di Federica Biolzi
La relazione cane-uomo è evidentemente qualcosa di molto complesso, non più riducibile alla mera opposizione animale-uomo, bestia-padrone.
Si tratta, invero, di un rapporto che risale a tempi antichissimi. Dai dati Assalco-Zoomark del 2024 si calcola che in Italia vivano quasi 9 milioni di cani e siamo il terzo Paese in Europa, preceduti dalla Germania (10,6 mil) e dalla Spagna (9,3 mil).
Lupi Travestiti, prezioso libro della veterinaria ed esperta in comportamento animale Barbara Gallicchio, ci permette di fare il punto su questa relazione che, per molte persone, assume anche una forte carica affettiva.
– Una delle domande alla quale cerca di rispondere il suo libro sta proprio nell’origine del cane d’affezione. Per alcune specie domestiche, come il cavallo o il gatto, non vi è molta differenza con i loro progenitori. Cosa che non accade per le varie razze canine. Perché?
-Il cane possiede una flessibilità genetica straordinaria che gli altri animali non hanno e che abbiamo sfruttato cogliendo quelle molteplici variazioni, soprattutto comportamentali all’inizio, e poi anche morfologiche, selezionando tante diverse tipologie che poi, nel tempo, produrranno le razze Il Lupo, invece, è pluripotente, la specie lupo è molto molto antica, si ritiene che non abbia meno di un milione e mezzo di anni. Da almeno 900 mila anni il lupo è rimasto uguale a come lo vediamo adesso. La sua forma ed il suo comportamento sono stabili nell’evoluzione. I cani, invece, ad un certo punto sono diventati dipendenti, non hanno avuto più bisogno di andare a caccia per nutrirsi e, le eventuali mutazioni che possono verificarsi, possono dare differenze significative anche sul temperamento. Tra le dieci mutazioni importanti, si può notare come, ad esempio, la brachicefalia, che determina cani a muso corto, li rende ben poco adatti a cacciare alcuni tipi di animali, mentre i bassotti, che hanno la condrodisplasia, un mancato allungamento delle ossa degli arti, non riescono a inseguire le mandrie in fuga mentre sono molto dotati nel seguire le tracce di sangue e trovare la preda ferita. Molti antropologi sostengono che i cani siano stati una tecnologia vincente per l’uomo moderno, perché ci hanno permesso di fare molte cose nuove ed anche di vivere meno pericolosamente. Per esempio, i cani da guardia che sono sovrasensibili all’avvicinamento di estranei durante la notte, quindi mi allertano. In buona sostanza, questa è una tecnologia perché mi permette di dormire sonni tranquilli, infatti per gli antropologi ciò ci permette di liberarci dalla necessità di essere costantemente in stato di allerta per dedicarci a pensieri superiori e alimentare l’intelligenza cristallina. Il cane è stato ed è quindi una tecnologia vincente, addirittura qualcuno dice che ci ha aiutato a sopraffare le altre specie di Homo contemporanee che questa tecnologia non l’avevano, per esempio i Neanderthal.
-Quanto del primitivo animale selvatico, il lupo, c’è ancora in quella creatura che ci fa compagnia in salotto?
-Dipende tanto da che tipo di cane prendiamo; per i cani cosiddetti primitivi, che esistono ancora adesso ed hanno una buona parte di questa natura, possiamo descriverli come poco collaborativi, indipendenti, meno legati all’umano, nel senso che per molte delle loro attività, non contemplano la presenza di persone. Per esempio, se lei va a vedere gli husky o il laika della Scandinavia, sono dei piccoli lupi, sono davvero indipendenti,(si allontanano per molti chilometri, per tornare quando hanno finito di fare quello in cui sono interessati. Altri molto primitivi, sono i cani da guardianìa, che fanno la guardia al gregge. Sono cani molto grossi, indipendenti, hanno, diciamo una struttura che ricorda molto il lupo, soprattutto nei cani aborigeni del Caucaso o dell’Asia Centrale.. Per contro abbiamo il nanismo, cioè l’infantilizzazione di una serie di frange della popolazione, quindi se una frangia va verso il gigantismo, un’altra va verso il nanismo. Il nanismo, è già insito nei cani selvatici. Man mano che li rimpiccioliamo, vediamo come questi cagnolini diventano sempre più infantili e sono caratterizzati da un sentimento di attaccamento alle persone molto forte. Il piccolo corpo imprigiona un cucciolo perenne che è adulto solo per certi versi, come la riproduzione. Molto nel cane è cronogenetica, è una questione di tempistica, basta pensare alla curva di crescita, e questi delle taglie più minute presentano anche peculiarità metaboliche ad esempio fanno fatica a mantenere la glicemia stabile, un po’ come i bambini molto piccoli. Lei pensi soltanto alla curva di un terranova che da adulto pesa 70 kg e per arrivare a quel peso ci mette 18 – 20 mesi circa, nasce che pesa 750 gr. ed entra subito in una fase di crescita ultrarapida, crescendo molto in fretta. Mentre un chihuahua, che da adulto pesa tra i 3,50 e i 4,00 chili, nasce di 70 grammi e ci mette sei mesi ad arrivare a quella taglia. Quindi ha una crescita con una curva completamente diversa, senza fasi rapide, ma piuttosto lenta nel tempo e comunque breve. Ci sono anche problematiche legate a profili biologici diversi, legati all’attività della tiroide, all’ormone della crescita, al metabolismo, o alla dimensione relativa del cranio. Il cranio nei cani di piccola taglia è completamente infantile, a volte con le fontanelle aperte, a volte troppo aperte, perché il cranio non riesce a contenere il cervello che è troppo grosso, un’incongruenza che può stupire.
– E allora cosa succede ?
– Succede che la volta cranica si dilata durante lo sviluppo nell’utero, ma non riesce a costruire una parete completa, ecco il motivo delle fontanelle, perché la dimensione dell’encefalo costituisce un segmento rigido, più di tanto non può essere ridotto. Ma anche l’occhio, l’occhio è sempre 2,2 cm di diametro, qualsiasi sia la dimensione del cane, così come la durata della gravidanza che è sempre di 60 giorni dall’ovulo fecondato sino alla nascita, qualsiasi sia il peso. E questo è un fatto abbastanza particolare perché per le altre specie non è così. la strategia evolutiva è allora una moltiplicazione del numero dei feti: con l’aumento della taglia della madre, invece di averli più grossi, semplicemente ne abbiamo di più, per cui un pastore tedesco fa 8-9 cuccioli, laddove un chihuahua ne fa due. E questo perché appunto la durata della gravidanza è un tratto rigido che non può essere modificato. Poi il gigantismo è una vera mutazione endocrina che provoca un eccesso di ormone della crescita che può superare quella del parente selvatico. Infatti, questi cani pagano la iperdimensionalità con una vita breve, per via del costo metabolico molto alto. Vi sono poi altre mutazioni non funzionali, per esempio la coda arrotolata sul dorso tipica degli spitz che è molto antica e non ha nessun particolare significato, o le orecchie pendenti. Noi non abbiamo l’idea di come fossero all’inizio, alle origini, abbiamo assistito però a delle modifiche del fenotipo morfologico, comprese le orecchie, la coda arrotolata e, ovviamente, i mantelli ma dovremo aspettare di vederli raffigurati sulle pareti delle piramidi egizie per averne testimonianza. Quello che sappiamo è che, nella trasformazione dalla vita selvatica a quella domestica la specie ha mostrato una sensorialità ridotta rispetto al lupo, il che costituisce un adattamento più compatibile con la vita con gli umani.
Di questa ridotta acutezza sensoriale la prima importante è la riduzione della bolla timpanica, già visibile nei primissimi fossili: l’udito dei primi domestici non era così sopraffino, d’altronde il lupo vive nella foresta che è silenziosa e un minimo rumore può significare una preda o una minaccia, mentre per il cane che vive con noi, che siamo una specie cacofonica, non è così. Quindi la nuova nicchia ecologica dove il cane domestico si va formando ha favorito quelle modifiche che miglioravano plasticità e adattabilità riducendo le qualità dei selvatici, tra cui la grande reattività, soprattutto difensiva. I cani infatti spesso devono tollerare anche una manipolazione fisica invadente, per esempio il fatto di essere abbracciati, che è spesso motivo di ansia. Vi è uno studio dello psicologo Stanley Coren che ha verificato, sui social, le foto di cani con le persone che li abbracciano. In una percentuale molto alta quelle foto mostrano cani che emettono segnali di stress, per esempio sbadigliano, oppure chiudono gli occhi o si leccano il naso. Tutti piccoli segnali di disagio, perché forse questi abbracci tutto sommato piacciono a noi, ma non a loro, siamo invadenti…
-Questa progressiva familiarizzazione è stata possibile grazie al processo di addomesticamento. Si tratta di qualcosa di evidentemente complesso e che deve tenere conto di più fattori. In cosa consiste esattamente e quali sono i suoi limiti?
-L’addomesticamento consiste nel trasformare una specie per fare in modo che si adatti alla vita con noi. Questa operazione è iniziata, solo per i cani, non meno di 15. 000 anni fa, ma probabilmente anche Il doppio. Si devono aspettare gli 8000 anni fa per avere tra noi gli altri animali (pecore, capre, maiali); per molti millenni eravamo solo noi con i cani. Cani che vivevano dentro i nostri rifugi, anche perché c’era la glaciazione, favorendo una comunione molto intensa. La selezione messa in atto era legata prevalentemente a un differenziale riproduttivo, cioè non tutti i cani che nascono si riproducono e non tutti quelli che si riproducono, si riproducono nello stesso modo. Questo succede anche in natura, solo che i criteri qua, li stabiliamo noi, cioè quali individui posso tenere con me, gli altri li abbiamo mandati via, li abbiamo cacciati. Così abbiamo creato una direzione, un flusso genetico che portava verso animali docili. E’ stato illuminante, per comprenderne i meccanismi, lo studio di Dimitry Belyaev, professore genetista russo, che ha addomesticato le volpi come processo ex novo, iniziato alla fine degli anni 50 del 900 in Siberia, in un allevamento di volpi azzurre da pelliccia. Le volpi erano totalmente intrattabili nelle gabbie, per motivi che ci sono completamente ovvi. Gli allevatori hanno chiesto aiuto, per renderle meno aggressive, agli scienziati e Belyaev ha accettato la sfida, andando in Siberia con la sua assistente e iniziando un percorso che è durato decenni. Ha da subito notato che, tra le 5000 volpi, nell’allevamento c’erano alcune centinaia che non erano così terrorizzate e non cercavano subito di fuggire. Allora decise di fare un esperimento: mise queste volpi che avevano comportamenti di fuga meno accentuati in un settore dell’allevamento dedicato, accoppiandole fra loro e valutando ogni anno quali tenere per la selezione mirata alla docilità.
– Con quali risultati?
Dopo solo 18-20 generazioni, 18-20 anni, dato che la riproduzione avviene una volta all’anno, queste volpi erano diventate mansuete, propense ad avvicinarsi spontaneamente, fare le feste alle persone, accettavano le coccole.
Osservò, inoltre, le differenze tra gli animali domestici e i loro progenitori selvatici e notò che alcune caratteristiche morfologiche tendevano a cambiare in gran parte delle specie domestiche con un andamento simile. Come effetto della domesticazione, infatti, la taglia e le proporzioni cambiano, la colorazione e la consistenza della pelliccia smettono di essere mimetiche, la coda si arrotola, persino le orecchie di alcuni esemplari diventavano flosce. Anche il comportamento biologico cambia: ad esempio le specie domestiche tendono a perdere la stagionalità riproduttiva.
Secondo il suo ragionamento, se si sceglie di far riprodurre solo gli animali più mansueti, con il tempo, si ottengono esemplari con le stesse caratteristiche morfologiche e fisiologiche, indipendentemente dall’animale domestico considerato.
–In proposito, la lettura del suo libro, mi ha fatto molto riflettere su alcuni atteggiamenti di antropomorfizzazione presenti in molte relazioni cane-padrone. Non vi è un rischio di umanizzare troppo questi nostri amici fedeli? Che limiti ha il cervello di un cane, in primo luogo nella comunicazione che può avere con noi?
-Sulla comunicazione bisogna dire che stiamo scoprendo che, in effetti, il cane ha evoluto notevoli capacità di comprensione della lingua parlata: intanto una lateralizzazione cerebrale;, risponde ai nostri discorsi un po’ come noi, il cervello destro decodifica il messaggio emozionale (chi parla, minaccioso o amichevole, ecc) e quello sinistro invece il contenuto semantico, e poi conosce e risponde alla nostra lingua, perché anche i cani sono di lingua madre.. Quindi, se gli dici vai a prendere la pallina, è col cervello sinistro che lo decodificano, tant’è che orientano la testa, se devono capire meglio qualcosa. Nella parte finale del libro, parlo della domesticazione dell’occhio;, il cane ha sviluppato questo muscolo accessorio che solleva il sopracciglio e che mostra la sclera bianca, che è una cosa che facciamo noi. E siamo gli unici tra le grandi scimmie antropomorfe a fare questo: la sindrome dell’occhio sociale, ossia un occhio che mostra il bianco è più utile per gli altri nel capire la direzione dello sguardo aiuta la comunicazione. Nei Lupi questo aspetto non esiste, hanno l’occhio con le palpebre molto aderenti e non si vede la direzione dello sguardo, anzi è uno sguardo piuttosto distaccato. Infatti, l’occhio giallo del lupo è considerato freddo “da predatore”. E così con i due tratti evolutivi nuovi, cioè l’occhio con iride scura (che abbiamo privilegiato nella gran parte dei nostri cani perché offre un’espressione più calda e amichevole rispetto a quella lupina) e il sollevamento del sopracciglio interno, il cane ha un’espressione più simile alla nostra, che sembra, o forse effettivamente è in grado, di comprendere davvero le nostre espressioni e rispondere in maniera appropriata. Sull’antropomorfizzazione, non vi sono dubbi, che il limite sia il misconoscere il bisogno dei cani di essere cani.
– Sembra quasi che ad ogni tipologia di cane sia associato un complemento di scopo: cane da caccia, cane da guardia, cane da salvataggio, da compagnia e poi vi è la pet therapy. Proprio di quest’ultima vorrei chiederle, soprattutto per conoscerne gli scopi e i limiti.
-È nata per caso, perché questo neuropsichiatra Boris Levinson teneva un cane in studio ed aveva notato come questa presenza portasse dei benefici ad un suo piccolo paziente autistico: un bambino chiusissimo col quale non riusciva proprio a instaurare nessun rapporto. La presenza del cane riuscì a sbloccarlo perché, ad un certo punto, il bambino chiese del cane. Da questa esperienza Levinson decise di effettuare ricerche e sperimentazioni approfondendo l’argomento.
La pet therapy (oggi attività assistite dagli animali – AAA – distinte dalle terapie assistite dagli animali TAA) prevede che il cane sia un mediatore che dà fiducia, che non chiede, non pretende. Il cane fa da assistente, è un cane che sta servendo da partner nel programma terapeutico. Se lei guarda ad esempio il cane guida per non vedenti, è un cane a cui si chiede un grande sacrificio, cioè autocontrollo, un addestramento molto lungo. In questo caso l’addestramento si basa sulla prevenzione di eventi pericolosi, quindi, è chiaro che di per sé vive un tipo di vita un po’ ansiosa. Inoltre, deve essere molto disciplinato, ma deve anche essere capace di imporsi e rifiutarsi di obbedire se la richiesta configura un pericolo. Quindi, in una situazione del genere, il benessere del cane è un po’ messo in discussione se il non vedente non ha uno spirito cinofilo e non ama assecondare e consentire anche dei momenti in cui il cane fa il cane e basta. Molti, per l’appunto, usano il cane. E questo per quanto riguarda un cane da assistenza vero e proprio o peggio ancora quelli che tirano la sedia a rotelle, dove trainare la sedia, magari con imbracature che non sono perfettamente bilanciate e adatte all’animale. Il valore sociale che noi diamo a queste attività è così grande che tutto sommato iI benessere del cane passa in second’ordine. In tutte queste attività ricordiamoci sempre che il cane è un animale sociale obbligato e che la cosa peggiore per lui, è essere lasciato solo
-Ma assistiamo, visto il notevole incremento della popolazione canina, anche ad un aumento del maltrattamento di questi nostri animali domestici?
Ah, certo. Molte persone scaricano le nevrosi o le frustrazioni sul cane, le loro frustrazioni. Purtroppo, noi veterinari abbiamo la possibilità di percepire ed è così triste, la mancanza di fiducia del cane nei confronti delle persone quando la relazione non è serena e abbiamo ancora una quantità di addestratori rimasti, nella convinzione di poter risolvere qualsiasi problema con l’uso della violenza. I familiari del cane cercano aiuto ma se questo aiuto configura invece la coercizione, si può creare nell’animale uno stato ansioso e addirittura può scaturire il ricorso a comportamenti aggressivi Proprio come per noi, buona parte dei disturbi mentali e quindi comportamentali sono dovuti ad emozioni negative come l’ansia e la paura, la frustrazione e la rabbia, emozioni che conosciamo bene e dovremmo imparare a riconoscere nei nostri animali, così da correggere gli errori commessi e riportare la relazione sui corretti piani affettivi.

Barbara Gallicchio
Lupi travestiti
Le origini biologiche del cane domestico
2025, Raffaello Cortina editore