciatti. Inoltre il vissuto è irreversibile e non  la possiamo correggere, come possiamo fare con un testo scritto. Perché non teniamo conto di questo aspetto fondamentale della nostra esistenza?

-Mi sembra che ne teniamo conto, ampiamente, visto che è un aspetto fin troppo manifesto della nostra esperienza. Quante volte ci è capitato di sognare di riscrivere la nostra vita, ritornando indietro sino al momento in cui abbiamo fatto un errore… Ma non c’è niente da fare, quello che è stato è stato. Con la letteratura e la scrittura in genere tornare indietro, invece, è facile, basta possedere la buona volontà necessaria per riprendere in mano un testo e rimaneggiarlo. Lo sapeva molto bene Proust – ossia colui che ha notato che la scrittura richiede attenzione, mentre nella vita domina la sciattezza, proprio perché non si può correggere – è intervenuto capillarmente sui manoscritti e poi sulle bozze della Recherche, sapendo molto bene che, purtroppo, nella vita si è sciatti proprio perché non ci sono bozze da correggere. Simenon è ancora più radicale, ed è convinto che fare il “riparatore di destini” sia impossibile non solo nella vita, ma anche nella letteratura (del resto sappiamo che Simenon è un autore enormemente prolifico, capace di scrivere un libro alla settimana e dunque poco incline ai ripensamenti e alle riparazioni).

-Sempre seguendo questa contrapposizione tra la vita e la letteratura, dobbiamo ammettere, come lei fa, che esiste una vita vera, quella vissuta, ed una finta, quella che leggiamo, immaginiamo quella trasmessa da favole e miti. Può esistere un rapporto tra queste due vite? E di che tipo?

-La vita finta o immaginata può essere un modello per la vita vera. Leggiamo le azioni di grandi personalità esistite nella storia, o di personaggi esistiti solo nei romanzi, e desideriamo fare come loro o, in modo anche più insidioso, ci troviamo a fare come loro in modo del tutto inconsapevole. In questo caso il rapporto tra vita e letteratura non è di evasione (si legge per distrarsi rispetto ai pesi della vita), ma, per così dire, di invasione: si legge non per allontanarsi dalla vita, ma per darle una direzione, e la letteratura si proietta nella vita, si incarna, per così dire, nel senso che diventa carne e sangue, vita prima immaginata e poi vissuta.

-Tra i grandi narratori, lei definisce patologico il suo rapporto con Proust e la sua Recherche, un capolavoro di quasi quattromila pagine. Quale significato ha per lei la continua rilettura di questo romanzo?

-Non ne ho idea. Mi sono trovato a rileggere Proust tante volte dai quattordici ai trent’anni, e tutt’oggi mi chiedo perché. Di sicuro, visto che ero giovane, ci trovavo una fonte di ispirazione non per fare altra letteratura (per fortuna!) ma per immaginare la vita che mi aspettava. Da allora sono passati tantissimi anni, ho vissuto, ma c’è una stranezza che non posso non constatare. Il fatto cioè che moltissimi fatti che mi sono accaduti me li sono dimenticati, mentre quello che ho letto nella Recherche mi rimane impresso in maniera incancellabile, così che, almeno nel ricordo, la vita finta ha la meglio sulla vita vera.

-Le pagine del suo libro ci propongono, in un gradevolissimo procedere argomentativo, una dimensione possibile del nostro vissuto, in primo luogo più responsabili. Ma da cosa iniziare, in concreto, per  imparare a vivere?

-Se lo sapessi non avrei scritto questo libro, che è prima di tutto un esame dei tanti tentativi fallimentari che compiamo per imparare a vivere, giungendo, in moltissimi casi, alla conclusione che non abbiamo imparato a vivere. In questo senso, Imparare a vivere è l’opposto dei tantissimi manuali che si ripropongono di insegnare a vivere (e lo dico senza iattanza: ce ne sono di bellissimi, antichi e moderni). Spero che questo non sia un motivo per non leggerlo: un libro che ci mette in guardia circa l’illusione di imparare a vivere così come si impara a parlare inglese o a guidare l’automobile non è privo di utilità, perché ci libera dall’illusione, rovinosa e frustrante, che imparare a vivere sia un gioco da ragazzi. Non lo è: non è un gioco (è terribilmente seria) ed è un rovello per giovani e vecchi.


Maurizio Ferraris

Imparare a vivere

Laterza, 2024

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