EXAGERE RIVISTA - Maggio-Giugno 2021, n. 5-6 anno VI - ISSN 2531-7334
mastro

L’odio online e il difficile equilibrio della democrazia.

di Federica Biolzi

 

In questo secondo prezioso volumetto, edito dalla Franco Cesati e  dedicato alla possibilità di vivere e sopravvivere online, Bruno Mastroianni ci offre un momento di ragionata riflessione su un tema che è divenuto centrale nella vita politica e sociale. Questa intervista ci offre l’occasione per addentrarci e comprendere maggiormente cosa accade in rete.

-Questo è il tuo secondo libro interamente dedicato alla disputa online. Tu che segui costantemente la vita social, che idea ti sei fatto di quello che accade in quella che qualcuno ha definito l’onlife?

– Con la pandemia abbiamo trasferito nella dimensione digitale gran parte delle nostre relazioni sociali e professionali. È come se stessimo finalmente guardando in faccia con particolare evidenza ciò che accadeva già prima: la connessione fa parte delle nostre vite, è integrata, e non se ne può fare a meno. Siamo esseri umani “irrimediabilmente” connessi. In questa dimensione online svolgiamo la maggior parte delle nostre attività di comunicazione: presentiamo una certa immagine di noi stessi, cerchiamo di capire ciò che accade nel mondo, passiamo il tempo libero, lavoriamo. Ma il punto essenziale è che tutte queste azioni le compiamo in una condizione potenziata di continua interazione e discussione con gli altri.

Da questa interdipendenza comunicativa provengono molte cose, da quelle più buie, come l’odio, la disinformazione e il sovraccarico di aggressività che si registra online; alle più luminose, come le catene di solidarietà o la possibilità attraverso la rete di costruire relazioni significative. Al centro della questione, insomma, c’è la capacità di stare in mezzo agli altri, diversi, discutendo e interagendo in modo adeguato. Saper disputare online, cioè saper esprimere il proprio dissenso e affrontare il dissenso altrui senza distruggere ogni relazione, è una delle capacità che può salvare dal buio e accendere qualche luce in più nella nostra onlife.

-L’odio online sembra essersi particolarmente diffuso in questo periodo, soprattutto in social come Facebook. Sappiamo che molti odiatori sono professionisti online che si armano di più profili. Ci sorge un dubbio: e sei i social, in fondo, vivessero proprio grazie a questo irresistibile, invasione trash?

– Le ondate di odio, risentimento e indignazione sono una manna per l’engagement. Le reazioni scomposte sono quelle che a più buon mercato e con poco sforzo generano like, commenti, condivisioni; tutti parametri che sulle piattaforme rendono i contenuti più visibili. Per questo la comunicazione da parte di alcuni interlocutori tende a fomentare le polarizzazioni e i toni forti: schierarsi e schiantarsi contro l’avversario solletica un istinto umano profondo, quello di sentirsi dalla parte giusta contro un nemico. In questo schieramento ci si sente confermati nella propria identità attraverso il rifiuto di ciò che è all’opposto. Se ci si pensa bene è qualcosa che accade spesso nelle discussioni analogiche: se un provocatore riesce a far reagire in malo modo il suo avversario di solito ottiene risultati spettacolari che tengono il pubblico incollato. Online questa dinamica deplorevole è potenziata proprio grazie alla connessione e all’effetto moltiplicatore delle reazioni di ciascuno di cui gli algoritmi delle piattaforme si nutrono.

-Veniamo alle vicende recenti e ti chiederei un commento su quanto è successo negli Stati Uniti ad inizio gennaio ed alla reazione dei maggiori social. Cosa c’entra tutto questo con la libertà di espressione?

– Prima di parlare di libertà di espressione, parlerei di risultato e di percorso. Il risultato appare buono: impedire incitazione all’odio e al disordine sociale. È anche buono che le piattaforme si sentano toccate da questo tema ed agiscano di conseguenza. Dal punto di vista del percorso invece c’è molto da discutere su chi decide, con che criteri e secondo quali procedure. In democrazia il percorso che porta a una decisione è importante tanto quanto il risultato. Dobbiamo interrogarci di più su quello. Se guardiamo alla rilevanza pubblica di ciò che ha fatto Trump ­– e quindi chiediamo giustamente che sia combattuto ciò che mette in pericolo il bene comune – non dobbiamo dimenticare che anche la decisione di censurarlo ha rilevanza pubblica. Come tale, quindi, riguarda tutti e richiede che le modalità che portano decisione censoria debbano essere condivise. Non possono essere frutto di una decisione privata a esclusivo appannaggio delle piattaforme. In questa dimensione ciò che conta è il grado di partecipazione e condivisione delle decisioni. Come farlo? Non ho soluzioni semplici da indicare, ma possiamo perlomeno dirci che occorre poter bilanciare con criteri nuovi il potere di chi decide cosa viene silenziato o meno. La libertà di espressione è difficile da definire in modo matematico e univoco. In più è affetta da una polarizzazione che non aiuta perché oscilla tra fautori della “legge di chi grida più forte” e “detentori del modo corretto di esprimersi”. In realtà la sfida è più articolata: la libertà di esprimersi porta con sé la responsabilità di farlo in una dimensione interconnessa come quella della rete dove si costruiscono o si distruggiamo i significati del nostro vivere insieme. Insomma è bene che il dibattito ci sia e deve continuare. Trovare una forma adeguata per una onlife libera ed equilibrata non sarà né semplice né breve. È una disputa da affrontare con impegno.

-Nel tuo bellissimo libro tu dai una serie di utilissimi consigli per chi non voglia restare imbrigliato nelle inutili (tu lo definisci un errore), trame del litigio online. Qual è la filosofia che sottende questi tuoi consigli?

– Il litigio è un errore della discussione. Quando andiamo a scontro su un tema smettiamo di discutere del merito e ci rivolgiamo ad altro. Ciò fa perdere tempo, energie e soprattutto fiducia: alla lunga finiamo per credere che confrontarsi sia del tutto inutile. In questo modo i cittadini più riflessivi tendono a diventare silenziosi, e ciò lascia ancora più spazio ai cittadini urlatori che non si fanno problemi a vomitare tutto ciò che passa loro per la pancia.

Allora la mia proposta è imparare dagli errori: litigando si impara. Se iniziamo a riflettere su ciò che ci porta fuori tema, su come funzionano certe provocazioni, se impariamo a riconoscere gli scopi e i tipi di argomenti che vengono sollevati, abbiamo la possibilità di riprendere in mano il controllo del nostro discutere decidendo quando vale la pena rispondere e quando invece è bene lasciar cadere interazioni che non porteranno da nessuna parte.

L’essere umano ha bisogno di discutere: la gara tra idee è sempre il miglior modo per generarne di nuove. Lo scontro invece, che tende a far rifugiare ognuno nelle sue convinzioni, lascia fermi e immobili nelle posizioni. Impoverisce ed esaurisce. Abbiamo bisogno di una filosofia della “disputa felice” che sia realistica: non esistono interlocutori ideali e discussioni ideali, ci siamo noi e i nostri confronti imperfetti, meglio dedicarsi a trarne il bene possibile e sostenibile. Nel libro provo a tracciare alcune strade concrete da percorrere.

-I dati ci dicono che si va evidenziando una certa infedeltà da parte dei frequentatori dei social storici come Facebook e Twitter, ad esempio. Quale futuro ci attende in questo campo e pensi che queste migrazioni siano legate ad una polarizzazione ed una omogeneizzazione dei frequentatori di questi media? 

– Una piattaforma vale l’altra. Non è una generalizzazione ma un fatto: la condizione di interconnessione, la onlife, ormai è definitiva. Dove poi viene vissuta, se su un certo social o un altro, se assumerà modalità nuove attraverso tecnologie nuove, è secondario. Il punto è che ormai l’essere umano ha nella connessione una sua dimensione fondamentale. Come sempre accaduto nella storia di fronte a un cambiamento di sistema abbiamo il compito di dare a quel sistema una forma umana sostenibile e libera. Questa è una sfida ancora tutta aperta. Il problema è che spesso c’è una certa deresponsabilizzazione. Non c’è ancora una cultura diffusa su quanto ognuno deve e può fare la sua parte. C’è chi si dedica da tempo con fini commerciali e politici a imporre certe forme al nostro essere connessi, con risultati evidenti. Se si lascia il campo libero non potremmo che avere una onlife modellata su quei fini utilitaristici e di raccolta del consenso. Per questo ritengo importante un pensiero basato sulla disputa: nell’era del consenso sarà proprio il dissenso ben argomentato e ben espresso a iniettare nuove possibilità in un sistema che tende, come tutti i sistemi, a uniformare, controllare e mettere paletti. Oltre lo steccato ci si arriva facendo la differenza, invece di subirla continuando a litigare senza grandi risultati.

 

Bruno Mastroianni

Litigando si impara

Disinnescare l’odio online con la disputa felice

Franco Cesati, 2020

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