EXAGERE RIVISTA - marzo - aprile - 2026, n. 3-4 anno XI - ISSN 2531-7334

Sull’artificiosità della verità e la realtà del desiderio.

di Gianfranco Pecchinenda

Riflessioni a partire dal romanzo di Giorgio Vallortigara, Desiderare, Marsilio 2025

Che cosa può rivelarci uno scienziato sulle modalità con cui gli artisti generano e diffondono la loro conoscenza? E, specularmente, che cosa può rivelarci un artista sui processi attraverso cui la scienza costruisce e comunica la propria?

Giorgio Vallorotigara, uno dei più importanti neuroscienziati italiani, particolarmente apprezzato per le sue preziose ricerche sulla cognizione animale, propone in questo suo originale romanzo di affidare a uno scrittore (che per inciso, stando al nome dell’autore che appare sulla copertina, si chiama anch’egli Giorgio Vallortigara) alcune possibili risposte.

Tralasciando la non banale questione metanarrativa di chi sia l’autore “autentico” e chi il suo “doppio” (se lo scienziato, l’artista-scrittore o un più generico “altro”), resta il dato di fatto che il lettore si trova qui di fronte ad un romanzo in cui vengono descritte, in parallelo, le avvincenti e suggestive storie di due scienziati. Il primo è Douglas Spalding, vero e proprio pioniere degli studi sul comportamento animale, vissuto nel XIX secolo (il quale avrebbe tra l’altro anticipato la scoperta dell’imprinting poi resa famosa dal ben più noto Konrad Lorenz); il secondo è un tale Itzhak, brillante neuroscienziato contemporaneo (che a sua volta potrebbe anche essere un doppio letterario dello stesso autore, chissà!), che decide di intraprendere un’appassionante e “appassionata” ricerca sulla vita di Spalding.

La strategia letteraria utilizzata è dunque quella di descrivere le vicende dei due scienziati, separati da più di un secolo, alternando il racconto delle esperienze vissute da Spalding nell’Inghilterra vittoriana, con quelle vissute da Itzhak nel presente, all’interno del suo ambiente sentimentale e professionale, evidenziando come il desiderio di conoscenza e le passioni umane dei diversi protagonisti finiscano per aggrovigliarsi e influenzarsi a vicenda.

Il romanzo, che potrebbe essere definito una sorta di giallo metafisico, intreccia così, in modo a mio parere particolarmente efficace, questioni riguardanti la storia della scienza, la psicologia, la filosofia della mente e le neuroscienze, con tematiche che tradizionalmente sono sempre state appannaggio di approcci di carattere umanistico: l’amore, le emozioni, l’etica, la memoria, la coscienza. Le questioni di carattere scientifico e filosofico che possiamo ritrovare nelle pagine del romanzo sono davvero tante (dai dibattiti su innatismo ed empirismo, a quelli sui meccanismi cerebrali del comportamento, la manipolazione del cervello o i processi di consolidazione della memoria), così come molteplici sono i riferimenti a temi fondamentali per la storia della cultura e della trasmissione del sapere (dalle questioni riguardanti la competizione accademica e la reputazione scientifica, a quelle inerenti l’attribuzione delle scoperte o le complesse dinamiche del rapporto tra vita quotidiana, sentimenti e lavoro intellettuale).

Più che l’importanza dei temi trattati, però, ciò che ho trovato particolarmente apprezzabile in questo lavoro è il linguaggio attraverso cui questi stessi temi vengono proposti al lettore.

Narrazione e argomentazione

William James sosteneva che il pensiero umano potrebbe essere considerato sostanzialmente di due tipi: argomentativo e narrativo. Quest’ultimo – che comprende ovviamente anche tutti quegli aspetti contemplativi e descrittivi del narrare – è il tipo di pensiero al quale facciamo riferimento quando pensiamo a noi stessi in modo riflessivo. Prendendo spunto dalle suggestioni derivanti da questa idea, Jerome Bruner ha teorizzato che esisterebbero due principali modalità di funzionamento cognitivo attraverso cui l’essere umano organizza e interpreta la realtà. La prima, di tipo paradigmatico o logico-scientifico,tenderebbe a costruire spiegazioni generali e astratte dei fenomeni. Questa modalità utilizza categorie, concetti e relazioni logiche per formulare teorie, analisi rigorose e argomentazioni fondate su ipotesi verificabili, cercando di andare oltre i casi particolari per individuare principi e leggi generali. La seconda modalità, di tipo narrativo, tenderebbe invece ad organizzare l’esperienza attraverso storie e racconti. La modalità narrativa si concentra sulle intenzioni, sulle azioni e sulle vicende degli esseri umani, collocando gli eventi nel tempo e nello spazio e attribuendo loro significato all’interno dell’esperienza vissuta.

Questi due modi di pensare, pur essendo complementari, sarebbero irriducibili l’uno all’altro: le argomentazioni hanno a che fare con la verità, i racconti con la verosimiglianza. Contrariamente al pensiero logico-scientifico, costretto all’interno di schemi dettati da necessità di carattere formale, il pensiero narrativo serve a rendere compatibili il cosiddetto scenario dell’azione (ciò che accade e a chi) e lo scenario della coscienza (ciò che il narratore e i personaggi pensano, provano, percepiscono, ovvero i contenuti cognitivi ed emotivi dell’esperienza).

La realtà delle finzioni

In termini un po’ diversi,potremmo dire chei linguaggi che fanno appello alla ragione – ad esempio quelli delle discipline scientifiche e filosofiche – hanno l’ambizione di spiegare il mondo e di offrire agli esseri umani una cornice di significato entro cui interpretare la propria esistenza. Tuttavia, per svolgere al meglio una tale funzione, essi devono riconoscere che il loro modo di esprimersi non è fatto soltanto di dimostrazioni logiche o di formule rigorose. In una certa misura, esse devono ammettere di somigliare anche alla letteratura. Questo accade perché le idee puramente astratte, se restano confinate nella loro struttura logica, rischiano di rimanere fredde, distanti e difficili da abitare per gli esseri umani in carne e ossa. Per diventare davvero comprensibili e significative nella vita quotidiana, devono essere tradotte in forme narrative: devono cioè trasformarsi in racconti, immagini, metafore e storie che permettano alle persone di riconoscersi in esse. Insomma, il pensiero razionale ha bisogno della narrazione per diventare qualcosa che non sia solo vero o coerente, ma anche umanamente significativo.

D’altronde, quando proviamo a mettere ordine nella complessità infinita della realtà, stiamo in fondo facendo proprio questo: stiamo costruendo storie plausibili sul mondo. Non storie arbitrarie, ma racconti che cercano di dare un senso a ciò che altrimenti apparirebbe come un caos senza forma. Platone, nel Timeo, chiamava questo tipo di racconto “mito verosimile” (eikos mythos): una narrazione che non pretende di possedere la verità definitiva, ma che offre una spiegazione credibile e sensata della realtà. Anche la scienza e la filosofia, pur nella loro precisione, partecipano in qualche modo a questo processo narrativo, e per questo si nutrono anche della ricchezza espressiva e immaginativa della letteratura.

Da questa prospettiva, ogni sistema di idee, ogni visione del mondo, ogni teoria che elaboriamo può essere visto come un “mondo possibile” costruito attraverso un racconto. È una storia dentro la quale cerchiamo di vivere e orientarci. E forse le storie migliori non sono quelle che pretendono di raggiungere una verità assoluta e definitiva – una verità che probabilmente rimane oltre le nostre capacità – ma quelle che riescono a essere abbastanza ampie, elastiche e ospitali da accogliere molte esperienze diverse.

Conoscenza scientifica ed esperienza fenomenica

Un altro dei motivi che rende particolarmente godibile questo romanzo – riprendendo ed ampliando tali riflessioni – rinvia proprio all’elegante modalità con cui l’autore, utilizzando un linguaggio narrativo, riesce a tematizzare uno dei problemi fondamentali dell’attuale sistema istituzionale della gestione della conoscenza.

Si tratta di una questione ben nota: da una parte, troviamo oggi delle istituzioni che tendono ad imporre un modello della conoscenza sempre più settorializzato, in cui i campi del sapere vengono suddivisi in discipline rigidamente isolate da frontiere predefinite; dall’altra – vivaddio – ci sono invece studiosi che, come Giorgio Vallortigara, ritengono che la settorializzazione, le dicotomie e certe forme di categorizzazione non aiutino la conoscenza scientifica né, soprattutto, la conoscenza delle esperienze umane. “Non mi piace” – come fa dire al suo stesso Itzhak a proposito della scienza – “quello che è diventata: una professione. Per quelli come me fare lo scienziato non è un lavoro, ma una condizione dell’anima” (p. 197).

È evidente che l’autore (o quantomeno Itzhak), è uno di quegli studiosi che non ama molto la tendenza attuale che spinge (anzi “obbliga” istituzionalmente) a considerare lo scienziato come un impiegato al servizio di un sistema burocratizzato. Un sistema che ha la pretesa di sacrificare la vocazione di uno studioso all’altare della produttività, dimenticando quel fondamentale impulso che spinge ogni genuino ricercatore a seguire i suoi desideri. Una condizione dell’anima che, peraltro, contempla anche la scomoda quanto ineludibile necessità di lasciarsi stimolare dai dubbi e dalle incertezze che spesso si alimentano proprio tra gli interstizi delle rigide distinzioni tra discipline.

C’è un dovere – sembra volerci suggerire questo romanzo – che ogni studioso è tenuto sempre a coltivare: l’appassionata predisposizione visionaria nei confronti della “realtà”, che non sempre possiamo dare così semplicemente per scontata: come appena detto, una cosa è, infatti, la realtà oggettuale, quella dei fatti presenti nel mondo esterno e analizzabili con gli strumenti della scienza facendo ricorso ad un linguaggio razionale; altra cosa è il mondo dell’esperienza fenomenica, quella vissuta in prima persona da ognuno di noi.

Pur non potendo negare, né sottovalutare, l’importanza della categorizzazione e dell’uso di un preciso linguaggio razionale – soprattutto per chi, come Vallortigara, è “anche” un apprezzato scienziato – ritengo che ciò che maggiormente caratterizza coloro che decidono di dedicarsi alla scrittura letteraria sia proprio quel sentimento di costante incertezza, quella sorta di indecifrabile sospetto nei confronti della realtà, che produce a sua volta un insopprimibile senso di insoddisfazione che, se alimentato da un’adeguata passione per la conoscenza (che non può essere limitata da un determinato metodo puramente razionale) spinge a cercare di aumentare e diversificare le sfere di evasione ereditate dalla propria cultura, inducendo a generare nuove storie, nuovi mondi.

La scissione e l’errore di Galileo

Ma come e perché si è prodotta una tale scissione tra queste due così fondamentali e reciprocamente indispensabili ambiti dell’esistenza umana? A tale domanda, Vallortigara prova a rispondere come farebbe uno scrittore, utilizzando la strategia del “come se”. Ovvero, fingendo di essere un “altro”, mettendosi nei panni di un “altro” e agendo “come se” fosse un “altro”: i panni indossati sono, appunto, quelli di uno scienziato di nome Itzhak, ma anche quelli di un altro scienziato di nome Spalding, e di molti altri ancora che finiscono per comporre l’universo in cui il lettore si ritrova a condividere esperienze, passioni, conoscenze.

Ma anche gli stessi personaggi, fedeli allo spirito metanarrativo che pervade il romanzo, fanno a loro volta lo stesso: “Itzhak – leggiamo a un certo punto (p. 76) – ricorda di aver rimuginato spesso su come ci si potesse sentire a essere Vittorio (un enigmatico neuroscienziato, altro protagonista del romanzo); a cosa si potesse provare nei panni di un uomo di quella qualità: pensare come lui, sentire come lui”.

Tra gli altri personaggi che popolano questo universo così abilmente elaborato dall’autore, troviamo poi Pietro Ongaro, un professore ironico e pragmatico emigrato in Gran Bretagna; il celebre e alquanto arrogante scienziato Patrick de Gray e, soprattutto, l’affascinante Sylvia, una ex-studiosa di matematica verso la quale Itzhak prova una grande attrazione e grazie alla quale possiamo partecipare ad avvincenti conversazioni o riflessioni su passioni e sentimenti, talento e genialità, scienza e filosofia. E, ovviamente, sul desiderio come motore di ogni genuina ricerca.

Insomma, è attraverso le considerazioni anche intime e i diversi dialoghi tra i vari personaggi che condividono lo scenario della narrazione, che il lettore viene a conoscenza dei loro punti di vista soggettivi, delle diverse teorie scientifiche proposte, nonché dei sentimenti che più intimamente li caratterizzano.

Ma restiamo alla fondamentale questione della “scissione”. I motivi per cui si è prodotta una tale frattura nell’ambito della storia della conoscenza ha una lunga storia, magnificamente sintetizzata nel romanzo, sulla quale non credo sia però opportuno soffermarsi in questa sede. Probabilmente – assumendo (cosa, ovviamente, non necessariamente scontata) che il pensiero dell’autore corrisponda a quella di uno dei suoi personaggi – la “colpa” della frattura potrebbe essere di Galileo:

“Galileo – sostiene infatti uno dei protagonisti delle vicende narrate – ha fatto una grande mossa ritagliando per la scienza il mondo delle quantità, ma ci ha lasciato nei pasticci. Se le qualità sono relegate nella coscienza degli osservatori, là fuori non esistono davvero. Insomma, l’esperienza cosciente con le sue qualità – il rosso del papavero, che non sarebbe nel papavero, il profumo di lei quando si desta il mattino, che non sarebbe nella sua pelle … – non apparterrebbe alla scienza, che è il regno della quantità” (p. 150).

Se ne potrebbe discutere, certo, così come si potrebbero trovare altri “colpevoli” originari, come ad esempio lo stesso Cartesio (per dirla con Antonio Damasio), o anche Platone (Antonino Pennisi) e così via. Ma è un discorso che ci porterebbe troppo lontano e nel quale, come appena detto, preferirei non addentrarmi.

Preferisco, invece, soffermarmi ancora sul modo (sulla forma linguistica adottata) attraverso cui l’autore riesce a trasmetterci le sue approfondite e molto raffinate riflessioni al riguardo. Posso farlo, ovviamente, solo citando alcuni degli esempi tratti direttamente dal romanzo.

Realtà e conoscenza

Proprio la questione galileiana appena accennata, che per molti versi rinvia alle delicate problematiche riguardanti la sempre insidiosa domanda relativa all’esistenza di una “realtà esterna”, ovvero alla “certezza” che “là fuori” ci sia “davvero” qualcosa, viene affrontata dall’autore facendo a sua volta riferimento ad alcuni esempi, come accade in questo brano molto significativo:

“C’è una frase del neurofisiologo Vernon Mountcastle che conosco a memoria, fa così:

Ciascuno di noi vive all’interno dell’universo – la prigione – del proprio cervello. Da esso si proiettano milioni di fragili fibre nervose sensoriali, in gruppi adattati in maniera unica a campionare stati energetici del mondo intorno a noi: calore, luce, fora e composizione chimica. Questo è tutto quanto mai sapremo direttamente: tutto il resto è inferenza logica.

Mountcastle, aggiunge, scoprì l’organizzazione colonnare della corteccia cerebrale, ed era considerato il papa della corteccia somatosensoriale, dov’è tracciata una mappa topografica della superficie del corpo.

Sylvia ribatté pronta: Anche il tuo pontefice corticale sapeva che le aree somatosensoriali sono grossomodo le medesime nei differenti organismi, per questa ragione puoi capire cosa sento quando mi accarezzi, e lo stesso posso capire io di te.

“Ne sei convinta”? Lambisce il suo gomito con una mano. Secondo Yeats la tragedia del rapporto sessuale è la perenne verginità dell’anima. Io non so cosa sia sentire quello che senti tu, quando lo senti tu, come lo senti tu” (pp. 155-156).

Oppure, in un altro esempio, quando l’autore si riferisce al caso dell’affordance (le azioni che un oggetto ci invita a compiere su di esso): “l’affordance di una sedia di una sedia è la sua convocazione a sedervisi, quella di una maniglia la sua esortazione a girarla. Una valigia che giace ai piedi di un viaggiatore, invece, afforda di essere raccolta e portata con sé” (p. 151).

Si tratta di riferimenti che riporto soprattutto al fine di mostrare come, attraverso un’oculata combinazione di linguaggio scientifico e narrazione letteraria, l’autore riesca nel non facile compito di comunicarci la visione del mondo di un neuroscienziato particolarmente sensibile al tema di fondo del rapporto tra mente e materia e, soprattutto, del rapporto tra cervello e coscienza.

Non è difficile indovinare (ma qui può anche essere solo relativamente importante) l’atteggiamento di fondo del nostro autore-scienziato, che pur essendo profondamente anti-dualista e anti-essenzialista, non per questo va considerato un “semplice” riduzionista, anzi.

Così come il grande Karl Popper sosteneva che la psicoanalisi, pur non essendo una disciplina “scientifica”, resta comunque in grado di produrre importanti teorie e chiavi interpretative sul comportamento umano, in modo analogo Vallortigara mostra come la comprensione della mente richieda anche modelli che tengano conto dei limiti della ragione e del ruolo dei processi inconsci. In entrambi i casi emerge l’idea che la spiegazione scientifica non esaurisce la complessità dell’esperienza umana: accanto ad essa restano necessari strumenti teorici capaci di cogliere il significato e le dinamiche profonde dell’agire umano.

Il fatto che non tutto il pensiero sia riducibile al pensiero razionale, e che si debba sempre e comunque fare anche riferimento alle “ragioni” del corpo, sembra essere uno dei temi che accomuna la maggior parte dei maggiori neuroscienziati contemporanei. Che si parli di embodied cognition, enattivismo o extended mind, appare sempre più condivisa la necessità di abbandonare ogni possibile forma di dualismo quando si affronta il problema della conoscenza, per fare ricorso a modelli molto più vicini ad interpretazioni filosofiche di matrice fenomenologica.

Il cervello, la coscienza, l’artificio.

Legando una tale prospettiva ad alcuni degli altri temi trattati nel romanzo, vorrei infine concludere – senza però rischiare di spoilerare ulteriormente l’appassionante trama – con quei contributi che l’autore prova a suggerirci a proposito dell’inevitabile attuale dibattito sull’intelligenza artificiale. Si tratta di questioni teoricamente non semplicissime, che hanno a che fare con la cosiddetta teoria dei periodi critici (o sensibili).

Secondo il nostro autore, lo sviluppo di un organismo è scandito da momenti particolari (periodi critici, appunto) in cui il cervello è più ricettivo del solito. Si tratta di una finestra breve e decisiva: è il momento in cui imparare qualcosa è molto più facile. Se in quel periodo vengono a mancare gli stimoli necessari, una certa capacità rischia di non svilupparsi più. L’idea chiave è che non partiamo da zero: nasciamo con predisposizioni già presenti, ma è solo dentro questi momenti privilegiati che l’esperienza può lasciare un segno profondo e l’influenza dell’ambiente può diventare determinante. Tuttavia, come potremo comprendere meglio leggendo quanto Itzhak esporrà nel brano che segue, c’è un elemento importante da tener presente, ovvero che tali periodi critici, per l’appunto, sono molto limitati temporalmente. Proviamo, dunque, a capire il perché attraverso le parole dello stesso Itzhak:

“L’attuale dibattito sull’intelligenza artificiale riecheggia l’antica disputa filosofica tra nativisti ed empiristi: dobbiamo cercare un principio unitario per i processi di apprendimento che sia abbastanza flessibile da adattarsi a qualsiasi nuova condizione, o dobbiamo piuttosto dotare in anticipo le nostre menti artificiali di una struttura, cioè di un apriori che incrementino la velocità di apprendimento imponendo al contempo dei pregiudizi, delle limitazioni intrinseche a quanto può essere appreso? Il caso dell’imprinting che vi ho presentato ci fa propendere per la seconda ipotesi. Contrariamente a quel che hanno creduto gli etologi classici, come Lorenz, la mera esposizione a uno stimolo quale che sia non descrive compiutamente il processo di apprendimento per imprinting (…).

In contrasto con quel che avviene negli odierni sistemi di machine learning che hanno bisogno di forme esplicite di ricompense elargite su migliaia di prove per nutrire il processo di apprendimento, pulcini e neonati apprendono con singole esposizioni e in tempi rapidissimi, senza premi espliciti. Come possono riuscirci? Ci riescono perché sono equipaggiati con questi marcatori di significato che agiscono come degli a priori adattativi, fornendo una base per l’edificazione delle conoscenze.

Tuttavia, l’accoppiamento di un’elevata plasticità con un sistema di preferenze fissate a priori, simili a quelle fornite dall’evoluzione biologica, ancora non è sufficiente per sviluppare sistemi artificiali che siano all’altezza di quelli naturali. La ragione è che quando guardiamo ai sistemi naturali scopriamo che sia le predisposizioni innate sia l’estrema plasticità cerebrale associata all’apprendimento sono fenomeni transeunti (…).

I periodi critici devono essere transienti, cioè limitati temporalmente, perché vi sono dei costi associati con la plasticità del sistema nervoso che non possono essere sostenuti indefinitamente. Ciò spiega perché l’apprendimento di un nuovo linguaggio o la risoluzione di un problema di ambliopia diventi così ostico dopo una certa età.

Considerate ancora l’imprinting: se il periodo critico si prolungasse troppo oltre la fase perinatale, il pulcino potrebbe essere esposto a stimoli inappropriati – stimoli diversi dalla madre –, e quindi apprendere informazioni non adattative. Inoltre, il rinnovarsi perpetuo della plasticità implicherebbe effetti di rifacimento continuo sulle memorie già depositate.

Tutto ciò – conclude Itzhak – suggerisce un modo diverso di costruire i sistemi di intelligenza artificiale, dotandoli sia di un insieme limitato di conoscenze a priori sia di periodi critici per l’espressione della plasticità” (pp. 143-145).

Lascio al lettore interessato a tali tematiche il piacere di scoprire in che modo l’autore svilupperà successivamente questo interessante discorso, spiegando ad esempio come e perché non tutte le memorie siano a rischio di riscrittura durante il periodo critico o altre questioni simili.

Per concludere, credo sia più utile rivolgere per un’ultima volta l’attenzione all’equilibrata e disciplinata modalità narrativa propostaci da Vallortigara nel suo romanzo, sempre in bilico tra formulazioni intessute del necessario rigore proprio di un discorso scientifico e la costante ricerca di una prosa adeguata all’efficacia narrativa di un’opera d’arte. “Tutto sommato” – come lapidariamente sostiene un suo personaggio – “per vederci chiaro forse conviene leggere più romanzi, piuttosto che avere più vita”.

Come dire, insomma, che se Artificio, rigore e verità possono essere considerate le parole d’ordine di quest’opera, è anche utile precisare che l’artificio non deve qui essere inteso come l’opposto della verità ma come una sua manifestazione. Ed è proprio questo, probabilmente, ciò che lo rende irresistibile.


Giorgio Vallortigara,

Desiderare,

Marsilio 2025

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