di Lorenzo Giordani
Impegnata da anni nella ripubblicazione delle opere di Alberto Moravia e in un lavoro di
pubblicazione delle lettere e dei suoi scritti meno noti, Alessandra Grandelis, ha ritrovato un
ulteriore tassello, una tessera smarrita del mosaico, che segna anche un nuovo episodio dell’intenso
rapporto tra letteratura e cinema, oltre che tra cultura e fabbrica, caratterizzante il secondo
dopoguerra in Italia.
Il volume propone infatti, per la prima volta, il testo integrale del soggetto Questa è la nostra città
rinvenuto presso la Fondazione Pirelli: Archivio Storico Pirelli, Documentari per la storia delle
Industrie Pirelli, n. 2305, “75° Fondazione Ditta. Carteggio per un film (e documentari)” pur
essendo nota, almeno dal 1999, l’esistenza del progetto grazie all’articolo Il neorealismo in
fabbrica. Storia di un film mai girato di Alberto Farassino uscito il 7 aprile su la Repubblica. Il
dattiloscritto è composto da centonove cartelle, sessantanove relative al Primo tempo del film e le
restanti quaranta al Secondo, a cui si aggiungono alcuni materiali fotografici sulla fabbrica Pirelli
riproposti tra le pagine del volume come utile strumento comparativo.
Il testo in questione nasce dunque per volontà della Pirelli che avviò, a partire dal marzo 1947, una
discussione sulle Proposte per il programma delle cerimonie e manifestazioni con cui celebrare i 75
anni dell’industria. Emersero così numerose idee, ma tra queste in un primo momento sembrò avere
la meglio quella di realizzare una pellicola cinematografica che mettesse al centro la vita
dell’industria e degli operai. Il regista a cui affidare tale lavoro fu così immediatamente individuato
in Roberto Rossellini acclamato dai recenti successi di Roma città aperta e Paisà che lo elessero il
regista simbolo del neorealismo. Il soggetto presentato però non riscontrò il favore sperato ed è qui
che Moravia viene chiamato a collaborare, dopo alcune riserve avanzate da Guido Venosta,
funzionario capo della segreteria centrale della Pirelli, al primo canovaccio proposto dai
collaboratori di Roberto Rossellini: Alfredo Guarini, Massimo Mida e Gianni Puccini.
La storia, ambientata nella degradata e desolante Milano postbellica nell’ottobre 1945, ruota attorno
alla famiglia Riva e ad alcune vicende che si snodano e si intrecciano nella loro vita e in quella della
fabbrica Pirelli, in cui lavorano e da cui dipende di fatto il loro destino. I componenti della famiglia
sono il nonno, il figlio con la moglie e i nipoti: Carlo, Angela e Ida. L’improvvisa fuga (o
rapimento?) di Angela (nomen omen dal gusto ariostesco) rompe la monotonia della quotidianità ma
finirà col travolgere tragicamente la vita di tutta la famiglia dando modo a Moravia di mettere in
rilievo lo scacco esistenziale in cui i personaggi trovano a muoversi e vivere.
Malgrado la trama presenti elementi interessanti anche di sapore noir, la partecipazione dello
scrittore romano, entusiasta di poter lavorare con Rossellini che considerava “più in alto di tutti i
registi”, non riuscì però a salvare il film e per la promozione del 75° anniversario della Pirelli la
scelta ricadde su due brevi “documentari” intitolati entrambi Una festa del lavoro inclusi nei
giornali cinematografici Universal (n. 86) e Eagle-Lion (n. 91) proiettati nelle sale dal settembre
1947.
Come ricostruito attentamente negli apparati al testo dalla Grandelis, la mancata realizzazione del
film fu causata principalmente dalle ingenti spese da sostenere ma anche da un’eccessiva insistenza
sui “loschi intrighi”, secondo le parole di Giuseppe Eugenio Luraghi, e sulla marginalità della
fabbrica che appare quasi uno sfondo estraneo e convenzionale rispetto alla vicenda raccontata. In
altre parole non emerge con evidenza la missione della Pirelli come leader nel suo ambito
industriale e come fabbrica in cui i dipendenti e gli operai potevano trovare riscatto migliorando il
loro status sociale. L’aspetto storico e antropologico lascia così il posto nella riscrittura moraviana
ad una più ampia riflessione esistenziale non in linea con gli obiettivi morali e ideologici prefissati
dai committenti. Se sul piano culturale la vicenda narrata e quella storico-editoriale è quindi di indubbio interesse in quanto conferma la volontà di ricostruire l’Italia e gli italiani con specifici valori morali fondati
sull’antifascismo, sul lavoro, sul sacrificio e sulla collaborazione, potremmo però chiederci cosa
effettivamente aggiunge il testo qui proposto nella vicenda narrativa e artistica di Alberto Moravia?
In primo luogo si ha conferma dell’interesse dello scrittore per il cinema, quell’ “arte strana” come
ebbe a definirla, che al pari della pittura lo ha accompagnato per tutta la vita di cui sono tangibile
testimonianza le oltre duemila recensioni pubblicate, le sceneggiature scritte, i quasi quaranta film
basati sui suoi romanzi e i suoi racconti e infine anche una prova registica con il brevissimo
cortometraggio Colpa del sole (1951).
In secondo luogo la costruzione dei due personaggi principali, Carlo e Angela, conferma e riprende
caratteristiche di Michele e Carla negli Indifferenti così come la poetica di carattere esistenzialista
che riflette lo spaesamento e la solitudine delle figure descritte. Entrambi affermano quell’idea di
ribellione insita nella gioventù, quella volontà di cambiamento che affolla la mente di “sogni e
fantasticherie” ma che viene frenata in qualche modo da un’atavica rassegnazione, da
un’accettazione disarmata dello status quo, dalla vita insomma, che impedisce un esito diverso da
quello vagheggiato. Alla fine infatti i sogni sono spezzati e tutto appare inutile e illusorio. C’è però
uno scarto decisivo rispetto ad altre figure moraviane: Angela trova la forza e il coraggio di premere
il grilletto e di uccidersi. Per il resto della famiglia Riva invece non resta che ricominciare a vivere
perché la vita ricomincia «come il duro, pesante, ma pur necessario, ma sano, ma benefico, ma
benedetto lavoro di tutti i giorni» (p. 161).
Per questi motivi, come sostiene opportunamente Grandelis, il soggetto moraviano testimonia
dunque «una ricerca coerente, anche all’interno di una progettualità su commissione» (p. 15).
Il merito principale di questo volume è quindi di farci rivivere il clima di un’epoca, quella del
dopoguerra, costantemente in bilico tra miserie e speranza, tra paure e sogni, tra distruzione e
ricostruzione, tra caduta e riscatto, alimentando una stagione artistica ricca, vitale e feconda
soprattutto per il cinema e la letteratura italiani.
Alberto Moravia, Questa è la nostra città. Storia per un film mai girato,
a cura di Alessandra Grandelis,
postfazione di Giuseppe Lupo,
Milano, Bompiani, 2025.