EXAGERE RIVISTA - Maggio-Giugno 2021, n. 5-6 anno VI - ISSN 2531-7334
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Perché Psyché?

di Vinicio Busacchi

 

“Perché Psyché?” è una tra le prime domande che ‘ritorna’ tenendo tra le mani la nuova edizione del secondo volume della nota e importante raccolta di scritti di Jacques Derrida, Psyché. Inventions de l’autre (1987, 2003) che Jaca Book ha ripubblicato recentemente[1] (è appena uscito anche il primo volume). Offre motivo di intrigo il fatto che, al di là di rimandi sporadici, il concetto trovi rilievo tematico, cioè motivo effettivo di trattazione, solo nel primo saggio che apre la raccolta e nell’ultimo che la chiude. Forse non casualmente, dato Derrida… Ma forse ‘fatto di significato’ per quel gioco vivo e mobile, nel movimento di riflessione e relazione (proiettiva), che un testo decostruzionista impone al suo lettore. ‘Un testo’? Non siamo, certo, di fronte a un’opera di Derrida: il volume, anzi i volumi (o, pure meglio, i tomi), come spiega lo stesso filosofo nel breve Avant-propos (al primo di essi), raccolgono «scritti che hanno accompagnato, in qualche modo, le opere» da egli pubblicate tra la fine degli anni Settanta e gli anni Ottanta del secolo scorso. Sono testi dalla forte varianza tematica e di genere (saggistico, epistolare, convegnistico…), e hanno costellato e concorso in modo diverso a sostanziare la ricerca del Nostro. Alcuni hanno importanza di prim’ordine e sono citatissimi – come, nel primo volume, ad esempio, “Il ritrarsi della metafora” (1978), nel secondo, la “Lettera a un amico giapponese” (1985), quest’ultimo considerato anche nella bella postfazione di Gianfranco Dalmasso ‘chiave’ per comprendere cosa sia-non-sia la decostruzione. Ma sono, al tempo stesso, parte della “nebulosa” originaria da/con cui quelle opere si sono formate. Derrida parla di «una teoria distratta» a descrivere questa legge di formazione delle parti dissociate, radunatesi come una «molteplicità mobile». ‘Mobile’ e senza ratio, nel tempo, ma già sempre, in formazione, nello spazio. Fino alla finale messa in ordine (e unità), per mano (anche narcisistica) dell’autore. Vi è una unità, oltre le parti. La scelta non è casuale, l’ordine non è casuale, e non sono casuali l’apertura – ove ‘psyché’ si lega al discorso della favola, come a dire che siamo sempre nella rappresentazione – e la chiusura – ove ‘psyché’ si lega al discorso dello spirito dei popoli, come a dire che siamo sempre gli altri o attraverso gli altri (ovvero, sempre a rischio di deriva ideologica, di persistere esistendo sconosciuti a noi stessi). E meno casuale ancora lo è il titolo.

Dunque, perché Psyché. Invenzioni dell’altro?

Un primo (ma non risolutivo) indizio viene ancora dallo stesso filosofo che scarta la scelta della messa in ordine dei lavori secondo il tempo vedendo, con il lavoro «di metà percorso» “Psyché. Invenzione dell’altro”, del 1983 (appunto, il testo di apertura), che «questa psyché sembra ruotare attorno al proprio asse per riflettere a proprio modo i testi che l’hanno preceduta come quelli che l’hanno seguita. Contemporaneamente, uno specchio mobile finge di raccogliere il libro: in ciò che comunque ne è la sembianza, la sua immagine o il suo fantasma. Tecnica del simulacro, è questo che dopo tutto rimane il carattere proprio di una prefazione./ Simulacro e specularità»[2].

Vi è, allora, biografia, gioco, posa, invenzione, creazione, tecnica, dissimulazione, verità, scavo, pensiero, psicologia, arte: tutto questo è-e-non-è la decostruzione. La quale, però, anzitutto, per certo, riguarda la relazione.

Solo la relazione – in qualunque forma, intendimento e manifestazione si dia e si voglia – pone la presenza e la rappresentazione, la parola e il silenzio, il compito e la creazione, l’azione e la tecnica, l’invenzione e la verità, la realtà del proprio sé (della propria psyché) e dell’altro… come realtà, come questioni essenziali, di senso e dignità, quando non anche di vita e di morte. La decostruzione è la ricerca, di sé e dell’altro, oltre la carne, l’immagine e la parola; ma è anche invenzione, ovvero innovazione-rinnovamento (perché il mondo non finisca), e difesa (perché il mondo non finisca me).

L’ordine di senso tra il polo iniziale e il polo conclusivo è forse una trappola per il giusto intendimento; è, forse, ordine che va solo considerato come soluzione ‘di cesellatura’. Se le cose stanno così, allora la risposta si trova in altro luogo. Si trova, crediamo, a pagina 294 di questa nuova edizione del secondo volume di Psyché. Invenzioni dell’altro!

[1]              J. Derrida, Psyché. Invenzioni dell’altro, vol. 2, tr. it. di R. Balzarotti, postf. di G. Dalmasso, Jaca Book, Milano 2009, 2021.

[2]              J. Derrida, “Premessa”, in J. D., Psyché. Invenzioni dell’altro, vol. 1, tr. it. di R. Balzarotti, Jaca Book, Milano 2008, 2020, p. 8.

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