EXAGERE RIVISTA - Luglio - Agosto - Settembre 2022, n. 7-8-9 anno VII - ISSN 2531-7334

Sostenere le famiglie nel loro ruolo genitoriale: strumenti e interventi di “cura”

di Maurizio Parente

Famiglie in cerca di aiuto: nuovi bisogni per nuove generazioni

Parlare oggi di famiglie obbliga ad andare oltre l’idea, forse un po’ troppo semplicistica, di “gruppo di persone che vive sotto lo stesso tetto”; l’essere famiglia è molto più di una serie di interazioni; è più della somma delle sue parti ed è una entità che oltrepassa i legami di sangue (pensiamo alle famiglie che adottano).

Essere famiglia non è un qualcosa di “definito” o “definibile” a-priori, di dato una volta per tutte, ma identifica una condizione che pone i componenti di ciascun sistema familiare alla continua ricerca della propria essenza; è complessità in quanto moltitudine di storie che si intrecciano e diventano più articolate attraverso le relazioni. La famiglia non è un solo “luogo”, ma tanti “luoghi” contemporaneamente: è il luogo dell’appartenenza, dell’individuazione, dell’apprendimento, dell’educazione, delle relazioni, della stabilità e del cambiamento. È anche il luogo dove sperimentare l’intimità e la comunità, la sanità mentale e la follia, l’armonia e il conflitto, ecc. La famiglia è quello spazio privilegiato in cui ogni singolo individuo impara ad “essere persona” perché – come sottolinea bene Bronfenbenner – «la famiglia rende umani gli esseri umani» (Bronfenbenner, 2010) e lo fa non solo nei primi anni di vita, ma anche nel corso di tutto lo sviluppo.

D’altra parte è anche il luogo in cui è possibile sperimentare la crisi, il fallimento e la sconfitta come genitori che, molto spesso, si concretizza nel rifiuto di trasmettere ai propri figli i saperi, i valori, la memoria storica, la tradizione e le credenze, ma anche più semplicemente quei linguaggi utili alla costruzione di sempre nuovi spazi di confronto, indispensabili al cambiamento.

Spesso – oggi – si tende a colpevolizzare la famiglia, ma è importante ricordare che i giovani vivono in un contesto in cui i metodi educativi proposti dalla famiglia vengono costantemente smentiti o condannati e nel quale ciò che conta e che viene proposto dai mass media, dai social, da internet, dalla società, spesso non coincide con i valori dichiarati e portati avanti dalle famiglie.

Tutto ciò contribuisce a creare un alone di opacità intorno all’idea di famiglia che viene vista come istituzione debole sul piano formativo. È innegabile che i problemi siano numerosi ma, per analizzarli adeguatamente, è necessario andare oltre i “pensieri banali” e stereotipati, evitando la diffusa tendenza a semplificare quella che, invece, è una realtà complessa. Spesso, infatti, trattando di funzioni educative delle famiglie, si tendono a dimenticare due concetti fondamentali che possono essere sintetizzati nelle seguenti affermazioni: le famiglie non sono delle isole; l’educazione non è una questione privata.

Alessandra Gigli chiarisce molto bene questi due aspetti evidenziando come le famiglie non siano isole perché, in quanto sistemi aperti, sono “specchio dei tempi”, nodi di una rete più ampia, sono spazi in cui sono accolte e reinterpretate attivamente le tendenze distintive dei sistemi sociali. Ciò non esenta i genitori dall’avere un ruolo primario nell’educazione dei figli, ma li inserisce in uno scenario più ampio di quello definito dalle mura domestiche, li colloca in una società in cui molti meccanismi educativi si sono “inceppati”, in cui si è disinvestito sul sistema formativo, in cui si è smarrito il senso profondamente sociale del processo educativo, in cui si tende erroneamente a considerare i figli, e i loro comportamenti, come risultato delle sole “performance” genitoriali. Allo stesso modo l’educazione non è, non è mai stata, né mai sarà una “questione privata” perché rappresenta l’evidente prodotto di molti fattori, interazioni, influenze, che possono provenire da molte fonti e agenti educativi, non sempre riconoscibili in quanto tali (Gigli, 2007).

Di fatto, le famiglie vivono un momento di incertezza e in questa apparente condizione di smarrimento reclamano un aiuto reale, concreto attraverso il soddisfacimento di bisogni primari; necessitano, altresì, un intervento discreto e al tempo stesso partecipante.

Parliamo di interventi in grado di poter consentire alle famiglie di essere protagoniste nelle iniziative che le riguardano e di decidere le soluzioni nelle situazioni di disagio, diventando soggetti attivi di fronte ai propri bisogni.

Il disagio, il malessere, le situazioni di sofferenza sono a volte l’espressione di un’esigenza di cambiamento, di rinnovamento; le trasformazioni che avvengono durante la crescita dei figli, soprattutto nel passaggio dall’infanzia all’adolescenza, coinvolgono la famiglia nella ricerca di nuovi equilibri e nuovi standard di comunicazione e relazione.

In queste fasi di cambiamento capita spesso che i genitori percepiscano il loro compito più impegnativo e trovino a volte notevoli difficoltà nel comunicare con i propri figli, nel gestire i conflitti, le crisi che possono emergere e nel trovare un’intesa con loro.

Può anche accadere che soltanto uno dei membri della famiglia possa soffrire, più degli altri, di una determinata situazione di crisi; disagio che gli altri, a volte, possono anche non percepire.

È comprensibile, quindi, che le relazioni all’interno delle famiglie, caratterizzate da rapporti emotivi intimi e profondi, possano diventare problematiche e, in alcuni momenti, molto conflittuali. Anche la comunicazione può rendersi distorta e, nei casi più complessi, può trasformarsi in un’aspra disputa che potrebbe avere come conseguenza l’interruzione stessa della comunicazione.

Litigi continui, incomprensioni, difficoltà ad ascoltare l’altro o ad essere ascoltati, a controllare le proprie reazioni (sbalzi di umore, chiusure, sfide, provocazioni) possono causare sofferenza e disagio psicologico per uno o più membri della famiglia; si rischia così di entrare in un circolo vizioso dal quale risulta difficile uscire ovvero, tutti i tentativi di risolvere la situazione, possono provocare, in realtà, un peggioramento della stessa. In queste circostanze la famiglia può sentirsi impotente, scoraggiata e frustrata.

Riuscire a chiedere un sostegno pedagogico rappresenta l’indicazione di una consapevolezza delle proprie capacità di far fronte ad un problema ed è un primo modo di dare ascolto al proprio disagio al fine di tentare una strada consapevole per la risoluzione e comunque il miglioramento della situazione di sofferenza.

L’intervento pedagogico può rappresentare un valido strumento a disposizione delle famiglie per risolvere problemi di natura educativa in seno al proprio gruppo familiare.

L’intervento pedagogico-educativo a sostegno delle famiglie

Il pedagogista, nella costruzione della sua relazione di aiuto trova un grande alleato nell’utilizzo della parola, così come altre professioni di confine con le quali collabora, ma dalle quali si distingue per i paradigmi ontologici e pragmatici su cui fonda il proprio agire. L’intervento pedagogico attraverso la parola, infatti, non ha nessun anelito di tipo terapeutico, non aspira a interpretazioni dell’inconscio e non lavora sui fatti trasferibili inter-personalmente. Il suo intento è quello di porre in essere una relazione d’aiuto (Canevaro e Chieragatti, 1999; Demetrio, 2001; Lumbelli, 1972; Mortari, 2017) in grado di focalizzare l’attenzione sul cosciente, spesso lasciato sospeso o sottinteso, non discusso, dato per scontato o per non necessitante di alcuna particolare attenzione. L’aspetto certamente più interessante è che in questa situazione, il pedagogista non possiede la soluzione per i problemi portati dall’interlocutore ma, nell’ottica del “prendersi cura di”, può sostenere il soggetto o il sistema nella ricerca di una propria strada verso il cambiamento, può rafforzare le competenze e le capacità di cooping dei membri della famiglia, o far leva sulle risorse esistenti nel sistema, sul rinforzo delle potenzialità latenti, sulla spinta ad acquisire nuove competenze relazionali e strumenti interpretativi.

Nel promuovere questo processo verso la consapevolezza e il cambiamento, il pedagogista adotta un metodo clinico (Massa, 1992; Rezzara, 2004; Crispiani, 2001; Blezza 2010) incentrato sul caso/situazione, sull’approfondimento del contesto nel quale si trova l’interlocutore e impiegando una forma particolare di empatia che consiste nell’entrare dentro la situazione problematica dell’interlocutore in modo da costruire insieme alle persone con cui lavora gli strumenti più idonei per facilitare la lettura dei fenomeni e una loro trasformazione.

Seguendo questa logica diventa possibile delineare alcune delle fasi principali dell’intervento pedagogico, che prevede:

  • l’individuazione delle situazioni problematiche, attivazione del processo di coscientizzazione da parte dell’interlocutore/i e attivazione della volontà di farsene carico in senso costruttivo e positivo;
  • l’attivazione di processi creativi e il richiamo all’esperienza per favorire la definizione di possibili ipotesi trasformative. Si tratta di un momento importante perché finalizzato anche a un primo vaglio delle possibili soluzioni migliori per l’interlocutore stesso;
  • il rispetto di regole di coerenza “interna”: l’interlocutore è condotto a riflettere sulle possibili ipotesi individuate e in questo viene aiutato a rimuovere le contraddizioni tra queste e il contesto socio-culturale in cui è inserito;
  • il rispetto delle regole di coerenza “esterna”: è questo un momento che ha il preciso scopo di mettere alla prova le ipotesi avanzate in modo da scartare quelle che vengono falsificate dall’esperienza;
  • una sana apertura alla trasformazione delle idee, di sé stesso o del sistema, conservazione del dubbio e dello spirito critico quale habitus mentale più idoneo alla considerazione del fatto che siamo sempre protesi verso un rinnovamento del nostro progetto esistenziale.

In verità quanto sintetizzato è solo un modo attraverso il quale il pedagogista può approcciare le diverse problematiche oggetto del suo intervento; è un modello sufficientemente flessibile e aperto a possibili revisioni senza perdere di vista gli elementi fondamentali del dialogo e dello scambio democratico che costituiscono i fondamenti dell’intervento pedagogico.

In questo caso, infatti, il rigore scientifico del processo risiede principalmente nell’intenzionalità esercitata dal pedagogista a non asservire chi chiede aiuto alle idee di chi conduce l’intervento (Blezza, 2021).

Educazione familiare e “prevenzione formativa”

Tutte le azioni pensate e progettate per operare con le famiglie si fondano su una rinnovata concezione dell’educazione alla genitorialità, intesa anche come rinnovata occasione di prevenzione. Occorre quindi intervenire in primo luogo in direzione di coppie che abbiano bambini molto piccoli o comunque piccoli, utilizzando allo scopo una più forte prospettiva di prevenzione. È necessario superare l’ottica preventiva mutuata dal mondo medico e in questo caso tesa alla individuazione precoce dei fattori di rischio o di debolezza all’interno delle famiglie, per privilegiare e fare propria una prospettiva formativa della prevenzione, capace di muovere dalle potenzialità della famiglia e dalle risorse che questa dimostra di possedere.

L’obiettivo non può essere quello di diagnosticare i problemi per poter offrire le soluzioni, bensì, anche nelle situazioni più difficili, quello di valorizzare le risorse del nucleo familiare per poter coinvolgere i suoi membri nella ricerca delle modalità di superamento delle difficoltà. Al riguardo appare quindi sempre più necessario che il pedagogista abbandoni quanto prima l’ottica preventiva mutuata dal mondo medico, cui in alcuni casi ci si è ispirati, per fare propria una prospettiva formativa della prevenzione e partire quindi dalle potenzialità della famiglia e dalle risorse che questa dimostra di possedere (Mantovani, 1999).

Tale caratterizzazione dell’educazione familiare, fra l’altro, consente di pensare anche a un coinvolgimento di genitori “svantaggiati” e con problemi, che possono avvantaggiarsi di un rapporto “alla pari” con genitori che non presentano problematiche. Lo svantaggio, infatti, è spesso amplificato dalla situazione di isolamento e non accettazione. Proprio per questo si tratta di attivare interventi nell’ottica della “prevenzione formativa”, in maniera da individuare precocemente possibili problemi e da valorizzare comunque le risorse in possesso del soggetto.

Per attivare processi di intervento contro la deprivazione sociale e la marginalità è necessario soffermarsi non solo sulla domanda individuale, lasciando che le persone raggiungano i servizi spesso in situazioni di urgenza, di acutizzazione dei problemi, ma essere in grado di intravedere quali siano i processi sociali che possono aggravare il disagio come il senso di sradicamento, la mancanza di informazioni, di collegamenti, di rapporti.

L’obiettivo di un intervento come questo è anche quello di favorire una sorta di reintegrazione delle famiglie “svantaggiate”, in maniera da toglierle dal loro isolamento. Questi tipi di interventi non hanno certo l’ambizione di risolvere in toto la complessità delle diverse problematiche familiari, tuttavia rappresentano un valido strumento per riconsegnare alle persone le capacità (spesso negate) di costruire piccoli spazi, canali di incontro e di comunicazione, specie a chi finora, oltre alla sofferenza e al dolore personali, ha trovato prevalentemente ostacoli e indifferenza sociale. È utile restituire a queste famiglie l’opportunità di poter pensare a una propria trasformazione e realizzazione attraverso la conquista di strumenti in grado di dare nuova forma alla propria esistenza.

Non dobbiamo mai sottovalutare la necessità di leggere la complessità delle problematicità familiari in un’ottica interdisciplinare, la sola in grado di dare risposte concrete ai diversi tipi di difficoltà.

Utili sinergie per il benessere delle famiglie

L’organizzazione delle potenzialità e delle competenze genitoriali richiede una serie di interventi concertati: offrire momenti ed incontri di scambio perché i genitori possano confrontare la loro esperienza, approfondire e sperimentare metodologie concrete e attive nella relazione con i figli, approfondire le motivazioni della scelta genitoriale e la formazione sui vari aspetti dell’educazione dei figli. La sinergia tra i diversi punti di vista e sensibilità educative deve promuovere una cultura e un’etica della genitorialità sempre più consapevoli.

Ma il protagonismo delle famiglie non si ferma qui.

Attraverso azioni mirate, che affondano le loro radici nella cultura della partecipazione e della condivisione, è possibile attivare sinergie anche nel tessuto sociale, nelle interazioni tra pubblico e privato, valorizzando e potenziando tutte quelle risorse, presenti sul territorio, che possono offrire sostegno alla genitorialità: esperienze di auto-aiuto, attivazioni di Scuole dei genitori, esperienze di costituenti educative, interventi di sostegno alle famiglie di tipo anche materiale e sociale, accoglienza e impegno di integrazione delle famiglie in difficoltà, sviluppo di politiche familiari, ecc.

Gli interventi si sviluppano così secondo una metodologia di lavoro a rete, la cui azione, pensata in termini strategici, ha l’obiettivo di sviluppare forme e processi di cittadinanza attiva, di valorizzare il territorio urbano attraverso azioni mirate a costruire una politica rivolta ai soggetti in età evolutiva e alle loro famiglie mettendo in rete i servizi socio-educativi, interagendo con il sistema scolastico, promuovendo la partecipazione sociale anche attraverso lo sviluppo dell’associazionismo familiare e del volontariato.

Prendendo spunto dalla Carta delle Città Educative di Barcellona, per esempio, è possibile mettere in dialogo Amministrazioni, Istituti scolastici, Parrocchie, Servizi, Associazioni nell’intento di realizzare città e paesi più attenti alle esigenze dell’età evolutiva e della genitorialità.

Sempre più le condizioni problematiche degli adulti coinvolgono i bambini.

In questi ultimi anni i risultati delle ricerche in ambito psico-pedagogico ed educativo, con evidenti ricadute anche a livello dei servizi socio-assistenziali, hanno contribuito a promuovere una reale crescita di sensibilità e di attenzione nei confronti delle difficoltà connesse al riconoscersi genitori “efficaci”: penso sia utile condividere il fatto che non esista una ricetta al problema, nessuno può dire cosa è meglio per una famiglia o per un’altra, ma di certo sappiamo che queste diverse tipologie di problema possono essere trattate in un’ottica multi e interdisciplinare, chiamando in campo la sinergia tra servizi e interventi diversi, in grado di porre le famiglie nella condizione di poter ripensare attivamente la propria “esistenza”. Per comprendere a pieno la complessità della condizione genitoriale e gestire in modo ottimale gli interventi di promozione della genitorialità è importante adottare un approccio multi e interdisciplinare. Le diverse prospettive analitico-concettuali consentono infatti di cogliere, attraverso sensibilità alternative e strumentazioni largamente complementari, le diverse sfaccettature del fenomeno.

In molte situazioni, infatti, sono state sperimentate relazioni di aiuto e forme di “cura” rivolte a genitori problematici in chiave multi e interdisciplinare, con il chiaro intento di valorizzare le modalità di lettura e di interpretazione (per esempio, da parte dei genitori) della loro realtà e a orientare una presa di decisione nei riguardi delle loro tipiche funzioni educative spesso caratterizzate da incertezze e disorientamento.

Si tratta di progetti che avviano dei percorsi di sostegno della genitorialità in presenza di disagio personale e sociale, in grado di facilitare la costruzione di uno spazio, di una nicchia di intervento rivolto a persone adulte che, attraverso la relazione di aiuto, si propongono di attivare un processo di guida verso una maggior consapevolezza di sé, del contesto problematico e di adeguate strategie di soluzione. Si tratta di interventi che hanno lo scopo non solo di offrire uno spazio di ascolto riguardo ad aspetti problematici legati al sistema familiare e al rapporto genitori-figli, ma di fornire ai genitori strumenti operativi per affrontare in maniera più adeguata i problemi evolutivi ed educativi che riguardano più in generale la famiglia e nello specifico i propri figli.

Gli interventi

Come già ricordato l’educazione familiare si preoccupa essenzialmente delle relazioni educative: dentro la famiglia (come i genitori educano i loro figli?) e verso la famiglia (come il sistema dei servizi sostiene i genitori nel compito educativo?).

L’educazione familiare si definisce sia come attività genitoriale, incentrandosi sulla dimensione intrafamiliare, sull’educazione nella famiglia, sia come pratica sociale, incentrandosi sull’extrafamiliare, le relazioni verso la famiglia, l’educazione con la famiglia, per la famiglia. Tale pratica si caratterizza innanzi tutto per l’educare nei suoi due originari significati polari di tirare fuori e guidare: come aiutare i genitori a rafforzare le loro proprie competenze educative, le loro potenzialità, aiutandoli allo stesso tempo a dare una direzione di senso, un significato al loro agire quotidiano, orientando la loro storia a una progettualità che contribuisca a creare senso di identità e continuità per i diversi membri di ogni singola famiglia.

In questo senso, l’educatore familiare può esplicare il suo intervento in settori diversi:

  • famiglie che affrontano la transizione alla genitorialità (si propongono percorsi che preparino al parto e all’essere genitori);
  • famiglie che affrontano le varie fasi del ciclo vitale e sono impegnate a gestire il cambiamento;
  • famiglie in situazioni di affido;
  • famiglie affidatarie;
  • famiglie adottive;
  • famiglie con figli disabili;
  • famiglie con figli che presentano disturbi o altre difficoltà.

Dall’analisi di ognuna di queste problematiche possiamo desumere un campo di intervento in cui poter esercitare la propria professionalità:

  • il progetto nascita e genitorialità
  • l’educazione familiare nel nido e nei servizi per l’infanzia
  • l’educazione familiare a scuola
  • il parent training;
  • gli interventi psicoeducativi;
  • la consulenza familiare.

Chi si occupa di educazione familiare?

Uno dei problemi emergenti dell’educazione familiare è senza dubbio quello della identità e della formazione degli operatori impegnati nel settore. Al riguardo appare utile evidenziare che il professionista dell’educazione familiare non può esistere in quanto professionalità autonoma: esiste soltanto una formazione specifica che può arricchire identità professionali già esistenti.

Il pedagogista che si occupa di educazione familiare dovrebbe essere un professionista in grado di esercitare un ruolo di supporto alla famiglia in modo delicato, proponendosi quale possibile modello, ma debole, come creatore di contesti “possibili” in cui le insicurezze sono manifestate, condivise, lecite e, in quanto legittimate, trasformate in occasioni per attingere a saperi profondi radicati nella propria esperienza di bambini e nell’esperienza condivisa della comunità; dovrebbe essere un professionista dell’empowerment, un catalizzatore di risorse, un enabling agent che attivamente e sistematicamente lavora per identificare, creare, utilizzare le competenze delle famiglie in modo da facilitare il loro impegno nei processi di crescita, senza renderle dipendenti dai professionisti che forniscono loro l’aiuto. Dovrebbe dunque saper lavorare con approcci flessibili e una varietà di risorse utilizzando in modo proficuo le reti naturali ed entrando con cautela nelle relazioni intrafamiliari per mobilitare le risorse stesse dei diversi membri della famiglia. I genitori dovrebbero cioè essere considerati partner attivi di un processo condiviso, dove si possa arrivare a costruire obiettivi negoziati, supporto reciproco e ruoli complementari.

L’obiettivo di un buon intervento di educazione familiare non è quello di “insegnare” a fare i genitori, bensì quello di ascoltare e di facilitare nei singoli elementi del sistema famiglia la riflessione sull’esperienza genitoriale (Catarsi, 2002).

Bibliografia

Blezza F. (2021), Il pedagogista Un professionista sociale e il suo esercizio, Pisa, ETS.

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Crispiani P. (2001), Pedagogia clinica, Bergamo, Junior.

Demetrio D. (2001), Fragilità e difese solidali, Adultità, 13, pp.11-12.

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Lumbelli L. (1972), Comunicazione non autoritaria, Milano, FrancoAngeli.

Mantovani S., Andreoli S., Cambi I. (1999), Bambini e adulti insieme. Un itinerario di formazione, Brescia, Junior.

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Mortari L. (2017), La sapienza del cuore. Pensare le emozioni, sentire i pensieri, Milano, Raffaello Cortina.

Rezzara A. (2004), Dalla scienza pedagogica alla clinica della formazione, Milano, Franco Angeli.

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