EXAGERE RIVISTA - ottobre - novembre - dicembre 2025, n. 10-11-12 anno X - ISSN 2531-7334

L’identità di confine come chiave dell’identità europea. Intervista a Giustina Selvelli

di Gianfranco Brevetto

Il confine a est dell’Italia è stato teatro di vicende di non poco conto per la storia italiana e europea. Eppure questi accadimenti sono stati sottoposti a un meccanismo di rimozione, spesso voluto, che ha pesato, in primo luogo,  sulle esistenze di molti italiani e sloveni.

Giustina Selvelli, antropologa ricercatrice all’Università di Ljubljana, dedica a questo territorio affascinante e marginalizzato, il suo ultimo lavoro Capire il confine (Gorizia e Nova Gorica: lo sguardo di un’antropologa indaga la frontiera), un libro che chiarisce molti dubbi e pone altrettante domande.

Un testo ricco, stimolante pieno di spunti, non saprei proprio da dove iniziare. Diciamo che mi sono apparsi, da subito più piani di lettura, difficili da sviluppare in una sola intervista. C’è un piano storico-geografico, linguistico, politico, c’è quello identitario, socio- antropologico, della memoria ma anche quello personale, biografico. Un confine, quello che lei analizza, Italia-Slovenia, che è fatto di una storia articolata, complessa, forse ignorata da molti italiani, che si studia molto marginalmente nelle scuole.  Lei insiste molto sul termine margine, nella doppia accezione di confine e marginalità, si propone d’indagare su questo margine, un attraversamento di mondi.

– Essere attenti ai margini implica vedere il loro potenziale in termini di passaggio verso qualcos’altro: la possibilità di essere attraversati e di scoprire ciò che rimane invisibile alla narrazione dominante. Ascoltare le voci quindi chi sta ai margini comporta coltivare una sensibilità per ciò che è stato oppresso dominato, relegato. Occorre, dunque, guardare al nostro confine come una serie di narrazioni e di storie, di vicende che sono rimaste ai margini oppure sono state espropriate da un centro. Nel mio libro ho cercato di esprimere la mia allergia verso la centralizzazione, nei confronti dell’idea di omogeneizzazione dell’identità, di falsificazione artificiale di un’identità uniformata in un unico principio ovvero quello nazionale. Ho cercato di esprimere questa mia sensibilità verso le minoranze, alla loro vulnerabilità proprio perché sono a rischio di essere assimilate alla narrazione del centro. Dall’altra parte il margine è proprio il rischio della frontiera chiusa, dell’azione difensiva del dover ostentare in qualche modo la chiusura di un’identità, l’espressione di una fobia per Oriente che cela complessi di superiorità. Moltissimi paesi, come anche l’Italia, non hanno mai fatto i conti davvero con il proprio passato recente.

– Prima accennavo anche a questo aspetto biografico, alla sua infanzia sul confine tra Messico e Stati Uniti. Lei ha vissuto questa bellissima esperienza di crescere su un doppio confine, cosa ha significato?

– La mia vita identitaria è stata più complicata proprio per il fatto che ho dovuto mettere in discussione fin dall’inizio la possibilità di un’appartenenza univoca. Fin da piccola ho iniziato a indagare in termini critici proprio l’idea stessa di identità e quindi di nazione, di monolinguismo eccetera. Vivere su più confini mi ha permesso di coltivare questa sorta di vocazione alla ricerca, all’esplorazione e anche al sapere antropologico, una sensibilità che ho sviluppato già da bambina attraverso questa possibilità di passaggio fra più mondi. L’attraversamento dei confini che vivevo quotidianamente, ovvero il confine tra Italia e Jugoslavia, poi Slovenia e quello tra Messico Stati Uniti durante l’estate, è stato per me un modo di mettere in discussione l’idea di compattezza, omogeneità e affascinarmi al contatto fra culture. Il notare quanto questi luoghi fossero stati segnati da pratiche di contatto, di ibridazione, in grado di sovvertire la narrazione dominante. 

– Una narrazione figlia dell’idea di Stato-nazione, idea che ha portato a due guerre mondiali e che speriamo, guardando anche all’attualità, non faccia altri danni. Guerre non solo di armi ma anche di odi razziali, di penalizzazioni e barriere commerciali, tutte basate sull’idea di fondo di confine. Ha ancora senso parlare di confine?

– Il confine è qualcosa di già superato e col quale continuiamo a fare i conti. Oggi il confine ci impedisce di esprimere un potenziale maggiore, siamo schiavi di questo concetto e non riusciamo a venirne fuori. Non riusciamo a concepire un’alternativa all’idea di Stato-nazione che è qualcosa di assolutamente artificiale che non apparteneva né ai nostri territori di confine ma neanche alla maggior parte dei luoghi del mondo.  Non esistono luoghi monolingui, monoculturali: è un’imposizione che derivata dalle ideologie dell’Ottocento. Il confine è qualcosa che ci ricorda il peso del nostro passato. Dovremmo iniziare a immaginare alternative possibili, utopie possibili, visto che non siamo stati in grado ancora di creare un’alternativa. Nel caso del confine tra Italia e Slovenia, parliamo di popolazioni che hanno subito persecuzioni, negazioni, rimozioni delle proprie stratificazioni identitarie, di un’identità plurima, quindi non singola, sradicata dal filo della nostra storia comune. Vie è stata poi la distruzione di simboli come il Trgovski Dom, come di tutto quello che rappresenta un elemento di resilienza. Cosa che è perdurata fino ai nostri giorni, ad esempio negando la possibilità di utilizzare segnali bilingui quindi proprio la stessa legittimazione visuale di una presenza in luoghi pubblici, nella città, nello spazio condiviso.

– Nel suo libro lei mette in rilievo anche di pratiche di contatto spontanee, reali, alcune favorite proprio dal periodo del COVID, partendo proprio dal piazzale della Transalpina, spazio in comune tra i due paesi. Cosa hanno significato questi momenti comuni?

–  Proprio nei momenti in cui l’imposizione del confine come limite viene resa più dolorosa e portata avanti da pratiche top down, cioè dall’alto, proprio in quei in quei momenti il potenziale sovversivo e utopico del confine si manifesta. Narro nel libro di questa spontanea manifestazione che si è tenuta a luglio del 2019, quando appunto le autorità paventavano la chiusura dei confini e la creazione di un muro, un’ipotesi traumatica nei nostri luoghi alla sola idea che potesse concretizzarsi. Ecco, in quei momenti, il piazzale della Transalpina o piazza Europa, come viene chiamata invece in sloveno, è diventata un simbolo importantissimo è anche teatro di pratiche condivise di opposizione a questa volontà di chiusura, di delimitazione.   Una mancanza di rispetto di sensibilità verso tutte le sofferenze delle persone che hanno vissuto per decenni queste divisioni. Durante la pandemia da COVID, soprattutto nella primavera 2020, stare assieme da entrambe le parti del confine, ha significato guardarsi allo specchio. Scoprirsi diversi, perché effettivamente erano in vigore diverse misure di contenimento sociale nei due paesi,  ma, allo stesso tempo, giocare a pallavolo sulla linea di confine. Provare in qualche modo, a far finta di essere una comunità.

– Il confine Italia e Slovenia è tuttora un’importante zona di transito per nuovi flussi migratori. In questi ultimi anni la rotta dei Balcani, con il suo carico di migranti, passa proprio in questo territorio, cosa sta accadendo?

– Nel 2019, come ho detto, si voleva anche chiaramente manifestare la volontà, e la necessita, di immaginare un’Europa diversa, un’Europa davvero inclusiva, al di là di questa contrapposizione, questo dualismo. L’esistenza di una rotta proveniente dal Medio Oriente, anche dall’Afghanistan attraverso i Balcani, porta qui, alla porta verso il supposto Occidente. Il suo carico di tragedie e sofferenza ci fa capire che c’è ancora molto da lavorare.  Uno dei limiti delle celebrazioni di Gorizia e Nova Gorica come Capitale europea della cultura, s’inscrive in questo percorso lungo e a ostacoli. Si è parlato poco, ad esempio, delle problematiche ancora vive nella valle dell’Isonzo. Occorre uscire fuori dalla retorica delle celebrazioni e iniziare a fare i conti con tutte quelle sofferenze ancora in atto in questa zona tutelando e riconoscendo tutte le diversità presenti.

Giustina Selvelli

Capire il confine

Gorizia e Nova Gorica: lo sguardo di un’antropologa indaga la frontiera

2024 Bottega Errante Edizioni

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