di Gianfranco Brevetto
Cosa si trasmette alle generazioni che ci seguiranno? Non sempre siamo consapevoli del nostro lascito. Il tema del transgenerazionale ci appartiene molto di più di quanto immaginiamo.
Roberto Cheloni, ordinario dell’ateneo di Treviso ha accettato di rispondere ad alcune nostre domande. Lo ringraziamo per il bellissimo colloquio che ci ha riservato.
– Gentile professore, il Transgenerazionale è un tema di dubbio fascino. Non nuovo in ambito psicanalitico, deve anche a Lacan una sua nota descrizione. Mi rendo conto di non dover cedere alla fascinazione di fronte ad un tema di grande complessità, per questo approfitterei della sua grande conoscenza in materia per chiederle: di cosa parliamo quando ci riferiamo al Transgenerazionale?
-Gentile dottor Brevetto, sospetto una callida giunzione nella prima parte della questione che mi sottopone. A tuttoggi, morta da tempo (1987) Micheline Enriquez e da pochi mesi René Kaës (2026), Haydée Faimberg ed io siamo gli unici psicoanalisti che “da sempre”, per così dire, si occupano della teoria transgenerazionale, almeno nel continente europeo. Lacan, dunque, dove tutto si fermò alle grandi intuizioni iniziali del 1938, ultima occasione per dare un ultimo spirito all’ulcerato corpo della psicoanalisi. Data al 1932 la tesi di dottorato sulla psicosi paranoica, primo serio tentativo per non ricorrere alla calcitrosa finzione di un matrimonio da psichiatria e psicoanalisi.
Nel 1938, ben prima del ferale abbraccio con lo strutturalismo, a Lacan fu commissionato la redazione del saggio: “La famille”, apparso nell’ottavo tomo sull’ Enciclopédie Française.
Ora, tutti coloro che hanno beneficiato di una formazione psichiatrica, conoscono esattamente quell’equivalente di un brocardo giuridico costituito dall’espressione: “ci vogliono tre generazioni per fare uno psicotico”, diffusissimo anche in Italia (almeno fino alla entrata in vigore della legge Basaglia). Nel saggio sulla famiglia si respira ad ogni pagina quella sorta di comandamento divino per cui, grazie a ricostruzioni di patologie familiari, già si tentava di comprendere il mistero del ripresentarsi regolare di psicosi.
Fin dall’inizio, scriveva il Lacan non ancóra quarantenne, nella famiglia “esistono interdizioni e léggi” con l’introduzione di un lemma decisamente rischioso, quello di “complesso” (ma si ricordi che anche Jung era uno psichiatra), Lacan circoscrive la “concretezza” della famiglia, definendola “oggetto e circostanza psichica”, escludendola definitivamente da un rapporto con l’ “organico”, ancóra (senza avvedersene) legato agli apozèmi, alle medicine apritive, ai magisteri di corna di cervi, oggi cancellati dall’invasione dello psicofarmaco.
Il complesso, scriveva Lacan, non risponde a funzioni vitali, ma alla loro congenita insufficienza. Lo svezzamento, ad esempio, può trasformare l’imago materna, da benèfica, a prototipo dei fattori di morte. Già pensava lo psichiatra Lacan ad un complesso della famiglia coniugale, come “generatore” (qui vado a memoria): delle istanze superiori del carattere, della felicità e della creazione.
Potenza tale, quella della struttura famigliare, da oltrepassare qualsivoglia razionalizzazione educativa. Diremmo bene, pensando ad un effetto costrittivo dello psichismo, esemplato sull’immagine dell’adulto. Questo effetto (anche qui cito a memoria un passo capitale):
Si realizza attraverso la trasmissione dell’ideale dell’io da padre in figlio (…) esso comporta una selezione positiva delle tendenze e degli attributi, una relazione progressiva dell’ideale nel carattere.
Altro spunto che Lacan lasciò cadere, ma che nel 2020 fu alla base dell’opera che Lei ha ben studiato: L’apparizione di figure eminenti. Tale trasmissione, precisava Lacan (palesando la non eliminabile ruggine contro la “Psicologia dell’Io” made in USA) non ha nulla a che vedere con la pretesa eredità di capacità essenzialmente relazionali.
Ma la memoria non è infinita, come vorrebbe la teologia, altrimenti avrebbe base scientifica il fiorire di associazioni psicogenealogiste, alla caccia di ricostruzioni di alberi genealogici, per rinvenire il momento mitico del crollo, che si espanderebbe “a cascata” attraverso le generazioni.
Più attendibile la versione psicoterapeutica del transgenerazionale, che vive momenti trionfali in Sud-America (si ricordi che Haidée Faimberg è di nazionalità argentina).
-Lacan ci diceva che occorrono tre generazioni, con le problematiche legate al’omissio medio, per costruire una psicosi.Un dubbio: questa eredità é sempre ineludibile e inconsapevole?
-Ed eccoci al problema dell’omisso medio, dottor Brevetto. Niente misteri nella teoria transgenerazionale, che è (lo si sarà inteso) il vero “ritorno a Freud”, che riprende l’opera del Maestro (punto per punto) laddove la vicenda terrena l’aveva interrotta.
Lei rifletta su un particolare riguardo alla politica di marketing di molte Case Editrici, che affollano le librerie di testi nella cui intitulatio figura il lemma: segreto. Nessuna centralità di un segreto, nelle famiglie psicotiche, anche se, come si vede nella spropositata lunghezza delle mie storie cliniche, un segreto che ha macchiato d’infamia la storia familiare può rinvenirsi nelle doverose indagini di un serio psichiatra psicoanalista.
Viene, a purificare l’aria dalle nebbie di una trappola di arcani incontri da merore della “Finis Psychoanalysis“, una intuizione feconda di Mijolla, che presuppone (e come non dargli séguito) la presenza di un”agente trasmettitore”, il quale ha acquisito una forte “presenza dinamica“, in quanto egli stesso ha elaborato, o rimosso, o negato quanto trasmette.
La damnosa hereditas può quindi essere ricostruita e – come accade per il diritto delle successioni – non accettata. La nozione stessa di destino, come ho cercato di illustrare nel mio L’ultima figura, può dismettere il carattere di ineluttabilità e di collocazione perpetua nell’inconscio.
-Come fare a sfuggire a interpretazioni di tipo deterministico e semplicistico di questa affermazione lacaniana? È possibile rinunciare ad una eredità eccessivamente dannosa?
-Ho anticipato, come vede, il tenore della terza domanda, tornando a ribadire che va calibrato il dogma psichiatrico (non attribuibile a Lacan), dell’occorrenza di tre generazioni per l’apparire di uno psicotico.
Ed è proprio qui che si apprezza la rilevanza di un agente trasmettitore: uno zio malevolo, una vecchia linguacciuta, addirittura una massa (nel senso freudiano) costituita da una “comunità sussurrante”, ad innescare quella sorta di diniego delle origini, tipico della generazione di mezzo; nei miei scritti le tre generazioni, a partire da quella dei nonni, vengono denominate: N-2; N-1; N. Esse compaiono a noi analisti nel rispetto della regola fondamentale, quella Grundregel di cui cercò di farsi beffa Ernest Jones, dimezzando la durata delle sedute, per ricevere più pazienti, e ricevendo un’aspra rampogna da Freud (il quale, forse, aveva ragione e negare all’amico gallese il permesso di sposare Anna). Fermare il dire del paziente, e la seduta, quando l’analista sospetta di trovarsi di fronte, che so io, ad un “segreto di famiglia”, sortirebbe l’effetto di dare al trattamento quella coloritura suggestiva che Freud aborriva.
Sappiamo cosa riuscì a fare Lacan della seduta breve. Il rispetto e la pietas impongono di tacere.
Nel sistema posizionale che si squaderna in seduta si avverte il transitare di scene (scene modello, le denomino) in grado di accompagnare il paziente verso l’auto-distruzione, vigilando (come un Trabant, una guardia del corpo, scriveva Freud) in modo che le modalità kenotiche si ripetano con un “salto” generazionale.
Ma vi è anche l’ipotesi, più auspicabile, che alla terza generazione, fatta contezza dei legàmi con gli ascendenti, una figura eminente, occlusa da un agente trasmettitore, riprenda vita. Questa ipotesi è l’obiettivo che la psicoanalisi, curvata alla teoria transgenerazionale, auspica per sé.
-Gentilissimo, le devo confessare che la lettura dei sui due testi in materia Eredità e L’apparizione di figure imminenti mi ha molto impegnato. La varietà dei punti di riferimento e delle citazioni solletica non poco il lettore. Lei mette in evidenza due aspetti quello individuale e quello sociale. In proposito lei parte da un’analisi che fa riferimento agli anni di piombo in Italia. Quale sfera pulsionale oltre che ideologica ha espresso questo periodo?
-Gentile dottor Brevetto, invidio e – nel contempo – stimo la souplesse con la quale sa flettere le domande più insidiose nella conca placida della curiosità.
La mia indagine sugli “anni di piombo” esordisce da un mio (davvero!) fortunato pamphlet: La società maniacale, uscito nel 1996 ed ora rileggibile in una ponderosa (800 pagine) Antologia dagli scritti dal 1996 al 2010 (edita da NEP grazie all’interessamento di Luciana La Stella).
Nel corso del tempo, i miei studi di giurisprudenza affrontati in età adulta mi diedero contezza della bontà delle mie ipotesi del 1996, grazie agli studi giuridici di Scipio Scighele, criminologo e psicologo insigne, morto nel 1913, sulla folla in tumulto e sulla sociologia criminale. Come si appura dalla data, la sua opera più famosa La folla deliquente, data al 1891, precede di quattro anni la Psicologia delle folle di Gustave Le Bon e di trent’anni la Psicologia delle masse di Freud.
Le porte invitatrici del Diritto, come ebbe a scrivere Santi Romano, si aprirono dal Sessantotto in avanti alla centralità del godimento, declinato nella versione di godimento criminale degli ‘anni di piombo’ (come li denominò la regista Margarethe von Trotta).
In Eredità volsi in crestomazia le testimonianze dei protagonisti di quegli anni, massime dei cosiddetti “cattivi maestri”. Vi si coglie il nesso, individuato da René Kaës con l’istituto della seduzione gruppale, grazie a cui ciascuno tenta nello stesso tempo di risvegliare negli animi un’eccitazione che per lui è “eccitante” e di difendersi (cito a memoria) “contro gli aspetti pericolosi dei suoi tentativi”.
Dal 1996 ad Eredità cercai di cogliere nella battuta (assai infelice direi): Non ha mai imbracciato un’arma!, quel nucleo di verità che in Kaës non era estuato in un’analisi sistematica (analizzai, tra l’altro, gli scritti “non filosofici” di Toni Negri).
Ma se la cennata souplesse che La caratterizza si piegasse all’ascolto di una domanda implicita: “Perché nessun accenno al nazismo?”, sarei costretto ad ampliare l’autocitazione fino ad includere la mia ultima monografia: L’ultima figura, che ho citato, e che uscì per Mimesis l’anno scorso.
Là dedicai un lungo paragrafo alla peculiarità dell’ “Istituto Göring“, mostrando che soltanto un fenomeno di massa come il nazismo poteva trasformare la Psicoanalisi in una psicoterapia, la quale aveva per oggetto anche l‘igiene psichica (Zentralblatt fur pshychotherapie und psychischen Hygiene era il titolo della rivista della quale, all’ avvento dell’Istituto Göring (e fino al 1939) Carl Gustav Jung divenne redattore di spicco. E sì che, proprio nella Psicologia delle masse (1921) Freud aveva ammonito:
Si inizia con la concessione sulle parole, per finire a poco a poco con concessioni sulle cose.
Non stupisce, allora, che la Psicoanalisi (vorrei, dottor Brevetto, che conservasse in maiuscolo questa parola) fosse il capro espiatorio ideale, per spingere l’ormai nemico mortale di Freud a dichiarare che “l’inconscio ariano” dispone di un “potenziale più elevato di quello ebraico.
-Professore, vi è poi la sfera del diritto. Lei affronta il tema della norma, dell’ordine, dell’ordinamento, mettendo in luce (in questo appare esplicito il riferimento a Paolo di Tarso) l’ambiguità della legge, della norma scritta. Cosa c’è di centrale ed inespresso dietro i formalismi regolativi?
-Confesso, dottor Brevetto, (mi pare di tornare in analisi con il mio maestro: Elvio Fachinelli) che, mentre la Sua domanda finiva di svolgersi, mi era venuto in mente un “detto memorabile”, citato da Valerio Massimo: “Sutor ne ultra crepidam!”, per dissuadere chi discetta di argomenti sui quali non ha ricevuto formazione veruna. Ma, immediatamente, mi rendo conto che, pur non ricadendo la Sua rivista – Exagere – nel novero delle pubblicazioni giuridiche di Fascia A che circolano a Giurisprudenza, i miei scritti trasudano, almeno dal 2006, di concetti e movenze di teoria generale del Diritto, che ad un lettore attento come Lei non potevano sfuggire: norma, ordine, ordinamento non sono miei aggiunte teoriche al testo freudiano, ma – addirittura – costituiscono una rete concettuale stavolta priva di ambiguità e scevra da inutili orpelli formali.
Il tèma della légge nell’ebraismo (ad esso ho dedicato due volumi specifici su Kafka ed una parte delle mie Figure Eminenti) è tanto più lontano dagli enigmi che il passo paolino fa intravedere, quanto lo poteva essere ai tempi della “Cacania” di Freud, il culto per i saltimbanchi delle leggi, per gli jerofanti attaccati con grinfie e denti alle lettura supina dei Codici.
L’ordine di Freud è abissalmente lontano dalla alluvionale produzione legislativa dei tempi dell’impero austro-ungarico. Mi permetta un Witz: a tutt’oggi, a Trieste (porto dell’impero all’epoca di Freud) per mettere alla berlina l’ordinamento giuridico che ci interessa, si portano a teatro i testi delle “Maldobrie” (opera di Carpinteri e Faraguna) uno dei quali, recitato dall’intramontabile Ariella Reggio (classe 1936), l’Austria jera un paese ordinato, Diritto non è altro che alcunché a cui noi contribuiamo con un sacrificio personale. E, fino al Disagio della civiltà (1929) non muta parere. E l’ordine (die Ordnung, vale la maiuscola), è una sorta di coazione a ripetere (Wiederholungszwang) che decide (cito a memoria):
Una norma stabilita una volta per tutte quando e come una cosa debba essere fatta, in modo da evitare tentazioni e indugi in tutti i casi che si assomigliano.
Rispondo dunque alla questione: “Cosa c’è di centrale e di inespresso dietro ai formalismi giuridici?”. Freud è lapidario: il risparmio di forme psichiche. Incontestabili i benefici, afferma: Die Wohltat è la possibilità di utilizzare al meglio Raum und Zeit: il tempo e lo spazio. Diritto non è quindi Légge tout court. Già nel 1814 il maggior giurista tedesco, Savigny, aveva compreso che il Diritto, attraverso l’Ordine, involge le trame della coscienza, tanto che la funzione della sovranità non consiste nel produrre léggi, ma nel sospenderle.
Ed in Costruzioni in analisi Freud solleva e rintuzza l’obiezione più semplice: l’umanità pure ha sviluppato formazioni deliranti che contraddicono la realtà.
Occorre allora, come per l’analisi individuale, “liberare” un brano di “verità storica” dalle sue deformazioni. Mi permetta ancora un excerptum a memoria tratto dall’Autobiografia:
“Gli eventi della storia, gli influssi reciproci tra natura umana, sviluppo civile (…) e la religione (…) altro non sono che il reflusso di conflitti dinamici tra Io Es e Super Io, studiati dalla psicoanalisi nel singolo individuo”.
Concludo con un accenno al libro di cui vado più fiero: Lo statuto giuridico dell’attività di psicoanalista, scritto con Riccardo Mazzariol (Università di Padova) ed a tutt’oggi unico testo interamente formato alla dottrina giuridica che circoli in Europa. Si trova in quel lavoro una trama concettuale atta a dipanare qualsivoglia equivoco che confonda la scienza freudiana dalle centinaia di psicoterapie che da essa sono sorte.
-Caro professore, Kafka è uno degli intellettuali del ‘900 a cui lei fa più volte si riferisce. Kafka scriveva che l’intera famiglia è un contesto animale (non ultimo è da ricordare la stessa trasformazione in insetto in La metamorfosi). Ma lo stesso si spinge oltre, sostenendo che ogni sapere , la totalità di tutte le domande e tutte le risposte , è contenuto nei cani. Cosa possiamo leggere in questa affermazione molto dura e spiazzante? È utile recuperare un posto per l’umano?
-Caro dottor Brevetto, apprezzo una Sua puntuale lettura del mio “L’apparizione di figure eminenti”, donde ha tratto il riferimento al mio volume su Kafka del 2018 (Kafka: l’ordine della generazione). E’ proprio vero: gli animali sono – direi – una sorta di lemuri dell’apocalisse. E di essi pullulano i Diari, non soltanto La metamorfosi, dove si assiste, a mio parere, alla trasmutazione finale annunciata nel breve racconto: “Le preoccupazioni del padre di famiglia“, nella descrizione dell’oggetto Odradek, il “dissuasore”, sorta di gliommero tra fantoccio animato ed oggetto ambiguo.
E’ vero che nei cani (il riferimento è all’incompiuto: “Indagini un cane“) è contenuto l’intero orizzonte su cui si squadernano domande e risposte? Vedrei anch’io di limitarmi alla Sua ardita proposta. Kafka chiama hündisch (mal tradotto con “canino” ) la sottomissione piena di vergogna. Nel “Processo”, Josef K. muore “come un cane” ed è soltanto la vergogna a sopravvivergli, segno originario dell’impossibile ibridazione tra uomo e animale, adombrata nelle creature di cui pullulano i Diari (ho presente il breve: “Un incrocio“). Josef K. china il capo sulla pietra, accettando quella sottomissione, che tanto aveva spregiato nel fare canino di un cliente dell’avvocato Huld..
E volo alla conclusione (rimandando al mio volume del 2023 per il centenario: Franz Kafka eredità e Diritto). Se anche nella Colonia Penale si parla della sottomissione hündisch del condannato, le forme di ibridazione si palesano all’uomo al momento della morte. Parimenti, il cane indagatore soltanto alla fine della propria vita si decide a chiarire il motivo della propria “inettitudine scientifica”: un istinto “non malvagio” che “per amore di una scienza veramente ultima, mi fece stimare la libertà più di ogni altra cosa”.
E’ lo stesso impulso che fa della scimmia Rotpeter (protagonista di “Una relazione per l’Accademia”) un “etnologo di se stesso”. Carichi del sapere universale, gli animali devono farsi “umani”, per indagare sulla propria stirpe (il cane ricercatore interroga testimoni, esamina dichiarazioni, passa dal metodo induttivo al metodo deduttivo).
La goffa imitazione dell’umano (Rotpeter parla, i cani ballano) estua in un Fühlend Verstehen, che tradurrei con “mimesi partecipata”. Cane indagatore e scimmia parlante se ne ritraggono con ribrezzo. Dalla percezione dell’immersione nella totalità, essi transitano dall’antòra della virtù al napello del vizio, l’uno berciando come una tréccola (la scimmia Rotpter), l’altro (il cane indagatore) detestando la perdita della propria libertà, per aver rappattumato, nella sua inutile parodia della scienza, il fuoco del tutto con lo scorrere dell’acqua della vita. Il continuo assillare del nulla insomma, che l’animale non conosceva.
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Roberto Cheloni
Eredità
Scritti sul Transgenerazionale
Prefazione di Giovanni Sias
Armando Editore, 2017
Roberto Cheloni
L’apparizione di figure eminenti
L’altro volto del Transgenerazionale
Kafka, Joyce, Althusser
Armando Editore, 2020