di Maria Pecchinenda
Riflessioni a partire al libro di Steven Sloman, Il prezzo della certezza. Perché i nostri valori più radicati ci inducono in errore, Raffaello Cortina, Milano 2026
Tra i molti libri che negli ultimi anni hanno cercato di spiegare la polarizzazione politica, la diffusione della disinformazione e la crescente incapacità delle società democratiche di costruire un terreno comune di discussione, Il prezzo della certezza di Steven Sloman occupa una posizione particolare. A differenza di numerosi saggi dedicati alle fake news, ai social media o ai bias cognitivi, il nuovo lavoro del noto psicologo cognitivo americano non si limita a descrivere un sintomo, ma cerca piuttosto di individuare una trasformazione più profonda, che riguarda il modo stesso in cui noi esseri umani conosciamo il mondo.
Il libro – come sinteticamente scrive lo stesso autore nel capitolo introduttivo – intende analizzare “il modo in cui gli individui, così come le organizzazioni, le comunità e gruppi di altro genere, decidono cosa fare” (p. 12). Innanzitutto – chiarisce Sloman – la maggior parte di ciò che facciamo, la maggior parte delle scelte che compiamo, le facciamo senza pensare. Esse sono cioè il risultato di abitudini o di processi inconsapevoli. Uno degli obiettivi del lavoro è pertanto proprio quello di “mostrare come le nostre abitudini psicologiche siano una delle maggiori forze in campo nelle guerre culturali e nella polarizzazione dei nostri giorni: Ci basiamo troppo sui nostri valori sacri – egli sostiene – e meglio sarebbe se spendessimo di più il nostro tempo a riflettere e analizzare le conseguenze” (p. 10).
Ciò premesso, una delle tesi portanti del libro è che molte delle difficoltà che attraversano oggi le democrazie contemporanee non derivino dalla mancanza di informazioni, bensì dall’eccesso di certezze. Non soffriamo principalmente perché sappiamo troppo poco; soffriamo perché siamo troppo convinti di sapere abbastanza. Ma questa formulazione, da sola, rischierebbe di essere fuorviante. Essa potrebbe infatti suggerire l’ennesima variazione sul tema dell’irrazionalità umana.
In realtà, il contributo più originale di Sloman si trova altrove. Il prezzo della certezza non è, infatti, soltanto un saggio sulla polarizzazione politica, né un nuovo catalogo dei nostri errori cognitivi. È il punto di arrivo di una riflessione che, da almeno un decennio, sta contribuendo a ridefinire il rapporto tra psicologia cognitiva, neuroscienze sociali e sociologia della conoscenza.
Letto in questa prospettiva, il libro appare come un tentativo di comprendere almeno alcuni dei motivi che stanno alla base dell’attuale crisi della cognizione distribuita che sembra caratterizzare le società complesse.
Oltre la psicologia dei bias
Per comprendere l’originalità della proposta di Sloman può essere innanzitutto utile collocarla sullo sfondo della storia recente delle scienze cognitive. Per oltre quarant’anni la psicologia comportamentale è stata dominata dall’eredità di studiosi quali Daniel Kahneman e Amos Tversky. Come è noto, la loro rivoluzione teorica è consistita nell’aver mostrato che gli esseri umani si allontanano sistematicamente dai criteri della razionalità formale. Euristiche e bias producono errori prevedibili nelle nostre valutazioni, generando illusioni cognitive di ogni genere. L’immagine implicita era, pertanto, quella di un individuo isolato che prende decisioni in condizioni di incertezza e il problema fondamentale riguardava il funzionamento della mente individuale.
Negli anni più recenti, tuttavia, questo paradigma ha iniziato a mostrare i propri limiti. Sempre più studiosi hanno messo in luce che gli esseri umani non pensano quasi mai da soli. Le nostre decisioni dipendono da relazioni sociali, istituzioni, tecnologie, pratiche condivise e forme di cooperazione cognitiva che eccedono ampiamente il singolo cervello.
È precisamente in questo contesto che si colloca questo lavoro di Sloman. Il suo bersaglio teorico non è tanto l’errore individuale, quanto l’illusione di una sorta di autosufficienza epistemica.
La domanda fondamentale non è più, pertanto, “perché” sbagliamo, ma piuttosto: “come” facciamo a credere di sapere ciò che in realtà non sappiamo e che è distribuito tra moltissime persone?
L’illusione della conoscenza
Una tale “illusione della conoscenza” – sostiene Sloman – è legata all’idea secondo cui, generalmente, tendiamo a confondere quello che sanno gli altri con quello che sappiamo noi. In ogni società ci sono degli specialisti i quali possiedono una conoscenza approfondita di determinati argomenti di cui, solitamente, riusciamo ad appropriarci con poca fatica. “Il fatto di avere accesso a informazioni che si trovano nella mente di altre persone ci inganna, poiché pensiamo così di possederle in prima persona. Dopotutto ci siamo evoluti in tribù. Il pensiero, il ragionamento e il processo decisionale sono tutte funzioni che traggono beneficio dal considerare molteplici prospettive, sfruttando conoscenze di molte persone. Dunque, i nostri antenati pensavano in maniera collettiva. Continuiamo a farlo; non pensiamo mai da soli.” (p. 9).
Insomma, noi comprendiamo il funzionamento del mondo molto meno di quanto crediamo. Quando siamo invitati a spiegare in dettaglio il funzionamento di oggetti, istituzioni o processi che riteniamo familiari, scopriamo rapidamente che la nostra conoscenza è molto più superficiale del previsto.
La ragione – come prova a spiegare l’autore – non è che siamo particolarmente ignoranti. È che il sapere umano è organizzato collettivamente. Nessuno comprende realmente da solo il funzionamento di una moderna economia di mercato, di una rete elettrica, di internet, di un vaccino o di un sistema giuridico. Ciò che chiamiamo conoscenza dipende da una complessa divisione cognitiva del lavoro che distribuisce competenze specializzate tra individui e istituzioni.
L’intelligenza umana, in altri termini, non è una proprietà esclusiva dei cervelli individuali. È una proprietà emergente di reti sociali. Il prezzo della certezza sviluppa così l’idea che non soltanto sappiamo meno di quanto crediamo, ma siamo anche convinti che le nostre convinzioni meritino una fiducia molto maggiore di quella che saremmo in grado di giustificare.
La cognizione distribuita: fiducia, dipendenza e fragilità epistemica
È in relazione a questo tema che il libro rivela la sua collocazione teorica più originale, dialogando con una tradizione di pensiero assai controversa: quella della cognizione distribuita.
A partire dagli anni Novanta, alcuni studiosi hanno sviluppato l’idea secondo cui i processi cognitivi non possono essere compresi limitandosi a osservare ciò che accade in un cervello autonomo e isolato. Pensare significa operare all’interno di sistemi composti da persone, strumenti, linguaggi, procedure e istituzioni. Le nostre credenze politiche, scientifiche e morali sono il risultato di una continua cooperazione cognitiva che coinvolge esperti, media, università, istituzioni e comunità di appartenenza. La mente individuale assomiglia, così, meno a una biblioteca e più a un nodo all’interno di una rete.
Da questo punto di vista, la questione della certezza assume un significato completamente nuovo. L’errore, infatti, non consiste semplicemente nel possedere informazioni sbagliate, ma nel dimenticare che ciò che sappiamo dipende strutturalmente dagli altri.
Una delle implicazioni più profonde del libro riguarda pertanto il ruolo della fiducia. Le società moderne funzionano grazie a enormi quantità di fiducia epistemica. Ogni giorno ci affidiamo a persone di cui non possiamo verificare direttamente le competenze. Crediamo agli ingegneri quando attraversiamo un ponte, ai medici quando assumiamo un farmaco, agli scienziati quando accettiamo una teoria fisica. La conoscenza moderna è possibile soltanto perché nessuno è costretto a ricostruire autonomamente ogni sapere.
Questa dipendenza, tuttavia, genera una tensione fondamentale: più la conoscenza diventa distribuita, più aumenta il rischio che gli individui confondano il sapere della comunità con il proprio sapere personale. È precisamente da questa confusione che nasce l’illusione della comprensione.
Il libro di Sloman suggerisce, a tal proposito, che qualcosa di analogo accade anche sul piano morale e politico. Le nostre certezze appaiono solide non perché derivino da una riflessione individuale approfondita, ma perché sono sostenute da reti di appartenenza che conferiscono loro stabilità e legittimazione. La certezza è dunque un fenomeno sociale prima ancora che individuale.
Neuroscienze della certezza
Sebbene il volume non appartenga all’ambito dell’attuale letteratura neuroscientifica, molte sue intuizioni risultano particolarmente interessanti alla luce degli sviluppi più recenti della ricerca sul cervello sociale. Negli ultimi due decenni è emerso con crescente chiarezza come la mente umana si sia evoluta per operare in ambienti cooperativi. Identità, apprendimento, imitazione e appartenenza non rappresentano aspetti periferici della cognizione, ma ne sono condizioni fondamentali.
Le certezze non svolgono soltanto una funzione descrittiva, ma anche una funzione affettiva e sociale. Ridurre l’incertezza, rafforzare l’identità del gruppo e stabilizzare le aspettative rappresenta un vantaggio psicologico considerevole. In questa prospettiva la certezza appare come una forma di equilibrio cognitivo.
Il problema nasce quando tale equilibrio diventa impermeabile alla revisione. Alcune delle più influenti teorie contemporanee sul cervello, come il paradigma del predictive processing associato a Karl Friston, descrivono la cognizione come un continuo processo di costruzione e aggiornamento di modelli del mondo. L’apprendimento dipende dalla capacità di correggere tali modelli alla luce di nuove informazioni. Il libro di Sloman può essere letto in tal senso come una riflessione sulle condizioni sociali che rendono possibile oppure impediscono questo aggiornamento. Le comunità umane costruiscono modelli condivisi della realtà. Quando tali modelli diventano troppo rigidi, la capacità di apprendere si riduce. La certezza assoluta rappresenta allora una sorta di blocco del processo inferenziale.
Una prospettiva sociologica
Ma è forse nel confronto con la sociologia della conoscenza che emerge con maggiore chiarezza l’importanza teorica del libro. Da Peter Berger e Thomas Luckmann fino a Ludwik Fleck e Thomas Kuhn, una parte significativa del pensiero del Novecento ha insistito sul carattere sociale della conoscenza. Ciò che una comunità considera ovvio, razionale o evidente dipende da processi storici e istituzionali che raramente vengono percepiti dai soggetti coinvolti. Sloman sembra offrire, a tal proposito, una versione cognitiva e sperimentale di questa intuizione. Le convinzioni non si formano soltanto perché gli individui raccolgono dati e li elaborano razionalmente, ma si formano all’interno di ambienti sociali che definiscono cosa debba essere considerato credibile.
Considerato da questa prospettiva, ciò che appare come una certezza personale può essere visto come il risultato di una lunga catena di mediazioni collettive. In questo senso il libro realizza un’interessante convergenza tra discipline tradizionalmente separate.
Una teoria cognitiva della democrazia
Su questo sfondo diventa più comprensibile anche la diagnosi politica proposta da Sloman. Secondo l’autore, molte controversie contemporanee diventano particolarmente difficili da risolvere quando vengono trasformate in conflitti morali assoluti.
A questo punto la discussione smette di riguardare conseguenze, costi e benefici, per diventare una questione soprattutto identitaria. Le convinzioni cessano di essere ipotesi da valutare e si trasformano in simboli di appartenenza. Ogni critica viene percepita come una minaccia; ogni forma di dissenso appare come un’offesa; ogni richiesta di confronto come una forma di aggressione. Il risultato è una progressiva riduzione della flessibilità cognitiva necessaria per affrontare problemi complessi.
Da qui il significato profondo del titolo: il prezzo della certezza non è soltanto l’errore, ma la perdita della capacità di apprendere.
Le implicazioni politiche di questa prospettiva sono particolarmente significative. Se la conoscenza è distribuita e se nessun individuo possiede una comprensione completa dei problemi collettivi, allora la democrazia può essere interpretata anche come un dispositivo cognitivo.
Il suo valore non deriva soltanto da principi normativi come la libertà o l’uguaglianza, ma anche dalla capacità di mettere in comunicazione prospettive differenti e di correggere errori individuali attraverso processi collettivi di deliberazione. Come è noto, infatti, i sistemi democratici funzionano meglio quando gli individui riconoscono la propria dipendenza cognitiva dagli altri e sono destinati a disgregarsi quando la certezza rende impossibile il confronto reciproco. In questo senso, il libro di Sloman può essere letto come una difesa indiretta dell’umiltà epistemica quale virtù pubblica fondamentale.
Conclusioni
L’aspetto più originale del libro emerge forse proprio qui. Per molti anni la psicologia cognitiva ha studiato gli errori della mente individuale. Sloman ci invita a guardare altrove. La vera questione non è che gli esseri umani siano irrazionali. È che la loro intelligenza è intrinsecamente collettiva. La straordinaria capacità della nostra specie di comprendere il mondo deriva dalla cooperazione cognitiva. Ma la stessa cooperazione che rende possibile la conoscenza può produrre anche le sue illusioni più pericolose. La certezza non nasce malgrado la nostra dipendenza dagli altri ma attraverso di essa. Più il sapere diventa distribuito, più diventa facile dimenticare quanto poco ciascuno di noi conosce realmente.
Anche per questa ragione, Il prezzo della certezza merita di essere letto non soltanto come un libro sulla polarizzazione politica o sulla psicologia morale, ma soprattutto come una riflessione sulla natura sociale della mente e sulle fragilità cognitive emergenti all’interno delle società complesse. Il suo contributo più importante consiste nel ricordarci che la conoscenza umana è sempre un’impresa collettiva e che il pensiero critico non nasce dalla convinzione di avere ragione, ma dalla consapevolezza di dipendere continuamente gli uni dagli altri per comprendere il mondo. In un’epoca che tende a premiare le opinioni forti, le identità impermeabili e le certezze immediate, questa potrebbe apparire come una conclusione modesta. A ben vedere, tuttavia, è possibile che essa contenga molti preziosi suggerimenti utili ad un più armonioso sviluppo del dibattito e della ricerca scientifica sul comportamento umano.
Steven Sloman
Il prezzo della certezza. Perché i nostri valori più radicati ci inducono in errore,
Raffaello Cortina, Milano 2026