EXAGERE RIVISTA - ottobre - novembre - dicembre 2025, n. 10-11-12 anno X - ISSN 2531-7334

Pollicino: il protettore dei protettori. Intervista a Valerio Magrelli.

di Gianfranco Brevetto

Exfanzia (Einaudi editore) è un libro di poesie Valerio Magrelli che ha la capacità di tenere legato il lettore pagina dopo pagina, qualità non comune per una raccolta di versi. Pur non essendoci una trama ed un finale a sorpresa, sono i continui colpi di scena, la ricerca di un senso che, apparentemente nascosto, ci strizza l’occhio e ci induce a proseguire. Valerio Magrelli, docente universitario, critico letterario e scrittore, ha accettato di intrattenersi con noi in un piacevole colloquio dal quale è nata questa intervista.

-Diciamo da subito che mi ha colpito il titolo del suo libro, soprattutto quell’ex che abbiamo in comune con la nostra rivista. Ma, al di là di quella che può apparire un semplice battuta, mi ha piacevolmente intrigato la lettura dei suoi versi. Ma c’è di più, mi ha anche meravigliato, interessato: ho avuto l’impressione di leggere molto più di un libro di poesie. La avviso che non sono un esperto in materia, quindi le farò alcune domande da semplice lettore. Partiamo dal titolo del libro. Quell’Exfanzia che sembra quasi opporsi a infanzia. Dal dizionario etimologico ho scoperto che quest’ultima parola significa “che non sa parlare”. Ho avuto, perciò, la sensazione che, titolando Exfanzia lei volesse dar voce a qualcuno. Quanto è corretta questa lettura?

– Ho studiato molto Paul Valéry che su questo tema scritto pagine definitive. Sono dell’idea che il testo, una volta completato, vada, in totale solitudine, incontro a qualsiasi tipo di lettura. Arrivo a dire che l’autore non ha alcun titolo di merito rispetto a un qualsiasi lettore. Il testo deve poter dire quello che noi vi scorgiamo. Per quanto mi riguarda io quella espressione l’avevo già utilizzata nel mio primo libro in prosa che risale addirittura al 2001, io lo intendo come neologismo aperto, come dicevo, a qualsiasi tipo di lettura. C’è quella “ex” che ritroviamo in “eccentricità”, qualcosa che è fuori dell’orbita, qualcosa che spinge, una forza centripeta. Ma anche una “ex” che è rivolta al passato, che sta a indicare un tempo ormai scaduto oltre che maturato.

– Lei fa uso sapiente della lingua, dei vocaboli che utilizza, un esercizio che, a volte, porta all’estremo. Li contorce, fa quasi loro del male, quasi a volerne estrarne un distillato. Ciò premesso, quanto assomiglia il mestiere del poeta a quello del filologo?

– Probabilmente più di quanto io non pensi. Mi sono laureato in storia della filosofia quindi tutti i miei studi, tranne qualcuno, erano filosofici. Ho studiato molta letteratura francese e, soprattutto, tedesca, ma non ho mai fatto un esame di filologia quindi, probabilmente, quello che è più vicino al mio fare è anche quello che mi resta più misterioso, più estraneo. Però il mio atteggiamento è analogo a quello che lei ha descritto. C’è una bella immagine proprio della Bibbia che dice che, come l’oliva, tu offri il succo più prezioso soltanto sotto il torchio. È un’immagine bellissima, effettivamente. C’è chi può produrre in maniera, serena, felice e lineare; per me è un po’ come dice lei, cioè a volte occorre utilizzare una pressa per avere un risultato soddisfacente.

– Tra le continue citazioni, riferimenti, mi ha colpito, anche per quello che sono i miei interessi, quello che lei dedica a Derrida. Mi rifaccio a una delle espressioni più note di questo filosofo francese: il dire, è sempre un voler dire. Si può sostenere che il lavoro poetico non sia altro che un lavoro di continuo rimando? 

– Secondo me la risposta si situa al confine di questa suggestiva espressione. Ho ovviamente incontrato Derrida nei miei studi e ho letto alcuni dei suoi testi, conosco meglio Heidegger che ho studiato a lungo. Entrambe sono stati, a ragione o torto, considerati anche degli intellettuali che hanno spinto molto oltre un certo tipo di riflessione e analisi in campo filosofico. Mi viene in mente un’altra citazione di Wittgenstein, quando ci dice da che una citazione deve funzionare come un corrimano per aiutare chi sale le scale. A me sembra molto bella, ecco per me la citazione non vuole essere uno sfoggio di cultura, ma indicare qualcosa di abbozzato, di non detto. Io amo profondamente questo spazio testuale, le mie prime poesie uscirono in un libro che si chiamava Esercizi di tiptologia. Lì c’è addirittura una pagina intera con 7 o 8 citazioni. Le immaginavo come delle lapidi in certe chiese, una sotto l’altra.

– Occorre dire che mi è sembrato evidente anche l’aspetto favolistico nella sua poesia. E, in questo genere di narrazione,emerge, come è stato notato, il tema del ribaltamento, che lei usa con funzioni, mi permetto di dire, di ribaltamento logico. Forse, ma è solo una mia suggestione da profano, potrebbe accostarsi al Lewis Carrol di Alice…

– Io penso proprio all’ infante, quando è alle prese con degli oggetti come i cubi, i parallelepipedi, quei giochi elementari ma tanto formativi. Il bambino, l’infante, per capire che cosa ha di fronte deve afferrarlo, manipolarlo, spostarlo, toccarlo in tutte le sue parti per potersi, in qualche modo impadronire di questa volumetria. Ecco, noi, con la mente, cerchiamo di afferrare un concetto in maniera ovviamente astratta rispetto alla tangibilità dell’oggetto quotidiano. E a me viene spontaneo, se devo capire qualcosa, provare a vederla sotto tutti i punti di vista, a manipolarla, togliendo ovviamente l’elemento negativo di questo di questo verbo.

– Un personaggio fa capolino sovente nei suoi versi, un personaggio anche qui fiabesco: Pollicino. Personaggio, piccolo quanto un pollice, ma capace di giocare di astuzia fino a mettere in scacco e burlarsi dell’avidità dell’Orco. Qui si pone il problema delle dimensioni, quelle dei bambini che non sono, evidentemente, degli adulti di dimensioni ridotte, ma altro. Perché Pollicino è un personaggio così centrale e importante per lei? 

-Devo dire che Pollicino è stato una specie di linea continua nel mio lavoro, tanto che addirittura scrissi una piccolissima raccolta insieme ad un amico pittore che si chiamava Pollicino quater, quattro volte Pollicino. Questa collezione, poi, fu arricchita e siamo arrivati addirittura a sei testi. Ma la cosa più importante è che ho voluto dedicare la parte più consistente dell’intera raccolta di Exfanzia proprio  a questa figura fantasmatica col titolo: Sotto la protezione di Pollicino. Per me è il limite estremo del ribaltamento, perché se c’è una cosa che Pollicino non sa fare e proteggerse, lui che è in qualche modo l’indegno, l’espulso per eccellenza, Eppure a me è venuto spontaneo pensare che fosse proprio lui il protettore dei protettori. Il più indifeso di tutti ma anche il salvatore di tutti, in questo c’è anche un elemento cristico.

– Un legame forte…

– Sì, ci sono molto affezionato perché le sue manifestazioni nella mia vita sono state le più diverse. Una, davvero toccante, è avvenuta in occasione della visita alle due fontane costruite al posto delle Torri gemelle a New York. Le cornici di queste enormi fontane sono lunghe decine di metri per lato e completamente istoriate dai nomi delle vittime. Io arrivo, mi avvicino, mi tolgo gli occhiali e tra i nomi ne emerge subito uno: Stephen Pollicino.


Valerio Magrelli

Exfanzia

Einaudi Editore, 2022

Share this Post!
error: Content is protected !!