EXAGERE RIVISTA - Gennaio - Febbraio 2020, n. 1 - 2 anno V - ISSN 2531-7334
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L’infanzia del senso morale. Positivo, bene, decisione e angoscia nel bambino da 0 a 2 anni

di Primavera Fisogni

 

Non tabula rasa, ma laboratorio attivissimo delle facoltà personali, l’infanzia viene oggi guardata dalla filosofia con speciale interesse: la capacità di osservazione e problematizzazione dei bambini, anche molto piccoli, rivelano uno sguardo teorico assai fine, capace di aprire la mente agli adulti. Ma se il fare-filosofia-con-i-bambini è ormai una pratica diffusa, in Italia come nel resto del mondo, lo studio di come si sviluppi il senso morale e di come questo inclini la condotta, nelle prime fasi della vita, risulta ancora piuttosto marginale.

Tuttavia, come intendo suggerire in questo mio articolo[1], si tratta di un ambito di indagine molto promettente, che evidenzia – ad esempio – la peculiare esperienza di bene nella prima infanzia[2], mettendo in crisi ipotesi innatistiche accompagnate da grande clamore mediatico, come quella di Paul Bloom[3].

Per avvicinarsi a questo laboratorio morale è al bambino nella sua quotidianità che occorre guardare. Attorno ai ventiquattro mesi[4] l’infante sembra esprimere un certo senso morale[5], giudica, punisce e premia. Ciò significa che i bimbi molto piccoli possiedono una cognizione di ciò che è giusto o sbagliato, anche se questa competenza, più affettiva che teoretica, non è comparabile a quella degli adulti[6]. Lette sul piano filosofico, queste significative risultanti psicologiche sembrano adombrare un apprendistato metafisico realista che partecipa a strutturare le funzioni fondamentali dell’agire personale, precisamente: 1) il rapporto di apertura/interazione con gli altri enti (relazione); 2) la capacità di cogliere qualcosa almeno dell’alterità, attraverso un procedimento anzitutto sensitivo, ma fin da principio comunicativo; 3) l’attitudine ad assaporare la vita, ricavandone un orientamento all’agire (conoscenza pratica). Una così intensa implicazione con la realtà rinvia – come si intende portare a tema nei prossimi paragrafi – ad un’esperienza di positività pre-morale o para morale, caratterizzante il candore, un modo di essere proprio della prima infanzia. Una bontà sui generis, spontanea, relazionale, comunicativa, affettiva, non sovrapponibile all’innocenza, né frutto di una consapevole opzione[7].

Una nascente esperienza di bene

Fin dal primo vagito, il bambino esprime il proprio essere nel mondo, e insieme reagisce alla realtà che lo interpella, con modi a dire il vero assai bruschi. Venire al mondo segna un’esperienza fondamentale: il piccolo avverte, su un piano prettamente sensitivo, che c’è qualcosa.

L’esperienza metafisica più primitiva viene vissuta negli attimi della nascita come uno tsunami di realtà, rispetto al quale il piccolo reagisce come può: urlando, contraendosi, sgambettando. Sul piano metafisico, a partire da questa fase dell’essere nel mondo, prende vita un duplice movimento: quello del bambino verso le cose e quello degli altri esseri verso l’infante. Per quanto il bimbo pianga, esplicitando il proprio trauma, la tensività verso e dal mondo tende a una condizione di equilibrio. Anche nelle sue lacrime, per altro, per quanto paradossale possa sembrare, c’è un’attestazione del positivo dell’essere: qualcosa c’è, qui e ora.

Il “dato”, il positum sollecita il piccino e, nel contempo viene interpellato dall’infante, nella modalità del pianto. L’idea di bene come positivo si collega, più che mai, a un’idea di nascita e di vita sorgiva. Esiste una tensione che intercetta (specificamente) gli esseri animati e li collega come in una rete: quel “qualcosa” che circola ha un carattere costruttivo, costituente, arricchente. Il nome che un maestro del realismo metafisico come Tommaso d’Aquino diede a questa tensione degli esseri viventi tra loro fu inclinatio, mentre il padre della fenomenologia moderna, Edmund Husserl, ne rilevò piuttosto la tensione intenzionale che rende “qualcosa” presente alla coscienza (intenzionalità), all’origine di quello “stimolo coscienziale” a cui dobbiamo una quantità di informazioni/sollecitazioni dell’Io[8].

Che l’esperienza del positivo sia anche un’esperienza di felicità, è un fatto che sperimenta proprio il neonato, nell’operazione che gli garantisce la sussistenza nel mondo, l’allattamento: il termine “felicità” si sostanzia nella radice indoeuropea dhe-, passata nel latino come fe– e presente nel verbo felare, allattare, appunto. A differenza dell’adulto e del bambino che abbia maturato la consapevolezza delle norme morali, soltanto la felicità del neonato è totale perché – nella sua espressione primariamente nutrizionale – non scende a patti con nessuna rinuncia.

 Finemente Philippa Foot ha rilevato che l’esercizio della virtù richiede il sacrificio dell’essere felici, mettendo in discussione “la tesi che identifica tout court la felicità con il bene dell’uomo”[9]. Nel caso dei primi mesi di vita le cose si danno a vedere, almeno sul piano descrittivo, in un modo differente. Quando il bambino ottiene il suo latte, tra le braccia materne, pare non chiedere altro alla vita, almeno fino alla successiva poppata. Sperimenta la gioia nei termini descritti proprio dalla filosofa inglese come «qualcosa che deve fare parte (…) di una vita felice». 

Dare voce e parola al positivo

Immerso nella realtà, il bambino si inclina dunque alle cose secondo il principio della vita (o della connaturalità[10]), mantenendo e rafforzando il suo status di essere animato. In tutte le sue manifestazioni, da quelle più immediate, come la ricerca del seno materno, a quelle più complesse, come i tentativi di comunicare il proprio anelito relazionale attraverso il sorriso, si nota che l’infante gioca un ruolo quanto mai attivo, innovativo e creativo nel rapporto con il mondo. Sembra afferrare la vita con tutto se stesso, anche se le sue mani diventano prensili dopo qualche mese.

 Gli studi di psicologia, del resto, hanno accertato l’esistenza di una serie di risposte intenzionali[11] fin dal momento in cui il piccolo viene alla luce, accanto ai riflessi del movimento, della respirazione, della suzione. In qualche modo, il neonato assume attivamente la realtà, nella misura delle proprie potenzialità espressive[12]. Per esemplificare: quando guarda la mamma, alla prima poppata, probabilmente si orienta al volto perché sente la voce e il calore materno; però si volge a lei, e non ad altri. Fin da questa esperienza di pienezza, in senso fisico, fisiologico e relazionale, il bambino molto piccolo si apre alla comunicazione. Questo slancio alla relazione non deve meravigliare: ciascuno di noi ha sperimentato come sia contagiosa la gioia e di come, invece, il dolore incupisca. In particolare, il rapporto con la madre costituisce uno spazio privilegiato di comunicazione proprio in quanto è spazio per eccellenza della felicità alimentare-esistenziale più originaria. Marcello Bernardi sostiene che il piccolo «tende a incorporare l’oggetto buono, in questo caso la mamma-latte» e «assorbe la mamma attraverso tutto il proprio organismo»[13].

Che cosa significa, questa considerazione, su un piano filosofico? Si dà a vedere un movimento ulteriore rispetto alla tensione intenzionale verso le cose, che mette fortemente in discussione la vulgata che l’essere umano non abbia ancora maturato, a quello stadio del suo sviluppo, la differenza tra Sé e mondo[14]. Siamo oltre l’inclinazione dettata dalla connaturalità, portata a tema poco sopra; viene alla luce un ruolo attivo, sempre correlato alla prevalente sensitività, al “sentire” il mondo come qualcosa di “dato”[15].

Questo approccio teorico realista, presente anche nella fenomenologia del sentire, oggi rilanciata in Italia dagli studi di Roberta De Monticelli[16], viene in aiuto della comprensione dell’esperienza infantile, perché getta luce sul candore. Oltre a sperimentare la relazione con il mondo nei termini di una nativa quanto originaria positività ontologica, cioè nel rendersi conto che c’è qualcosa “altro” da sé, l’infante fa proprio il mondo, afferrando quanto gli giova a mantenersi in vita, a sentirsi più forte, a esercitare al meglio le proprie funzioni esistenziali. L’irrompere del “no”, attorno ai due anni di vita, è sintomatico di questa fase costitutiva della persona: un rifiuto non può sussistere se non laddove esiste 1) una percezione della positività e 2) un’apertura comunicativa. Il cruciale monosillabo, che insieme a “io” e “mio” compone la triade delle grandi parole della prima infanzia[17], rivela la capacità, da parte del piccolo, di esprimere una chiara distinzione di ciò che appartiene alla propria esperienza. Oltre a indicare una negazione, in una prospettiva metafisica, il “no” è un indicatore di identità, di presa di distanza dal mondo, in qualche modo un rafforzamento dell’ “io” e della coscienza.

Il gusto di dare giudizi

Il rapporto del bambino molto piccolo con il bene ha un terzo carattere specifico, che merita attenzione in una ricerca filosofica. Oltre ad essere un’esperienza di realtà, di positività e di benessere, essa si dà a vedere anche come un fatto di gusto[18]. Il piccolo non accoglie ogni situazione allo stesso modo: la mamma lo fa sorridere, mentre in braccio ad un estraneo prova un senso di disagio, che non manca di esprimere. Insomma, non sta sempre bene allo stesso modo, pur essendo il bene la colonna cognitivo-emozionale della prima fase della sua esistenza. Di sicuro esprime “buon gusto”: la mamma ha una tenerezza, un odore speciale, un modo di tenerlo tra le braccia che gli piacciono di più. Non solo il piccino rivela, da subito, una capacità di gradazione e di demarcazione degli eventi, ma lo fa mediante un giudizio particolarmente complesso. Un giudizio di gusto, dove sono in campo tutti i sensi, che gli permetterà – più avanti nella crescita – di ampliare la rosa delle emozioni. Secondo Alisdair MacIntyre i neonati posseggono una sorta di istinto al bene come risposta ai propri bisogni primari[19]. Ma è sbagliato, a giudizio del filosofo americano, pensare che al bimbo piccolo faccia difetto il desiderio[20]. Come risulta dall’osservazione fenomenologica, il bambino apprende il sapore del bene e della realtà, prima del sapere che essa consegna. Su un piano filosofico, questa specifica attitudine mostra il legame tra l’esperienza della realtà e la costituzione della volontà. Il sentimento della realtà coinvolge e insieme separa dal mondo.

Come entra, il “gusto”, il mondo, nella volontà?

Come si passa dal piacere della suzione o dei primi cibi alla strutturazione del volere, dell’orientamento della condotta?

Il volere corrisponde a uno slancio verso qualcosa. L’aspetto dinamico – l’andare verso le cose – richiede la partecipazione di tutta la persona, ma soprattutto chiama in causa un ingrediente molto particolare, l’appetito. Un termine che – in senso tanto reale quanto metaforico –bene esprime la tensione verso un oggetto (dal latino ad-petere). In questa fase si dà a vedere un’ulteriore esperienza effettiva della cosa, in cui avviene una sorta di incorporazione con la stessa (coniunctio, nel linguaggio tomista). In qualche modo, la singolare fase unitiva sembra produrre un ritorno a quella di partenza, inclinatio dell’essere umano verso il mondo, portata alla luce proprio dall’esperienza del candore.

Il bene come pre-condizione dell’angoscia

Tratteggiati i tre caratteri salenti del candore come esperienza originaria o pre morale di bene, è doveroso interrogarsi sulla crisi della positività, che irrompe con lo svezzamento, fase decisiva nello sviluppo morale, cioè per il passaggio dal “bene come dato” alla scelta di qualcosa che si considera un bene, alla quale ci si orienta con i mezzi più appropriati.

Nel velocissimo mondo delle esperienze infantili, che portano il piccolo ad affinare il proprio rapporto con l’ambiente, lo svezzamento segna una fase di svolta decisiva, tra i 6 e gli 8 mesi di vita[21], non meno che un’età particolarmente insidiosa. Non a caso in tale passaggio evolutivo si individua la “prima crisi” dell’infante, associata all’oggettivazione, attività che indica sia l’uso del mondo, sia la coscienza che le cose sono altro da noi.

Fino a che il piccolo è una cosa sola con la madre, nell’allattamento al seno o al biberon, per quanto l’infante sia un soggetto pienamente capace di distinguersi dall’altra figura, appare più implicato con la realtà. L’apprendimento di sapori nuovi e consistenze diverse nei cibi, è solo l’aspetto più esteriore di un processo di maturazione identitaria, reso possibile dal confronto con una quantità di “cose” scoperte come altre da sé. Se nell’allattamento è soprattutto felice, satollo, in uno stato di pienezza che ottunde i sensi e lo inclina a sonni frequenti, lo svezzamento illumina un’esperienza che nasce dall’interazione con (e dalla presa di distanza da) un mondo più complesso di quello abitato con la madre, fino a quel momento. Che sia l’osservazione di quanto si svolge nella stanza davanti ai suoi occhi, che sia il gioco con le posate, o il cibo assunto durante il pasto, il bambino sperimenta la circostanza più originaria del dono, come qualcosa che gli viene consegnato perché possa usarne.

Nell’allattamento, paradossalmente, il dono presenta un carattere meno autentico, anche se si ha l’impressione che avvenga il contrario. Una mamma che dà il seno al piccolo o che gli porge il biberon, non è forse l’emblema più arcaico della generosità? Di fatto, senza quel nutrimento, il bambino morirebbe. Esiste, quindi, un rapporto iniziale di assoluta necessità nella nutrizione del bambino, che non si dà più invece nella fase dello svezzamento quando si affina, con il gusto, il giudizio e la decisione. Non che il piccolo possa fare a meno del cibo: rispetto a prima, ora può scegliere; ogni tanto getta un’occhiata su quanto si trova attorno a lui; prende qualcosa tra le mani, ci gioca, la butta per terra, sentendo che fa rumore e meravigliandosi per la scoperta. Tutte queste esperienze non sono qualcosa di “altro” dall’alimentazione. Ne costituiscono la tessitura profonda, perché costituiscono gli ingredienti dell’oggettivazione e marcano l’evoluzione del modo in cui il piccolo si rapporta al mondo.  Non a caso, Anna Freud ricorda che: “se il passaggio (dello svezzamento, nda) avviene bruscamente, la protesta del bambino contro la privazione orale produce risultati negativi per il normale godimento del cibo”[22]. Si noti che l’infante ora “può” più di prima. Le sue chances di usare il mondo da protagonista si sono intensificate rispetto a quando era solo un poppante. L’essenza del dono la si trova qui, nel vivere una circostanza in cui si trova sganciato dalla necessità: il dono può essere accolto/rigettato, può piacere/dispiacere. Certo, nutrirsi gli è indispensabile. Ma ogni volta il bambino può trovare il suo modo di avvicinarsi all’esperienza dell’alimentarsi: sperimenta così, insieme all’uso del mondo, i margini della propria autonomia.

Lo svezzamento, in rapporto all’esperienza del bene come positivo, fa sperimentare il lato oscuro dell’essere nel mondo, l’angoscia e l’assenza di baricentro su cui sentirsi sicuri, stabili[23]. Nel primo anno di vita la mancanza momentanea della mamma suscita questo disorientamento, esito di una sorta di “vuoto di realtà”, in cui il venir meno della consistenza ontologica (l’assenza) procura una perdita di realtà, di positivo, di bene. Per dirlo con le parole di Marcello Bernardi, formulate da una differente prospettiva, ma singolarmente vicine all’intuizione filosofica, l’esperienza dell’angoscia “equivale a una scomparsa del mondo, una scomparsa assoluta, una totale assenza di quel bene e di quel piacere”. Il bambino “si rende conto che nel suo universo il buono manca, non c’è più, non esiste”.[24]

Più che la presenza incombente degli estranei, su un piano filosofico l’origine dell’inquietudine infantile sembra trovare qui una giustificazione antropologica. L’angoscia assume il carattere dell’assenza, istantanea, di un baricentro su cui sentirsi sicuri, stabili. La mancanza funziona come una cartina di tornasole che favorisce la cognizione di sé e dell’alterità, dell’Io e del mondo. Ma soprattutto, essa rivela, con una speciale coloritura emozionale, la momentanea separazione dal positivo e dal bene, termini costitutivi della realtà del bambino a quell’età. Come a dire: in questa sospensione abbiamo una valida conferma dell’intuizione fenomenologica che correla la realtà dell’infante al positivo e dell’esperienza del mondo quale esperienza di bene. Angoscia e infanzia del resto, sono legate a doppio filo, come suggestivamente coglie la filosofa e narratrice Hélène Cixous  Cixous, nel suo Angst[25].

L’esperienza della speranza nell’infante

Quanto è stato finora tratteggiato, in una prospettiva fenomenologica, sembra condurre ad una risultanza: l’angoscia – intimamente costitutiva dell’esistenza umana sino da questa età precoce – sembra essere prioritaria rispetto all’esperienza della speranza[26]. È davvero così?

La risposta del senso comune è che un bambino così piccolo non abbia la categoria della speranza non possedendo una storia, non avendo sviluppato un proprio senso della temporalità, né avendo quegli strumenti cognitivi sulla base dei quali può valutare la propria condizione e anelare a uno stato diverso da quello vissuto. La percezione del tempo è certo decisiva e, per certi verso, l’argomento più forte tra quelli dettati dal comune sentire. Ma io non penso che si possa applicare all’infante pre-svezzamento una riflessione di questo tipo. Se vogliamo mantenerci fedeli al fenomeno, cioè alla primissima infanzia, dobbiamo sforzarci di assumere la prospettiva del bambino e riconoscere che l’esperienza del tempo e quella dello spazio fatta dal neonato coincidono. In altri termini, il ritmo della vita del piccolo si correla sempre al soggetto che lo accudisce, vale a dire, principalmente, alla madre: la poppata, al seno o al biberon, le coccole, la cura si danno a vedere come fasi della temporalità forte del bambino.

E, come si intuisce, per la sua totale dipendenza dalla madre – o dalla figura genitoriale/tutoriale prevalente – il bambino vive quel tempo come luogo, mondo, esperienza sensoriale, emozionale. Questa intersezione tra dimensione temporale e spaziale, tra ritmo della vita e mondo della vita si incarna nella figura della madre, in maniera pressoché esclusiva. Il bambino si trova a sperimentare una sorta di “pienezza dei tempi” che è poi una forma di beatitudine sensoriale, rispetto alla quale il fattore di rischio è dato dal distacco materno.

L’inquietudine nasce nella frattura, ovvero nella separazione di questa armonia. Il bambino inizia a misurare, a quel punto, il tempo che lo separa dal ritorno nelle braccia della mamma e inizia a sentire ostile il mondo della vita. Lo assume come altro da sé. Poco importa se in questo prendere le distanze, si verifica per lui anche un decisivo passo avanti nel proprio sviluppo personale, in quanto inizia a riconoscersi altro dal mondo, facendo l’esperienza più costruttiva e, insieme, più disarmante della sua breve esistenza. E proprio l’aprirsi del vuoto dell’angoscia, provocato dal venire meno della stabilità del proprio baricentro esistenziale, coincidente con quello della madre, pone le condizioni perché il piccolo essere umano sperimenti anche l’esperienza della speranza.

La genesi della speranza

Lo stato nascente dell’angoscia, nella prima età infantile, collegato al venir meno dell’esperienza di bene incarnata nell’ “oggetto buono” (la madre/il tutore) risulta dunque un ambito assai fruttuoso anche per la comprensione dell’origine dell’atto di sperare. Cosa ci dice, su un piano fenomenologico, quella fase delicata della crescita? Da un lato mostra come l’esperienza di beatitudine vissuta dal bambino molto piccolo, quando dipende totalmente dalle cure materne o genitoriali o tutoriali, non contempli affatto qualcosa di riferibile allo slancio speranzoso. Bisogna aspettare che qualcosa si rompa, nell’essere perfetto della dipendenza, perché si materializzi questo slancio, che tanto si irrobustirà nella successiva crescita personale. Ad entrare in crisi, nell’asse spazio-tempo, sembra essere anzitutto la dimensione spaziale, intesa come quel mondo della vita in cui il piccolo è situato. L’apprendimento delle tecniche di nutrizione, nel marcare il distacco fisico dal corpo della madre, alimentano – da un lato – l’identità: il bambino affina il proprio gusto, in senso reale (prodotto dalla varietà degli alimenti) e metaforico (il giudizio). L’irrobustimento della percezione di sé come Io e della madre come alterità, al culmine di un processo di fatto iniziato fin dalla sua venuta al mondo, consegna al bambino una visione del mondo più complicata, anche se affascinante, rispetto a quella vissuta fino a quando consumava la poppata tra le braccia genitoriali.

Anche la temporalità evolve. La prospettiva del piccolo non è più, ormai, soltanto quella della poppata, coccola, pulizia, nanna, ritmata dalla simbiosi materna. Con la crescita dell’autonomia il bambino trova anche un tempo per sé del tutto singolare, come quando avvicina il cibo alla bocca o gattona sul pavimento o guarda un programma televisivo. Il nesso tra autonomia-angoscia e speranza risulta molto interessante, sul piano filosofico. Per una ragione di storico disinteresse, anzitutto. Perché l’attenzione all’angoscia – esperienza portata a tema dal pensiero moderno, a partire da Soeren Kirkegaard – risulta svincolata dall’atto di sperare, almeno sul piano teorico. Essa è intesa come il tratto più negativo del trovarsi nel mondo senza averlo scelto, ma quale esito di una gettatezza che – dopo le riflessioni di Heidegger in Essere e Tempo (1929) – sembra essere il marchio esclusivo della condizione umana.

L’intuizione fenomenologica che l’esperienza sia soltanto seconda, rispetto all’originaria pienezza dello spazio-tempo del bambino nella relazione materna, e dia insieme avvio all’atto di sperare, deve indurci ad uno sguardo più comprensivo. Da un lato, l’angoscia va riconquistata alla speranza, come forma mancata di essa. Dall’altro, se inizia a chiarirsi a grandi linee perché sperare si carichi di temporalità mentre disperarsi implichi il disorientamento spaziale, è dallo spazio che si può ripartire con l’approccio metafisico. A questo punto, siamo in grado di tornare al problema iniziale. La speranza entra nella vita dell’infante come una tappa decisiva nella costruzione di sé, attorno all’anno di vita, quando l’attesa della mamma – o della figura tutoriale – esprime anche il massimo del disagio de-realizzante: è chiaro che non può “apprendere” la speranza per i limiti cognitivi di un pensiero astratto/teorico ancora in formazione.

Ma ecco, in conclusione, un percorso a tappe che segna – idealmente – una fenomenologia della speranza nei bambini.

1 – La condizione infantile è l’ambito privilegiato per osservare lo sviluppo delle esperienze della persona.

2 – Anche l’origine della speranza va interrogata e ricercata nel bambino. L’infanzia riveste interesse per le prospettive antropologiche che può schiudere nel campo dei fenomeni della vita, nel loro stato costitutivo/nascente.

3 – La speranza implica, sul piano dell’agire umano, uno stretto legame con la sua forma mancata: la di-sperazione. Disperarsi significa aver deviato rispetto alla possibilità di sperare. Sul piano semantico, dunque, alla speranza va assegnata una priorità sull’angoscia del disperare.

4 – Il sintomo dello sviluppo della speranza, nella persona, si accompagna all’esperienza disperante dell’angoscia, originaria modalità di de-realizzazione e scompenso.

5 – L’angoscia, quale condizione di-sperante, si impone nel bambino a partire dallo svezzamento: è a quel momento del suo sviluppo che, mentre sperimenta l’oggettivazione, l’esserci di qualcosa che non è lui/lei, assume in forma consapevole la possibilità dell’abbandono da parte della madre o della figura tutoriale di riferimento.

6 – Che la madre ritorni a lui, che si ricomponga la relazione primaria con il mondo affettivo, caratterizza l’esordio della speranza.

7 – La fase disperante/angosciosa, vissuta nella prima fase della vita, è verosimilmente la chiave di volta per indagare come la capacità di sperare si strutturi nella vita di una persona.

Considerazioni conclusive

Quella sommariamente tratteggiata è un’esperienza di bene (o di non bene, nel caso dell’angoscia) che promana da un’implicazione con la realtà esclusiva del bambino piccolo: essa raggiunge il picco fino all’età dello svezzamento, snodo cruciale per la formazione della coscienza morale, cioè dell’orientamento della condotta. Il ruolo di questo bene pre morale induce, a giudizio di chi scrive, a rivedere la prospettiva normativa della coscienza pratica, come derivante dal rapporto pressoché esclusivo tra le esperienze del bambino e le norme degli adulti.[27] Oltre a scoprire il positivo in ciò che è dato, per il fatto stesso che qualcosa c’è, l’esperienza metafisica primaria consente all’infante di compiere operazioni morali molto più complesse di quanto mediamente si pensi. Il bambino può cogliere vari tipi di positività (il cibo fa star bene, ma il bacio della mamma sulla ferita, fa subito guarire); lavora, inoltre, personalmente, con le proprie capacità, su quel contenuto di senso (valore). Ne forma una graduatoria (si pensi al cibo nello svezzamento), cerca di averne ancora, o di non averne più, associando lo slancio tensivo al fine a tutta la gamma delle proprie abilità espressive. Ritengo, alla luce di ciò, che non funzionerebbe la mediazione normativa degli adulti se non vi fosse l’attitudine alla percezione del bene e delle sue gradazioni, dal massimo del positivo al minimo, nonché alla consapevolezza – sia pure intuitiva o sensitiva – al ruolo dei valori. Non innatismo, ma immediata capacità di entrare in contatto con la vita, fin dal primo respiro, attraverso quella presa sul reale che è il sentire.

L’attenzione al candore, inoltre, integra con argomenti filosofici l’idea della cosiddetta “coscienza lanterna”, che Allison Gopnik considera, con termini più aulici che scientifici, una sorta di «vivida illuminazione panoramica del quotidiano»[28] e indica come il più specifico modo di essere consci dei bambini piccoli. Dunque, l’esperienza del positivo si dà a vedere come l’inizio di un complesso processo di auto-consapevolezza, non disgiungibile dall’interazione affettiva con il mondo. Questa considerazione appare di un interesse rilevante anche in una prospettiva filosofica più ampia, in quanto fa ipotizzare che il cosiddetto candore preceda – nell’afferramento dell’essere delle cose – l’esperienza dello stupore. Come a dire che la prima conoscenza della realtà avviene nei termini di una speciale esperienza affettiva/gustativa/cognitiva del suo “positivo”, anziché come “visione”.

 

[1] Riprendo qui, sviluppandole, le linee indicate in “L’infanzia, il bene e l’essere. Una ricerca sull’inizio”, Infanzia, (3), 2011, 187-190.

[2] Mi permetto di rinviare, per la teoria del candore ai miei libri Il candore,  Firenze, Maremmi, 2012 e a The Good of Life, London, Authorhouse, 2015, in particolare al capitolo “The Infancy Candour”, pag. 14-38 e all’articolo P. Fisogni, “The Origins of the Moral Sense and the Role of Caring in Early Infancy”, Encyclopaideia, XIX (42), pag. 83-101.

[3] P. Bloom, Just Babies: the Origins of Good and Evil, New York, Crown, 2013. Per la critica a Bloom, si vedano i miei scritti inglesi citati nella nota precedente.

[4]“Moral Development in Toddlers”, in http://www.livestrong.com.article/169206-moral-development-in-toddlers. Su quanto sia cruciale la fase da 0 a 2 anni per l’individuo, lo psicoterapeuta Guidano rileva: «i primi due anni di vita rappresentano il periodo in cui vengono elaborate I requisiti di base si cui poter fondare l’ulteriore sviluppo della conoscenza di sè». In V. F. Guidano, La complessità del sé. Un approccio sistematico-processuale alla psicopatologia e alla terapia cognitiva, Torino, Bollati Boringhieri, 2000, pag. 62.

[5] Si vedano gli studi di K. Wynn e K. Hamlin dell’Infant Cognition Center, Yale University.

[6] P. Bloom, “The Moral Life of the Babies”, The New York Times Magazine, 5 maggio 2010 e Just Babies: the Origins of Good and Evil, op. cit.

[7] La ricerca qui proposta nasce a margine degli studi sul “sentimento della realtà” come ingrediente del volere, esplorato nella mia tesi di dottorato: P. Fisogni, L’inaridimento dei terroristi, Roma, Edusc, 2009.

[8]E. Husserl, Aktive Synthsen. Aus der Vorlesung ‘Traszendentale Logik’ 1920/20. Ergänzungsband zu ‘Analysen zur Passiven Synthesis’, Dirdrecht, Kluwer Academic Publishers, 2000, Hua XXX.

[9] P. Foot, La natura del bene, Il Mulino, Bologna, 2007, pag 100.

[10] M. D’Avenia, La conoscenza per connaturalità in San Tommaso d’Aquino, Bologna, Edizioni Studio Domenicano, 1992.

[11] H. Lagercrantz, Il cervello del bambino. Come si forma la mente, Firenze, Giunti, 2010, pag. 111.

[12] Una puntuale analisi è fornita da A. Gopnik, The Philosophical Baby. What Children’s Mind Tells Us about Truth, Love and the Meaning of Life (trad. Il bambino filosofo. Come I bambini ci insegnano a dire la verità, amare e capire il senso della vita, Torino, Bollati Boringhieri, 2010).

[13] «Il neonato sente la mamma come qualcosa i buono», rileva M. Bernardi in Il nuovo bambino. Una guida per i genitori di oggi. Da 0 a 11 anni, Milano, Fabbri, 2007, pagg 119, 122, 124.

[14] «(…) dobbiamo tornare allo stato in cui il bambino “non conosceva se stesso”, era un assoluto senza coscienza di se stesso». In E. Zolla, Le tre vie, Milano, Adelphi, 1995, pag. 40.

[15] Può essere d’aiuto, per comprendere questa fase della conoscenza, l’analisi di Tommaso d’Aquino sull’atto umano, nella Quaestio 15 della Summa Theologiae.

[16] Il suo saggio più completo, riguardo alla fenomenologia del “sentire” è R. De Monticelli, L’ordine del cuore. Etica e teoria del sentire, Milano, Cortina, 2003.

[17] M. Bernardi, Il nuovo bambino. Una guida per i genitori di oggi. Da 0 a 11 anni., pag 347.

[18] Rinvio il lettore a un approfondimento su questo tema: P. Fisogni, “Svezzamento e senso morale”, Mondo Zero Tre, (3), 2013, pag. 5-6.

[19] A. MacIntyre, Animali dipendenti razionali, Milano, Vita e Pensiero, 2001, pag. 68.

[20] «Egli sviluppa un desiderio per fare, essere e avere quanto è bene per lui fare, essere e avere, e così facendo è motivato da ragioni che lo indirizzano verso qualche bene». In A. MacIntyre, Animali dipendenti razionali, op. cit., pag. 70. Sul tema si veda anche M.W. Berkowitz, J. H. Grych, Journal of Moral Education, Volume 27, 3, pp. 371-391.

[21] Sulla complessità di questa fase si legga G. Brusani, R. Moretto, L. Venturelli, Da 0 a 6 anni. Una guida per la famiglia, Sipps, 2007, pag. 71.

[22] A. Freud, Normalità e patologia del bambino, Feltrinelli, 1989, pag. 61.

[23] Sull’insorgenza delle depressioni sotto i 2 anni di vita, si legga: M. A. Gartstein, A. E. Bateman, “Early Manifestations of Childhood Depression: Influences of Infant Temperament and Parental Depressive Symptoms”, in Infant and Child Development, 17, 3, June 2008, pag. 223-248.

[24] M. Bernardi, Il nuovo bambino, op. cit., pag 119.

[25] Scrive Cixous: «My mother puts me down on the round. The room closes in. “Wait for me. I’ll back straightway”. My mother goes out. The ground closet in. I am outside. When I am not there you die. Betrayed. Everything starts to die». H. Cixous, Angst , London, John Calder, 1985, pag. 8.

[26] Mi permetto ancora una volta di rinviare il lettore a una mia ricerca: P. Fisogni, Fenomenologia della speranza, ebook, Mantova, Gilgamesh, 2014

[27] Si vedano; M. Bernardi, Lettere ai genitori sul mestiere di crescere i figli, Firenze, Salani, 1998; Ascoltare i bambini, Milano, Fabbri, 2003; H.H. Goldsmith, K.A. Buss, K.S. Lernery, “Toddler and childhood temperament: expanded content, stronger genetic evidence, new evidence for the importance of environment”, in Devolpmental Psychology, 1997, 33 (6), novembre, pag. 891-905; “Preschoolers and moral development”, in http://life.familyeducation.com/morality/toddler/53832; “Pres

[28] A. Gopnik, Il bambino filosofo, op. cit., pag 144.

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