EXAGERE RIVISTA - Maggio - Giugno 2024, n. 5-6 anno IX - ISSN 2531-7334

Occorre cambiare per poter continuare. Intervista a Carmen Lasorella.

di Gianfranco Brevetto

E’ un romanzo coinvolgente, dalla prima all’ultima riga, la prima opera narrativa di  Carmen Lasorella. Giornalista, saggista, volto notissimo della TV, inviata di guerra, sempre in prima linea, attenta analista, ha viaggiato nei luoghi più  roventi e scomodi del nostro pianeta. Con Vera e gli schiavi del terzo millennio (Marietti 1820) ci propone un racconto che vuole essere insieme una riflessione e una denuncia, attraverso la voce e gli occhi di una donna speciale, di quanto accade ogni giorno sotto i nostri occhi nel mondo dell’emigrazione. Un grazie particolare all’autrice per l’intervista che ci ha concesso.

-Il tuo libro, scritto in soli nove mesi, appare a dir poco affascinate. I contenuti e la trama ci conducono in un vero giallo dai risvolti poco prevedibili. Ma iniziamo, com’è tradizione, dal titolo. Chi sono gli schiavi del terzo millennio?

-La schiavitù è una realtà che gli uomini non riescono a lasciarsi alle spalle e, nel terzo millennio, dover continuare a a parlare di schiavi è, a dir poco, aberrante. Lo schiavismo è stato un fenomeno che ha visto secoli addietro la tragedia dello sfruttamento del mondo africano e, come si sa, non solo di quello. E’ una  prevaricazione sull’umanità: i più vulnerabili, deumanizzati, perdono ogni diritto. Purtroppo, continua ad accadere oggi nella tragedia  delle migrazioni. Ad ogni latitudine.

-Sì è un concetto storicamente molto forte.  Perchè questa tragedia, che  priva le persone della libertà?

-I migranti non sono clandestini, nel senso proprio della parola, sono persone prive di documenti, perché non li hanno più o gleli hanno tolti.   Affrontano viaggi pericolosi in cui rischiano la morte. Subiscono vessazioni di ogni genere, sono consegnati all’incertezza, sono spogliati della loro dignità. Percorrono strade non legali, semplicemente perché per loro non ce ne sono altre. Fuggono dalle guerre, dalle dittature, dalle carestie, dalla miseria, da terre oramai aride a seguito dei cambiamenti climatici. Dipingerli come orde di invasori o peggio nemici e comunque clandestini deforma la realtà, la mistifica. È una narrazione distorta, siamo di fronte ad una tratta. È questo il termine giusto.

-Il passo dall‘illegalità alla criminalità è breve…

-Sì, è la legge della domanda e dell’offerta. Da una parte, li impacchettano e li imbarcano, dall’altra, il racket che non è controllato solo dalle mafie ma da “colletti bianchissimi” che ne traggono profitto. Sono tanti i soldi girano intorno alle migrazioni. Soldi pubblici, che escono dalle nostre tasche…e che non finiscono nell’oceano del bisgno, ma in altre tasche, il più delle volte italiane. Fa troppo comodo una forza lavoro senza diritti: diventa  semplice inserirla nei circuiti della delinquenza, non solo prostituzione o agromafie, ma anche traffico di organi e di armi. Queste persone vengono considerate carne, merce. E’ una realtà che dobbiamo conoscere, che ci riguarda da vicino.

-La protagonista del tuo racconto, Vera, è una donna sui sessant’anni, un’attivista, una che ha  scelto di sporcarsi le mani in prima persona, con la sua forza e le sue debolezze. Vera è fedele al significato del suo nome anche nei fatti, nella sua vita. Come riesce a muoversi in un mondo sempre più caratterizzato dalla disinformazione, dal fake?

-Considera che noi viviamo da sempre in una società di maschere, che tende a semplificare e ci permettere di nasconderci. Vera è una persona autentica, che non ha paura di essere sè stessa, di impegnarsi nelle sue battaglie, costose e rischiose da ogni punto di vista, di fare tante rinunce. É un persona forte, che insieme al suo gruppo di amici, compagni di vita , ha portato avanti questo impegno a tante latitudini per anni. Nella vita, però, non si può continuare a fare  la stessa cosa per tutto il tempo che ci è dato. Arriva il momento in cui bisogna cambiare per poter continuare. Quando il  gruppo si disgrega, Vera passa a dirigere un grosso consorzio che si occupa del diritto all’accoglienza tuttavia, la struttura è marcia: lei se ne rende conto subito. Sceglie di tornare in prima linea. Indaga. si espone. Subisce minacce, anche informatiche.

L’informatica..una della nuove minacce del nostro tempo, forse una nuova schiavitù annunciata

-Certo,  nell’era informatica nella quale già viviamo, ci scopriamo inadeguati, senza risorse, senza strumenti. Rischiano anche noi di perdere i nostri diritti e di diventare schiavi. Ci muoviamo in territori che non conosciamo, nell’assenza di regole e seguendo percorsi che non scegliamo. Il fake è ovunque. Contamina la realtà, l’intelligenza artificiale la modifica, il mondo virtuale la sovrasta. Possiamo perdere noi stessi, la nostra credibilità, i nostri sogni, il futuro. Bisogna resistere e reagire.

– Ho molto apprezzato una tua recente intervista al fisico Federico Faggin[1], nella quale sono emerse alcune cose molto interessanti al riguardo.

-Federico Faggin è un grande scienziato, semplificando, lo si può definire il padre del microchip. Con lui ho parlato di spiritualità e di coscienza. Stupisce? Forse alcuni, ma non chi si ponga almeno le domande di base: dove andiamo? cosa stiamo diventando? rimarremo liberi? Faggin, ragionando delle accelerazioni che ci porta l’era informatica, rifiuta la visione della scienza ufficiale che ci considera macchine. L’uomo è unico e irripetibile e la sua coscienza ha una dimensione quantica, non si misura con gli algoritmi. Bisogna arrivare ad un livello  più profondo per non soccombere nella società delle macchine: serve la spiritualità. Nel romanzo, Vera invoca la scienza, la coscienza e la conoscenza, si batte nel nome dei diritti, perché sono il portato dell’umanità: il valore che dobbiamo difendere ad ogni costo. Chiamiamola anima, spiritualità, come si vuole, l’obiettivo è garantire la speranza nella la consapevolezza. Faggin ed io abbiamo condiviso una grande sintonia. L’alternativa è rimanere travolti da un mondo che non controlleremo più. Siamo già sulla strada, nel momento irresponsabile che viviamo alla vigilia di una nuova guerra. Gli uomini sono travolti dalle ambizioni, inseguono il potere, il denaro, mistificano i fatti, premono sulla diversità, dividono, sono in pochi a capire che solo insieme si possono risolvere le grandi questioni del nostro tempo, in primis, i cambiamenti climatici. Cambiamenti che addirittura si continuano a negare.

– Vera è un’attivista dei diritti umani, un campo nel quale si è quotidianamente a contatto con il diverso. Il tuo libro ha, tra l’altro, il pregio di mettere in luce il binomio identità e diversità. Come coniugare questi due termini?

-L’identità è un patrimonio culturale, etico, storico, di costume, guai a smarrirlo. La diversità è un valore straordinario perché è l’incontro delle identità ed è un meraviglioso mosaico, dove ciascuno si arricchisce del valore aggiunto dell’altro. Non serve scomodare l’utopia, accade! Vivono in questa dimensione tutti coloro che da sempre sono aperti all’incontro, alla conoscenza e che mettono da parte i pregiudizi. Ci sono tante persone capaci di andare incontro alle situazioni, cercando di capirle. Bisognerebbe diventare comunque più numerosi.  Identità e diversità dialogano tra loro, si integrano e si arricchiscono.

-L’emigrazione è uno dei temi di maggiore attualità anche se non sempre vengono indicate, in proposito, soluzioni che permettono di averne una gestione cosciente e consapevole nelle pratiche politiche. Quali sono i limiti di queste scelte?

-Andiamo in una direzione completamente sbagliata e secondo me, di questo passo, non arriviamo da nessuna parte. servono regole, condivise, serve la legalità. Si stanno invece scavando fossati e – come qualcuno ha detto- si avvelenano i pozzi: con le mani non si ferma il mare. In questo momento errano per il mondo almeno 100 milioni di profughi. Cosa facciamo? Dilaga la destabilizzazione, alimentiamo l’odio e la paura, moltiplichiamo l’incertezza. Ci siamo smarriti.   Le società multietniche non possono rimanere condomini litigiosi, devono diventare delle comunità. Siamo chiamati a  creare un nuovo sistema sociale. Dobbiamo rifiutare le parole d’odio, seminate da una politica corrotta, scadente, che non ha proposte credibili da offrire. Chiediamoci quali sono i nostri obiettivi, quali i punti fermi, quali i desideri e i sogni, che non possiamo lasciarci strappare. Se accadesse, non saremmo solo vittime, ma complici.


Carmen Lasorella

Vera

e gli schiavi del terzo millennio

Marietti 1820, 2023


[1] https://www.key4biz.it/federico-faggin-il-genio-italiano-del-microchip-conversazione-con-carmen-lasorella/462685/

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