di Federica Biolzi
Stato e controllo sociale sono due concetti chiave del discorso socio-criminologico. se guardiamo alla cronaca di tutti i giorni, quella che continuamente ci viene rimandata dai media, possiamo con certezza dire che fanno parte delle nostra quotidianità. Dario Melossi, docente di criminologia all’ateneo di Bologna, in occasione dell’uscita del suo volume Stato, controllo sociale, devianza Una ricostruzione tra Europa e Stati Uniti ( Il Mulino), ne ha parlato con noi.
–La rappresentazione del crimine e della criminalità hanno da sempre subito delle trasformazioni che vanno ad impattare la concezione dell’ordine sociale nei diversi Stati. Quali sono i punti cardine in Italia ed in Europa e quali le differenze con gli Stati Uniti d’ America?
Ho trascorso molti anni negli Stati Uniti, dove ho conseguito il dottorato presso l’Università della California a Santa Barbara, e successivamente ho iniziato la mia attività di insegnamento nel sistema dell’Università della California, in particolare nel campus di Davis. Proprio durante il mio dottorato, ho cercato di tematizzare una differenza fondamentale tra la tradizione europea e quella americana. Il lavoro di ricerca, incentrato sul concetto di controllo sociale, è stato poi pubblicato nel 1990 (The State of Social Control, Polity) e, in Stato, controllo sociale, devianza, ne rimangono tracce in quelle che ho chiamato “Considerazioni su stato e controllo sociale”. Sebbene non sia mai stato tradotto integralmente in italiano, alcune sue linee teoriche sono confluite in questo testo e in altri.
Il quadro teorico che intendo delineare si fonda essenzialmente su due concetti cardine del discorso socio-criminologico: lo “Stato” e il “controllo sociale”. Nelle mie elaborazioni ho cercato di ricostruire due diverse concezioni dell’ordine sociale, radicate rispettivamente nell’esperienza europea — in particolare italiana — e in quella statunitense.
Nel contesto europeo, l’idea di ordine sociale appare storicamente fondata su una concezione statuale, così come elaborata dalla filosofia politica e dalla teoria giuridica: lo Stato si configura come il principale principio ordinatore, in una prospettiva top-down, tipica della tradizione giuridico-filosofica continentale.
Al contrario, nel contesto statunitense — soprattutto nel corso del XX secolo e nello sviluppo della democrazia americana — emerge un paradigma differente, nel quale il concetto centrale è quello di controllo sociale. In questo caso, l’ordine sociale si concepisce costruito prevalentemente attraverso le interazioni quotidiane, le pratiche sociali e i processi comunicativi. Assume quindi un ruolo cruciale la dimensione discorsiva e relazionale, così come la formazione del consenso, elementi strettamente connessi al processo democratico.
Oggi, tuttavia, questa contrapposizione teorica appare meno netta e, per certi versi, problematica. Da un lato, infatti, osserviamo negli Stati Uniti dinamiche politiche che sembrano riproporre una concezione dell’ordine di tipo verticale e autoritativo, più vicina a modelli statuali forti. Dall’altro lato, resta comunque un tratto strutturale della tradizione americana, una certa diffidenza nei confronti dell’idea di Stato in senso europeo: lo Stato è storicamente identificato con il governo federale, e il federalismo rappresenta un elemento costitutivo e distintivo dell’esperienza statunitense. In questo senso, le tensioni contemporanee tra governo federale e singoli Stati — come nel caso di realtà rilevanti quali New York o la California — ripropongono una questione federale che ha importanti implicazioni anche sul piano politico e istituzionale. Parallelamente, nel contesto europeo si osserva una crescente rilevanza di quegli elementi — interazione, comunicazione, costruzione del consenso — che avevo originariamente associato al modello americano. Ciò risulta evidente, ad esempio, nelle difficoltà legate alla costruzione di una “sfera pubblica” europea, come la chiamava Jürgen Habermas. La formazione di un discorso pubblico condiviso, ostacolata anche da fattori linguistici e comunicativi, rappresenta una sfida cruciale per l’integrazione europea.
Alla luce di questi sviluppi, si potrebbe ipotizzare un parziale rovesciamento dello schema originario: l’Europa appare sempre più attraversata da dinamiche di costruzione consensuale dell’ordine sociale, mentre gli Stati Uniti sembrano, oggi, riscoprire logiche più verticali e statuali. Resta tuttavia aperta una questione interpretativa: esperienze politiche recenti, come quella associata alla presidenza di Donald Trump, devono essere considerate come fenomeni contingenti — una sorta di “parentesi” o di “fuoco di paglia” — oppure come segnali di trasformazioni più profonde? Non si può escludere che tali dinamiche possano anche agire come fattori di riattivazione e rinnovamento della democrazia americana. Si tratta, evidentemente, di interrogativi aperti, la cui risposta potrà emergere solo nel tempo, ma che risultano fondamentali per orientare la riflessione teorica sul rapporto tra Stato, controllo sociale e ordine democratico.
–Nei momenti di crisi e allarme sociale, devianza e controllo sociale, come interagiscono tra loro nella produttività di un sistema penale efficace?
Mi permetta innanzitutto di esprimere un certo scetticismo rispetto all’espressione “sistema penale efficace”, un tema che affronto frequentemente anche con i miei studenti. Nella conclusione del mio lavoro, sostengo che una concezione realistica del sistema penale debba confrontarsi non tanto con l’obiettivo – in larga misura irrealistico – di eliminare la criminalità e la devianza, quanto piuttosto con la loro persistente riproduzione.
Le forme della criminalità, infatti, sono intrinsecamente legate alla struttura della società in cui emergono. In questo senso, la società tende a riprodurre nel tempo anche le forme di devianza che essa stessa ha generato. Tale prospettiva contrasta con il senso comune della penalità, ma rappresenta uno degli esiti fondamentali dell’analisi sociologica del fenomeno criminale.
Si potrebbe parlare, a questo proposito, di una certa “vischiosità” sia del sistema penale sia del fenomeno criminale. Già nell’Ottocento, sociologi come Émile Durkheim avevano osservato la sorprendente stabilità di alcuni fenomeni sociali, come il suicidio o l’omicidio, all’interno delle stesse giurisdizioni nel corso del tempo.
Un esempio significativo è rappresentato dal contesto italiano, dove il numero di omicidi è assai basso, attestandosi intorno ai 300-400 casi annui. Se confrontiamo questi dati con quelli di una città come Oakland, che ha dimensioni paragonabili a Bologna ma registra circa 150 omicidi all’anno, emerge chiaramente come i livelli di criminalità siano profondamente legati al contesto sociale. Pur con variazioni annuali anche significative (ad esempio, del 10-15%), tali fenomeni tendono a mantenersi entro determinati limiti strutturali.
All’interno di ciascun sistema sociale, dunque, operano meccanismi di produzione e riproduzione della criminalità e della devianza che si rinnovano nel tempo e che sono propri di quel determinato contesto.
Se consideriamo più da vicino il caso italiano negli ultimi cinquant’anni, possiamo individuare diverse fasi caratterizzate da specifiche forme di allarme sociale: il terrorismo negli anni Settanta e nei primi anni Ottanta; la criminalità organizzata tra la fine degli anni Ottanta e i Novanta; il fenomeno della corruzione emerso con Mani Pulite; e, infine, a partire dagli anni Novanta, la centralità del tema dell’immigrazione nel dibattito pubblico.
Tutti questi fenomeni hanno svolto un ruolo rilevante non solo sul piano materiale, ma anche su quello simbolico, contribuendo a riaffermare, in modi diversi, la continuità e la solidità delle istituzioni. Le modalità con cui tali crisi sono state affrontate riflettono orientamenti politici, ideali e valutativi differenti, legati ai contesti storici e agli equilibri politici del momento.
Nel caso del terrorismo e della criminalità organizzata, si può parlare di un effettivo consolidamento dell’esperienza democratica. Nel caso di Mani Pulite, invece, si può intravedere un tentativo di rinnovamento, spesso interpretato anche alla luce del mutato contesto internazionale seguito alla fine della Guerra fredda e al venir meno della contrapposizione tra blocchi.
Diversamente, nel caso dell’immigrazione, il discorso pubblico appare spesso caratterizzato da dinamiche di reazione e da tendenze di arretramento rispetto a precedenti aperture e processi di rinnovamento democratico. Su questo tema, inoltre, le posizioni politiche risultano frequentemente trasversali e non sempre nettamente distinguibili.
–I cambiamenti sociali e politici a cui abbiamo assistito dagli anni ’70 ad oggi, mettono in evidenza una concezione sempre più negativa della migrazione. Stiamo infatti assistendo a processi di criminalizzazione dei migranti, visti come alterità deviante. Quali le ricadute nell’ambito del controllo sociale e nella conseguente erogazione delle pene?
Nell’ultima parte del libro viene dedicato un capitolo alla “criminalizzazione” dell’immigrazione. Nella mia ricerca mi sono molto soffermato su queste tematiche ed anche nel lavoro con i miei studenti ho approfondito questi aspetti. In merito mi sento di citare un mio scritto Crime punishment and migration (SAGE, 2015), non tradotto in italiano, dove ho cercato di riassumere ed elencare le varie teorizzazioni criminologiche e sociologiche della devianza sul tema dell’immigrazione.
Mi sembra che il modo con cui questo tema sia stato affrontato in Italia, dagli anni 90 in poi, sia stato alla luce di una irresponsabile strumentalizzazione politica, gettando alle ortiche il futuro del nostro paese in cambio del proverbiale piatto di lenticchie elettorale. Quello che ci dicono i demografi è che la diminuzione della popolazione italiana è drastica. Infatti, la questione del decremento demografico e quindi la diminuzione della popolazione (anche con la presenza degli immigrati), comporta paradossalmente il bisogno di milioni e milioni di immigrati e quindi fin dall’inizio sarebbe stata necessaria una gestione razionale del fenomeno, soprattutto nel senso della preparazione dell’opinione pubblica.
Reali politiche di immigrazione e accoglienza, avrebbero probabilmente permesso anche una maggiore governabilità del fenomeno, invece per un misto di impreparazione (a sinistra) e di calcolo elettorale (a destra) si è preferito giocare la carta della paura e della criminalizzazione, con risultati disastrosi.
È interessante osservare come queste paure scompaiano quando ce ne sono di reali. Nei periodi nei quali era presente una forte preoccupazione per fenomeni reali che riguardavano la quasi generalità dei consociati, come l’economia nella grande recessione del 2009-2010, o la pandemia nel 2020, le preoccupazioni per criminalità e migrazioni hanno teso a dileguarsi, per poi riapparire una volta che i motivi seri fossero rientrati (forse oggi la paura della guerra giocherà un ruolo analogo).
Inoltre, nel mio testo metto in evidenza come Richard Nixon, nel corso della sua presidenza, iniziò un lavoro minuzioso di costruzione di una propaganda politica basata sul concetto di “legge e ordine”. Nixon fu il primo che nel contesto americano costruì questa propaganda basata sulla preoccupazione per la criminalità delle minoranze etniche ed afroamericane, una strategia politica di cui le destre avrebbero sicuramente fatto tesoro per circa un mezzo secolo seguente. Leo Cheliotis, in un articolo recente, ha mostrato infatti, anche sulla base di documentazione venuta da poco alla luce, la determinazione con la quale il gruppo dirigente repubblicano di Nixon cominciò a costruire la tematica dell’insicurezza. In particolare, ha mostrato come gli sforzi propagandistici prendessero a bersaglio la classe operaia bianca, di origine europea immigrata, perché vedevano come il tema della legge e ordine potesse essere favorevolmente recepito da strati sociali operai, tradizionalmente democratici, che erano stati ben disposti in passato verso pregiudizi razzisti, soprattutto nei confronti degli afroamericani. Questi pregiudizi però non potevano essere enunciati apertamente negli anni della lotta per i diritti civili, ma erano il sottotesto della propaganda repubblicana sulla criminalità, specie nei ghetti dei centri urbani delle grandi città americane, che costituivano infatti luoghi privilegiati del tipo di criminalità verso la quale si dirigeva l’attenzione della polizia e dei mass-media. Questi ghetti spesso si trovavano al confine delle zone abitate dalla classe operaia bianca di origine europea immigrata, a New York, a Philadelphia, a Boston. Questi erano e diventavano il fulcro dell’attenzione anche e soprattutto al fine di spostare l’orientamento politico di quelle fasce sociali, dai democratici ai repubblicani. Se Nixon non poté usufruire di tale strategia, gli si deve riconoscere tuttavia il primato di una grande intuizione politica, che ha viaggiato per parecchi anni in tanti paesi, sostenendo le fortune elettorali di gruppi politici di centro e di destra di ogni tipo e colore, sino a raggiungere la periferia dell’impero con la c.d. “Bestia” di Matteo Salvini. Strategie alle quali spesso non si sarebbero sottratte anche formazioni politiche di centrosinistra.
Non vi è dubbio che la preoccupazione fosse reale e soprattutto per motivi per così dire strutturali, di composizione demografica. Quello della criminalizzazione è stato comunque un elemento cruciale, che va a fondersi con un discorso più generale sulla costruzione di consenso e di egemonia sia nel contesto europeo, sia nel contesto nordamericano anche, se in maniera diversa nei due contesti. Infatti, come dicevo, la trasformazione nella composizione sociale aveva reso ampi strati della popolazione non più insicuri, forse, ma certamente antropologicamente più sensibili al tema della insicurezza. Questo spiega anche come mai nei sondaggi, la preoccupazione per la società in generale o per la città è sempre superiore alla preoccupazione per il quartiere dove si vive o per la propria sicurezza, opinioni maggiormente basati sulle proprie esperienze personali. Un elemento cruciale, quello della criminalizzazione, che va a fondersi con un discorso più generale sulla costruzione di consenso e di egemonia, sia nel contesto europeo, sia nel contesto nordamericano, anche se in maniera diversa nei due contesti.
–Il carcere quale luogo dove scontare una pena detentiva, nacque come meccanismo “di Inclusione” e di recupero del criminale. Possiamo definirlo ancora tale o sta prevalendo un concetto più mirato e finalizzato all’esclusione in senso generale?
La sua domanda mi riporta ad una delle mie prime pubblicazioni, con Massimo Pavarini, Carcere e fabbrica, nel 1977, recentemente ripubblicata dal Mulino a quarant’anni dalla sua uscita. Questo lavoro rappresenta un punto di partenza fondamentale per comprendere la funzione storica e sociale del carcere. Il tema secondo me è quello dell’inclusione, ma Il carcere è sempre stato pensato come luogo di inclusione sì, ma subordinata, come uno strumento che in un certo senso insegna a essere subordinati, mettendo anche soprattutto l’accento sulla disciplina, un concetto fondamentale che troviamo sia nella nostra ricostruzione sia nel concetto di disciplina elaborato da Michel Foucault in Sorvegliare e punire (1975). Secondo questa prospettiva, il carcere, infatti, non è semplicemente un luogo di recupero, bensì uno strumento che educa alla subordinazione. In altre parole, l’istituzione carceraria tende a formare individui capaci di adattarsi a strutture gerarchiche e disciplinari, piuttosto che soggetti realmente autonomi. La disciplina, come elemento centrale del discorso carcerario, si presenta formalmente come uno strumento di rieducazione, ma in realtà funziona come un meccanismo che abitua l’individuo alla subordinazione, analogamente a quanto avveniva nella fabbrica industriale. Anche quando il carcere offre attività lavorative o formative, il problema non è tanto l’acquisizione di competenze utili, quanto l’interiorizzazione di un modello di comportamento basato sull’obbedienza e sull’adattamento.
Possiamo pensare quindi al carcere come strumento di rieducazione alla subordinazione, ma questo porta a una tensione profonda con i principi della nostra Costituzione. In particolare, l’articolo 27, comma 3, stabilisce che la pena deve tendere alla rieducazione della persona condannata. Tuttavia, se la rieducazione si traduce in una mera educazione alla subordinazione, si entra in conflitto con l’idea costituzionale di persona come soggetto autonomo di diritti. La Costituzione, soprattutto nella sua prima parte, promuove infatti un modello di cittadino libero e titolare di diritti, non semplicemente che si adatta a una posizione subordinata.
Da qui emerge un interrogativo cruciale: è possibile considerare il carcere uno strumento coerente con il dettato costituzionale? E ancora, possiamo davvero ritenere legittima una rieducazione che si risolve in un addestramento alla subordinazione? Queste domande ci conducono a mettere in discussione la stessa costituzionalità della pena detentiva, che peraltro non è esplicitamente prevista nella Costituzione.
Recentemente ho scritto un piccolo saggio nel testo a cura di La Torre e Barnao, Il ritorno della crudeltà (Milieu Ed., 2025), dove sostengo che il carcere non è costituzionalizzato, ad es. la pena detentiva nella carta costituzionale non è neppure menzionata. Purtroppo, la gestione del fenomeno carcerario è completamente in balia del simbolismo politico, con timide aperture con governi di sinistra e corse alla chiusura (letterale) con la destra, come sta avvenendo oggi. Come fece Basaglia con la chiusura dei manicomi, forse dovremmo prendere sul serio la nostra Costituzione, dovremmo cominciare a porci il problema, se la stessa pena detentiva, e quindi la forma del carcere, non debba essere superata e rivista. Chiaramente un discorso che nella realtà odierna sembra complicato e difficile. Attualmente si assiste ad un aumento delle pene anche rispetto ai minori ed in generale si assiste ad un sovraffollamento delle presenze nel carcere ed anche negli istituti penali minorili.
Le condizioni di vita all’interno delle carceri risultano spesso degradanti, con celle sovraffollate e lunghi periodi di isolamento, fattori che contribuiscono a generare frustrazione e disagio, come dimostra anche l’aumento dei suicidi tra i detenuti.
Di fronte a questo scenario, appare necessario ripensare profondamente il sistema penale. Non si tratta soltanto di migliorare le condizioni detentive, ma di avviare un processo di trasformazione più radicale, che punti a superare progressivamente la centralità del carcere. La vera riforma può iniziare con forme alternative alla pena, che vanno “oltre le mura” dell’istituzione carceraria, mettendo al centro modelli più coerenti con il principio di autonomia e dignità della persona, come sancite dalla nostra Costituzione.
Dario Melossi
Stato, controllo sociale, devianza: teorie criminologiche e società tra Europa e Stati Uniti.
2025, Il Mulino Manuali Editore