di Federica Biolzi
La società in cui viviamo appare dominata da un grande paradosso: massima efficienza e massimo caos comunicativo coesistono. La modernità liquida, quella magistralmente descritta da Zygmund Bauman, sembra essere oramai tramontata alle nostre spalle.
Come orizzontarsi in questa modernità dalle caratteristiche incerte? Chiara Giaccardi e Mauro Magatti, in un recente saggio pubblicato da Il Mulino dal titolo Macchine Celibi, ci forniscono precisi riferimenti e stimolanti argomenti.
-Come brillantemente indicato nei risvolti di copertina il problema è apparentemente semplice ma di perniciosa soluzione: le macchine sembrano essere sempre più dotate d’intelligenza, mentre l’uomo appare sempre isolato, incapace di tessere legami. Cosa s’intende esattamente per macchine celibi?
-L’espressione non è di nostra invenzione, ma riprende il titolo di una mostra della Biennale di Venezia del 1975, il cui catalogo ci aveva molto colpito: in una combinazione grottesca tra individualismo e macchinismo, le opere esposte erano il segno di un dinamismo senza scopo, di una capacità di catturare l’energia facendola girare a vuoto: efficienti ma incapaci di realizzazione, una combinazione di calcolo e caos, umano e meccanico, razionalità e irrazionalità. Ma soprattutto la testimonianza di un utilizzo della tecnica per sostenere il sogno tutto moderno di una autosufficienza totale, a cominciare dalla questione della soddisfazione sessuale per arrivare a quella (anti)riproduttiva. Citiamo nel libro una frase di Michel Carrouges presa proprio dal commento alle opere esposte, che ci è parsa emblematica, quando scrive che queste macchine “trasformano l’amore in una dinamica di morte”.
Ma la metafora che usiamo ha radici ancora più remote, che affondano nel surrealismo di Marcel Duchamp e in particolare nella sua opera conosciuta come “Il grande vetro”, realizzata tra il 1915 e il 1923, il cui titolo in realtà è “La Mariée mise à nu par ses célibataires, même”. Diviso in due sezioni separate da uno spazio vuoto, il Grande vetro reinterpreta in chiave moderna la tradizione rinascimentale che, separando il mondo terrestre da quello celeste, definiva lo spazio del desiderio umano.
Sopra, la “Sposa”, un’entità celeste e irraggiungibile, incarna un desiderio anarchico. Sotto, i “celibi”, figure meccaniche simili a pistoni, si muovono in un ciclo infinito, spinti dalla “macinatrice di cioccolato”, senza mai raggiungere ciò che desiderano. Ciascuno solo, col suo movimento meccanico continuo, ma incapace di raggiungere lo scopo. Questa schizofrenia tra irrazionalità e funzionalismo, questo movimento individualistico, meccanico, frenetico e a vuoto mettono a nudo la logica profonda della vita sociale contemporanea. Una logica performativa, universalmente interiorizzata, nel cui nome ci autoimponiamo ritmi folli, obiettivi ambiziosi e vincoli spesso insostenibili. In qualche caso, fino all’autoannientamento: come scrive anche Byung-chul Han “Ottimizziamo noi stessi, sfruttiamo noi stessi consumandoci fino alla morte nell’illusione di realizzarci”. È questo il rischio che corriamo se affidiamo i nostri desideri di autorealizzazione alla megamacchina digitale.
Torna in mente l’ammonizione di Fernando Pessoa sul fatto che non esiste una macchina per fabbricare la felicità!
-La modernizzazione, secondo un’immagine dal sapore platonico, viene paragonata nel volume ad un carro alato trainato da due cavalli: il primo è quello della razionalizzazione, il secondo quello della conquista della libertà. Ma cosa è la modernizzazione oggi? E come possono agire queste due direttrici di traino?
-Platone ci ha ispirati, non solo per l’immagine del carro ma anche per quella della tecnologia come pharmakon: lontani sia dai tecnoapocalittici che dai tecnointegrati pensiamo, con Platone ma anche con Derrida, Stiegler e altri, che la tecnologia, qualunque essa sia, contenga in sé una ambivalenza irriducibile e ineliminabile, dal momento che al tempo stesso “cura” (pensiamo solo a cosa sarebbe stata la vita sociale ed economica durante il Covid senza il digitale) e “avvelena”, abilita da un lato e disabilita dall’altro. E solo la consapevolezza delle logiche in gioco – non solo quelle intrinseche al digitale ma anche quelle economiche e politiche che ne orientano gli sviluppi – può aiutare a contenere la componente tossica e a valorizzare quella curativa, che indubbiamente è grande.
Tornando alla modernità, noi sosteniamo che ci troviamo ormai in una fase nuova, e che la metafora della “liquidità”, che pure ha descritto in maniera precisa un passaggio d’epoca, non è più adeguata a cogliere il presente. Un presente dove il processo di razionalizzazione che ha caratterizzato la modernità si riconfigura in senso riduzionista: dal nous degli antichi, che univa le facoltà intellettive e quelle spirituali, si era già passati a una ragione che espunge lo spirito come una minaccia alla libertà di pensiero: qui occorrerebbe aprire una parentesi sul fatto che lo spirito è stato a torto monopolizzato e strumentalizzato dalle religioni, ma non c’è il tempo di farlo, rimandiamo alle pagine del libro. La ragione si riduce perciò a raziocinio, e il raziocinio a calcolo. È il “capitalismo computazionale” di cui hanno parlato diversi autori. Tutto ciò che esiste diventa datificabile e tutto ciò che è datificato può essere automatizzato e controllato: in modo più o meno “gentile”, ma sempre efficace. Ecco che per essere più liberi come individui ci consegnamo a un sistema che ci sovrasta, secondo la logica individualizzazione/totalizzazione già denunciata da Michel Foucault.
Per riprendere la diagnosi di Paul Valéry, la crisi di civiltà (che oggi si è acutizzata) è soprattutto una crisi spirituale. Dove lo spirito non è una entità metafisica, ma una forza di trasformazione che sfugge a ogni tentativo di definizione e possesso, e che costituisce una riserva di libertà nell’era della datificazione totalizzante. Lo spirito diventa condizione per resistere alla riduzione tecnico-performativa e per costruire nuove forme di convivenza.
Ma lo spirito va coltivato, se non vogliamo rimanere intrappolati nei confini del “grande vetro”. Come scriveva Valéry, serve “una nuova politica dello spirito”. Cosa che oggi non pare affatto una priorità.
-Nel testo viene messa in evidenza un pericolo ed anche un timore che percepiamo tutti: quello di una progressiva deculturizzazione dell’essere umano di fronte ad una sempre maggiore presenza di macchine “ intelligenti”. E’ vero che si tratta di una paura che risale a due secoli fa quando furono introdotte le prime macchine nelle fabbriche e questo diede luogo a fenomeni di dura opposizione. Oggi si tratta di un timore fondato?
-Se è vero che ogni tecnologia è un pharmakon, è necessario acquistare consapevolezza dei suoi effetti collaterali. Certamente guadagniamo in comodità, ma dobbiamo anche domandarci cosa rischiamo di perdere.
Nel libro citiamo Bernard Stiegler e la sua idea di proletarizzazione, intesa come perdita di conoscenza, di “sapienza” potremmo dire, e quindi di capacità di agire, con la crescente dipendenza dai dispositivi che la tecnologia lasciata a se stessa, e alle logiche strategiche che ne governano lo sviluppo, rischia di produrre. Come l’operaio fordista era privato delle proprie competenze dalla catena di montaggio (pensiamo alla parodia di Chaplin in Tempi Moderni), così oggi l’individuo rischia di venire espropriato della propria autonomia cognitiva dagli algoritmi. Ormai pensiamo sotto forma di prompt, e ci aspettiamo una risposta immediata, meglio ancora se rassicurante rispetto a ciò che già pensavamo di sapere, non importa se improntata alla compiacenza più che alla attendibilità. Si va verso una condizione generalizzata di immiserimento simbolico: impoverimento del linguaggio e del pensiero, uniformazione culturale, incapacità di attribuire significati profondi.
Nell’era digitale si assiste a un paradossale connubio tra massima razionalizzazione e massimo caos comunicativo. La comunicazione digitale accelera il processo di deculturazione, con il numero di persone connesse a internet nel mondo che in pochi anni è cresciuto esponenzialmente. Lo sganciamento delle culture dai territori, la perdita di profondità e l’utilizzo individualizzato dei riferimenti culturali e dei significati col tempo ha prodotto una cacofonia dove diventa sempre più difficile intendersi. Fino ad arrivare alla irrilevanza del senso e al fallimento della parola come medium comunicativo. Il linguaggio diventa piuttosto un’arma di guerra, un filo spinato che include/esclude (e i due processi sono sempre speculari), uno strumento strategico per ottenere risultati. Niente di tutto ciò ha a che fare con la comunicazione nel suo senso più autentico (etimologico) e tutto contribuisce all’immiserimento simbolico. Per questo, come sosteniamo nell’ultima parte, è fondamentale recuperare la dimensione “poetica” del linguaggio. Come ha scritto Emily Dickinson, “i poeti non accendono che lumi”: nessuna pretesa di definire la realtà, tanto meno di possederla. È una postura di risonanza, che non è una fuga dalla realtà bensì un tentativo, mai definitivo e dunque sempre aperto, di restituire alla realtà la profondità e la ricchezza che la riduzione a dato le toglie, impoverendoci. Anche perché, lo ribadiamo, la tecnologia non è mai neutra e il suo sviluppo, al momento almeno, segue soprattutto logiche di profitto: vale la conoscenza che è monetizzabile.
– Quanto tutto questo ricadrà sui fenomeni di creazione e distribuzione della ricchezza?
– Non siamo pessimisti ma crediamo che occorra una rivoluzione copernicana culturale, che possa mettere l’IA al servizio dell’intelligenza collettiva vivente anziché della proletarizzazione e della deculturazione.
Se si lasciano i processi alla loro inerzia, adattandoci all’ambiente digitale anziché adottandolo, crediamo che le disuguaglianze cresceranno: chi ha più risorse saprà sfruttare a proprio vantaggio le enormi possibilità che si aprono, mentre chi ne ha meno rimarrà sempre più intrappolato nei confini ristretti del “grande vetro” e dei suoi meccanismi: pressione a performare, funzioni senza significati, stritolamento tra individualizzazione e totalizzazione.
La rivoluzione, rispetto alla cultura iperindividualista che costituisce ormai il dogma dell’Occidente parte dal riconoscere il ritardo cognitivo che ci affligge, dal momento che la scienza, dalla biologia alla fisica quantistica, ci dice da decenni che tutto ciò che esiste è in relazione: con ciò che viene prima, con ciò che sta intorno, con ciò che viene dopo. L’individualismo è un’astrazione: separare le persone dalle reti di relazioni che le costituiscono non è liberarle ma renderle più vulnerabili. Questo non significa nostalgia di qualche utopia collettivista o comunitarista, che cancelli le conquiste della modernità. Al contrario, se si vuole resistere alla pressione omologante, alla formattazione esistenziale da parte delle piattaforme per coltivare la propria unicità non si può prescindere da ciò che ci lega ad altri e ad altro, dalla combinazione unica di relazioni che siamo, e dai legami che vogliamo far esistere come impegno nel mondo: per dare carne alla nostra libertà, perché non resti un vuoto guscio di possibilità senza realizzazione.
-Un classico della letteratura sociologica di diversi anni fa, La Grande Trasformazione, compiva un lungo excursus sull’avvento del Capitalismo è concludeva, sostanzialmente, dicendo che non è stato possibile opporsi quando si è cercato di modificarne la rotta. Quale sono le strategie che possiamo mettere in campo oggi?
-Seguendo l’insegnamento di Karl Polanyi si può dire che le logiche del mercato capitalistico tendono continuamente a rompere i legami sociali. A sconnettere l’economia dalla società. È esattamente quanto noi diciamo in macchine celibi. L’azione che va sostenuta è quella che ricompone tutto ciò che va in pezzi. Sul piano politico: si pensi a quanto sta accadendo a livello globale, dove manca assolutamente la capacità di impostare una visione di futuro che ridefinisca i rapporti geopolitici nel quadro mutato della post-globalizzazione; sul piano istituzionale, con la necessità di ridefinire le relazioni tra i centri di potere che sono alla base del funzionamento di una società avanzata; sul piano sociale, con una denuncia dei livelli insostenibili delle disuguaglianze e della concentrazione della ricchezza soprattutto finanziaria; sul piano relazionale ed esistenziale, superando l’idea individualistica di un io che persegue il proprio desiderio infinito e che si perde, dimenticandosi che il desiderio altro non è se non ciò che ci spinge verso l’altro e la realtà. Tutto ciò richiede un nuovo immaginario, un’idea di sviluppo diversa da quella che abbiamo coltivato nell’ultimo mezzo secolo. Da anni noi lavoriamo sull’idea di generatività sociale, che non significa “essere buoni”, “Comportarsi eticamente”, bensì riconoscere che, sulla base della struttura relazionale del vivente, l’unica cosa che possiamo fare come liberi è quella di combattere le relazioni oppressive, distruttive e violente da un lato, e dall’altro dedicarci a far esistere ciò che riteniamo degno della libertà nostra e altrui. La soluzione pronta alle sfide del presente non c’è. Quello che ci aspetta è un cammino impegnativo ma entusiasmante verso un futuro che è ancora aperto. C’è molto da fare e da pensare per gli uomini e le donne libere, anche al tempo della razionalizzazione digitale.
Chiara Giaccardi, Mauro Magatti
Macchine celibi
Meccanizzare l’umano o umanizzare il mondo?
Il Mulino, 2025