EXAGERE RIVISTA - Gennaio-Febbraio 2024, n. 1-2 anno IX - ISSN 2531-7334

Tra le ombre delle proprie esistenze. Svevo, Joyce: un’amicizia geniale.

di

La vita non è né brutta né bella, ma è originale!

(Italo Svevo, La coscienza di Zeno)

Ogni vita è una moltitudine di giorni, un giorno dopo l’altro. Noi camminiamo attraverso noi stessi, incontrando ladroni, spettri, giganti, vecchi, giovani, mogli, vedove, fratelli adulterini, ma sempre incontrando noi stessi

(James Joyce, Ulisse)

Nel corso del 2023 molteplici sono state gli eventi per celebrare il centenario  dalla pubblicazione di uno dei più importanti romanzi italiani del ‘900, La coscienza di Zeno, e attraverso di esso il suo autore: Italo Svevo. Particolarmente intrigante e originale, per stile e contenuto, è il saggio di Enrico Terrinoni, La vita dell’altro. Svevo, Joyce: un’amicizia geniale,Milano, Bompiani, 2023. Come suggerito dal titolo, con una velata allusione al romanzo di Elena Ferrante, il volume intende ripercorrere in un gioco di specchi, corrispondenze e ammiccamenti reciproci, l’amicizia di Svevo con un altro gigante del secolo scorso, James Joyce, nella convinzione che essi «riconobbero, tra le ombre delle proprie esistenze speculari, e a partire da pochissimi tratti essenziali, ognuno la vita dell’altro» (p. 27). Per descrivere il loro rapporto Terrinoni prende efficacemente in prestito dalla fisica due termini: magnetismo e entanglement quantistico (sostanzialmente un principio di sovrapposizione e correlazione a distanza tra due elementi).

Nella ricostruzione biografica di Terrinoni, le vicende umane e letterarie dei due scrittori si intrecciano infatti in maniera profonda, non solo attraverso i confronti realmente avvenuti su cui restano degli inevitabili “buchi neri” (Quando e in che circostanze si sono davvero incontrati per la prima volta? Cosa si sono detti? Quali furono gli argomenti e i temi delle loro discussioni? Etc.), ma soprattutto attraverso un sotterraneo e celato dialogo tra le loro opere su cui lo studioso espone congetture e ipotesi nuove e affascinanti. Il volume si presenta dunque come il racconto biografico, aneddotico e a tratti saggistico, che cerca di ricostruire i temi, i motivi, le immagini e tutto ciò che ha permesso lo sviluppo della loro arte e delle loro opere.

L’elemento principale che lega entrambi e li caratterizza come scrittori è senza dubbio il fatto che «Vivono per scrivere e scrivono per vivere, fino al punto che i due piani, la scrittura e la vita, si sovrappongono, si fondono, divenendo parti di un unico tessuto inestricabile» (p. 15) e che «scrivono principalmente di sé, di quello che sanno, di quello che conoscono e hanno vissuto» (p. 20). In questo senso l’autore del libro ci tiene a precisare anche che«Nessuna esegesi [delle loro opere] può prescindere da una ricognizione dell’esistenza provata che vi è intessuta oscuramente. Ma nessuna esegesi può neanche rivelare il nesso segreto che unisce la finzione alla realtà, la rappresentazione al vissuto. Perché, nel farsi storia narrata, una vita si sublima e si modifica. Si perde, forse, nei suoi aspetti tangibili, ma per acquisire uno statuto etereo, rarefatto» (p. 139).

Sul piano strettamente letterario due sono gli elementi centrali che accomunano gli scrittori: la concezione del tempo e la ricerca della verità.

Per quanto concerne il primo aspetto, entrambi sostengono in maniera innovativa e rivoluzionaria l’idea che esso non segue il principio di causa ed effetto e dunque non ha un andamento lineare e cronologico ma procede per simultaneità ed è semmai preferibile parlare del tempo come presente eterno.

Per quanto riguarda il secondo, entrambi cercano di mettersi «di traverso nei confronti di una tradizione letteraria consolidata […] tramite immersioni nell’inconscio delle ossessioni» (p. 23) e tentano di opporsi al falso realismo e alla sola rappresentazione del visibile con una «scrittura che non emulasse la vita ma la ritraesse in tutto e per tutto, anche nei suoi aspetti più nascosti, quelli psicologici, ad esempio» (pp. 86-87). Proprio per dare voce all’invisibile e al possibile nelle pagine dei due autori trovano infatti spazio pensieri, sogni, rimorsi.

Oltre alle suddette affinità tematiche Terrinoni sottolinea che anche nella caratterizzazione dei personaggi dei loro romanzi esiste una reciproca influenza che interseca arte e vita. È noto infatti che Joyce teneva sulla scrivania di Zurigo la foto di un uomo che a suo dire ritraeva Leopold Bloom ma che «con tutta probabilità era il suo vecchio amico Ettore Schmitz» (p. 20). Leopold Bloom nell’Ulisse incarna infatti tratti di Svevo, mentre l’altro protagonista del romanzo, Stephen Dedalus, è ricalcato su Joyce in un rapporto padre-figlio che rispecchia quello reale tra i due scrittori distanti una generazione.

In maniera analoga l’eroina del Finnegans Wake, Anna Livia Plurabelle, è ispirata in gran parte a Livia Veneziani, la moglie di Svevo, soprattutto per il particolare dei capelli. Ed è proprio quest’ultimo dettaglio che spingerà Schmitz a inviare come dono all’amico il ritratto di Livia realizzato dal pittore Umberto Veruda.

Anche sul piano personale e familiare numerosi sono gli aspetti che uniscono Svevo e Joyce, dalle famiglie numerose, alla centralità del ruolo materno, dalla comune esperienza in banca, al vagheggiamento del suicidio, ma di maggiore interesse sono la percezione dell’esilio, la perenne gelosia verso le mogli e la morte di un figlio.

Per Joyce l’esilio volontario dall’Irlanda, l’8 ottobre 1904, era dovuto al ruolo opprimente della Chiesa cattolica e al suo eccessivo controllo morale sulla vita degli individui e si legava ad una profonda volontà di libertà in campo artistico oltre che il rifiuto di ogni tipo di autoritarismo che anche Svevo condivideva. Anche il triestino si sentiva esiliato in casa propria perché incompreso dai suoi concittadini che non apprezzavano la sua scrittura e non ne riconoscevano il valore letterario.

La gelosia fu un sentimento che attanagliò entrambi tanto da poter «affermare che sia Senilità sia l’Ulisse siano tentativi di fare i conti con questo sentimento fino a volerlo in qualche modo esorcizzare» (p. 130). I due soffrivano enormemente quando erano distanti dalle rispettive mogli schiacciati da un senso di paura e angoscia che li bloccava e li gettava nel dubbio di essere inadeguati e inferiori ad esse e ai loro precedenti amanti. Un esempio su tutti relativo a Svevo: «dopo aver visto la [Livia] allungare qualche spicciolo a una mendicante fuori dalla tabaccheria in cui lui era entrato a rifornirsi, la tartassò di domande credendo che la povera donna le avesse consegnato una lettera d’amore da parte di qualche pretendente» (p. 161).

Ma il legame più oscuro e drammatico fu senza dubbio la comune esperienza della morte di un figlio. Nell’Ulisse i Bloom hanno soltanto una figlia perché il secondogenito, Rudy, è morto a undici giorni dalla nascita. Questo fatto riflette la morte prematura nell’agosto 1908 di un figlio di Joyce e della moglie Nora che sarebbe stato il fratello minore di Lucia. La stessa esperienza fu vissuta anche dai coniugi Schmitz perché, dalle ricostruzioni di Terrinoni, Livia avrebbe dato alla luce un figlio morto nel 1909.

Infine ciò che contribuisce a rendere il volume curioso e suggestivo sono da un lato i riferimenti ai vizi dei due scrittori: l’alcol, per Joyce, che lo induceva a rimanere in giro fino a tarda notte per osterie, e il fumo per Svevo, che sorprese l’irlandese perché riteneva sorprendente che «il fumare potesse dominare una persona in quel modo» (p. 19) e dall’altro la comune ossessione per nomi, date e numeri. Per quanto concerne i nomi  Schmitz scelse, come noto, «per il suo io letterario un nom de plume dalle tante implicazioni (identità italiana e tedesca ecc.)» (p. 120) mentre Joyce «“nascose le iniziali dei personaggi principali del suo capolavoro nientemeno che nelle prime quattro parole del romanzo: “Statel, plump Buck Mulligan,” Stephen, Pold Bloom, Molly!)» (p. 121).

Per quanto riguarda le date per Joyce è fatidico il 2 febbraio: giorno in cui è nato a Dublino nel 1882, in cui è uscito l’Ulisse nel 1922 ma anche quello in cui Zeno ha fumato la sua prima ultima sigaretta (che per Terrinoni è un criptico omaggio all’amico da parte di Svevo). Per la mente superstiziosa di Joyce queste coincidenze erano infatti la manifestazione segreta dell’esistenza che solo un amico poteva conoscere. Un numero speciale è infine il 13, “numero della morte” secondo Leopold Bloom, e sinistramente giorno in cui entrambi gli scrittori sono morti (Svevo nel settembre 1928, Joyce nel gennaio 1941) peraltro proprio a 13 anni di distanza l’uno dall’altro. A questo si può aggiungere che la madre di Joyce morì il 13 agosto 1903 e la medesima sorte toccò al fratello di Svevo, Adolfo, il 13 agosto 1918! Queste ultime coincidenze e suggestioni rilevate dall’autore del volume confermerebbero il segno di un destino comune dei due scrittori.

In conclusione, ripercorrendo le vicende principali, ma anche gli spettri, gli anfratti e i rivoli più nascosti delle loro esistenze, dal primo fatidico incontro a Trieste nel marzo 1907, sino all’ultimo del 14 marzo 1928 a Parigi, Terrinoni è riuscito a gettare una nuova luce sulla piccola grande storia dei due amici-scrittori avvalendosi di «eventi, affinità, impressioni, incroci e simultaneità che credo siano in grado di spiegare almeno in parte il modo in cui le loro opere continuano a scrutarci oscuramente, da un passato mal sepolto e con occhi attenti e divertiti, fissi sui nostri futuri» (p. 222).


Enrico Terrinoni,

La vita dell’altro. Svevo, Joyce: un’amicizia geniale,

Milano, Bompiani, 2023.

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