EXAGERE RIVISTA - agosto-settembre-ottobre - 2026, n. 8-9-10 anno XI - ISSN 2531-7334

Un passato di ricambio. La memoria e i misteri dell’engramma

di Gianfranco Pecchinenda

Riflessioni a partire dal volume di Steve Ramirez, Riscrivere il passato. La nuova scienza della manipolazione della memoria, Raffaello Cortina, Milano 2026.

Cancellare il passato

Pierre Bismuth è un artista concettuale francese molto noto nel suo ambiente. In particolare, egli è molto apprezzato per alcune sue opere in grado di stimolare il pubblico attraverso la manipolazione dei processi cognitivi e comunicativi. Pare che il celebre film di Michel Gondry Eternal Sunshine of the Spotless Mind (Se mi lasci ti cancello, 2004) sia nato proprio da una sua idea. Dopo aver ascoltato un’amica lamentarsi del proprio compagno, Bismuth le aveva chiesto se, potendo farlo, avrebbe voluto cancellarlo dalla sua memoria. Da questa provocatoria domanda, si sarebbe sviluppata in seguito la storia del film che vincerà il premio Oscar come miglior sceneggiatura nel 2005.

Come si ricorderà, si tratta della storia di Joel e Clementine, una coppia che, dopo una dolorosa separazione, decide di sottoporsi a una procedura sperimentale per cancellare dalla memoria ogni ricordo della propria relazione. Durante il trattamento, Joel rivive mentalmente i momenti condivisi con Clementine: vengono eliminati dapprima i ricordi più recenti e dolorosi – le discussioni, la separazione, il risentimento – e poi quelli più lontani, legati alla loro vita quotidiana e alle prime fasi del loro innamoramento. Nel corso della cancellazione, però, Joel comprende di non voler perdere Clementine, e cerca disperatamente di nascondere alcuni ricordi, spostandola mentalmente in luoghi della propria memoria che la procedura non dovrebbe raggiungere.

La cancellazione diventa così il paradosso centrale del film: nel momento stesso in cui un ricordo viene distrutto, Joel scopre quanto quello stesso ricordo – per quanto doloroso – sia parte integrante e ineliminabile della propria identità.

Oltre alle indubbie qualità artistiche del film, il suo enorme successo è probabilmente anche legato al fascino di un tema diventato da allora sempre più centrale anche dal punto di vista della ricerca scientifica: che cosa accadrebbe se potessimo modificare deliberatamente alcuni dei nostri ricordi?

È questo il tema fondamentale che attraversa anche il saggio di Steve Ramirez dal titolo Riscrivere il passato. La nuova scienza della manipolazione della memoria. L’autore è un neuroscienziato americano originario della Repubblica di El Salvador, protagonista di alcune delle principali ricerche che, nell’ultimo quindicennio, hanno modificato profondamente il modo di concepire la memoria.

Uno degli aspetti più interessanti e coinvolgenti del volume è quello di essere al contempo sia un racconto personale, sia un’introduzione alla ricerca sul cosiddetto engramma e sulla possibilità di intervenire sui processi mnestici.

“La mia ricerca per manipolare un ricordo – spiega infatti l’autore già nell’introduzione – è tanto scientifica quanto personale. In ogni capitolo integro alcuni dei miei ricordi più preziosi accumulati nel corso della vita, dentro e fuori dal laboratorio. Ogni scoperta porta con sé un elemento umano, che spesso viene trascurato o del tutto taciuto.”

Ho trovato questo approccio particolarmente suggestivo e stimolante, in grado di coinvolgere anche il lettore non specialista in una narrazione molto più simile a un piacevole romanzo che non a tradizionale un saggio scientifico. D’altra parte, è innegabile che così come un lavoro di ricerca si basa sempre necessariamente sulle precedenti scoperte neuroscientifiche, anche gli aspetti più personali che caratterizzano la personalità di uno “scienziato” sono il risultato di un suo passato autobiografico e dei suoi ricordi più intimi. È questo il motivo per cui molte pagine del libro sono dedicati alla descrizione (solo apparentemente fuori tema) dei richiami dell’autore alla difficile esperienza migratoria che nella sua infanzia aveva coinvolto lui e i membri della sua famiglia, alle enormi difficoltà e ai sacrifici dei propri genitori per poter garantire la sopravvivenza e gli studi suoi e dei suoi fratelli, nonché alla memoria dell’articolato processo che lo avrebbe poi condotto a scegliere il suo campo di studi, fino ad approdare al determinante incontro con il suo grande amico e collega Xu Liu, con cui condividerà i primi grandi successi scientifici e al quale dedicherà il libro stesso.

La memoria non è un archivio

La tesi da cui Ramirez prende le mosse coincide pienamente con quella che è ormai diventata una delle acquisizioni più significative delle scienze contemporanee della memoria: ogni ricordo è sempre una ricostruzione. Ricordare non significa recuperare intatto un contenuto precedentemente depositato nel cervello, ma è un processo che implica sempre anche una qualche forma di rielaborazione.

La formulazione è apparentemente semplice, ma le sue conseguenze sono considerevoli. Se il ricordo non è una copia del passato, la distinzione fra ricordare e modificare il passato diventa meno netta di quanto il senso comune potrebbe suggerire. Il ricordo è già, nel suo funzionamento ordinario, un processo particolarmente dinamico. Per quanto l’idea di poter modificare i ricordi possa apparire fantascientifica, come ad esempio accade nel film di Michel Gondry appena ricordato, ogni atto della memoria comporta già di per sé una trasformazione; i ricordi non sono infatti delle entità fisse, ma possono essere riattivati, modificati e, in condizioni sperimentali, artificialmente associati a nuove esperienze.

È probabilmente questa la tesi più importante del libro, e anche quella che merita di essere presa più sul serio al di là della dimensione spettacolare del tema della manipolazione mnestica. Il titolo Riscrivere il passato potrebbe infatti generare un equivoco: suggerire che la scienza abbia recentemente acquisito un potere che prima non possedeva. Ma la prospettiva di Ramirez è, in realtà, molto più sottile e articolata. La possibilità di poter attivamente intervenire sulla memoria grazie ad alcune recenti acquisizioni tecnologiche non rivela la sua plasticità ma rende piuttosto sperimentalmente osservabile una caratteristica che – come oggi può essere anche scientificamente dimostrato – appartiene alla memoria stessa.

In questo senso, la tecnologia non fa altro che portare all’estremo un processo ordinario. Il passato, nella memoria, non è mai completamente passato.

Engramma e neuroplasticità

Tutto comincia nel momento in cui l’autore e il suo collega Xu hanno l’idea di testare in laboratorio la seguente ipotesi scientifica: è possibile attivare un ricordo stimolando le specifiche aree del cervello in cui esso risiede? In sostanza si trattava di mettere alla prova una tesi di cui si discute almeno dai tempi di Platone e che, passando per grandi neuroscienziati come Ramón y Cajal, ha da allora attraversato una buona parte del pensiero scientifico occidentale: i ricordi lasciano un’impronta fisica nel cervello che collega tra loro tutte le nostre esperienze.

Si tratta di un’idea che, nel corso dell’ultimo secolo, era ritornata periodicamente di moda attraverso il concetto di engramma. Tutto il primo capitolo del volume verrà di fatto dedicato da Ramirez alla chiarificazione delle origini e del significato di tale fondamentale concetto, introdotto per la prima volta dallo zoologo tedesco Richard Semon quando, agli inizi del Novecento, questi aveva avanzato l’ipotesi che i ricordi provocassero nel cervello un imprinting duraturo: una sorta di solco concreto e misurabile nei meandri neuronali del cervello. È a tale “traccia materiale” che lo stesso Semon attribuirà il nome di engramma.

Per decenni la possibilità di identificare concretamente una simile traccia era rimasta tuttavia largamente al di fuori delle possibilità sperimentali. La ricerca contemporanea ha ripreso il problema grazie allo sviluppo di tecnologie capaci di identificare e manipolare popolazioni neuronali specifiche. Ed è in questo contesto che si colloca il lavoro condotto nei laboratori del MIT di Boston da Ramirez e dal suo gruppo di ricerca a partire dal 2011. Nel 2012, in seguito, essi cominciarono a ottenere sempre maggiori conferme scientifiche attraverso cui poter dimostrare come fosse possibile identificare popolazioni di neuroni dell’ippocampo coinvolte nella rappresentazione di un’esperienza e successivamente riattivarle attraverso l’optogenetica (una tecnica che consente di colpire le cellule cerebrali con la luce poter così riattivare, in modo artificiale, un certo ricordo), producendo un comportamento coerente con il richiamo della memoria associata. Un esperimento del 2013 portò successivamente il risultato a un livello ancora più radicale: il gruppo di ricerca riuscì a riattivare artificialmente cellule associate a un determinato contesto mentre il soggetto (un topo) si trovava in un contesto differente nel quale veniva sottoposto al condizionamento della paura: nel contesto originario, l’animale mostrava una risposta di paura pur non avendo ricevuto lì alcuno shock. È da questa esperienza che nasce l’espressione false memory, utilizzata dagli stessi autori.

Ma proprio qui è necessaria una certa prudenza terminologica. L’esperimento non dimostra che sia stato inserito nel cervello di un animale un ricordo complesso, nel senso comunemente inteso con riferimento alla memoria autobiografica umana. Esso dimostra qualcosa di più circoscritto e, proprio per questo, scientificamente più interessante: una popolazione neuronale associata a una rappresentazione contestuale può essere manipolata in modo da produrre una nuova associazione e una risposta comportamentale coerente con essa. La differenza non è puramente semantica. È la differenza fra manipolare un meccanismo neurale implicato nella memoriaeriscrivere un’esperienza personale.

Ramirez, essendo ben consapevole dei rischi di fraintendimento legati a una tale distinzione, non manca di evidenziarlo a più riprese. Uno degli aspetti che fondano il valore del suo libro consiste a mio parere anche nel mostrare quanto rapidamente le due questioni tendano, nel discorso pubblico, a sovrapporsi.

Il secondo grande elemento teorico di questa parte del suo lavoro è quello della plasticità. Una memoria consolidata non deve essere necessariamente concepita come una struttura stabile e rigida. La sua riattivazione può renderla nuovamente suscettibile di modificazione, attraverso i processi descritti da un’ampia letteratura neuroscientifica sulla reconsolidation, cui Ramirez fa opportunamente riferimento.

Per aiutarmi nel non agevole compito di descrivere più adeguatamente cosa rappresenti l’engramma e come esso sia legato alla neuroplasticità, può risultare utile ritornare (come d’altronde fa anche lo stesso autore in diverse occasioni) al film richiamato in apertura. In Eternal Sunshine of the Spotless Mind il concetto di engramma, ovviamente, non viene esplicitamente tematizzato in termini neuroscientifici; tuttavia, esso ci offre una rappresentazione sorprendentemente efficace della memoria come traccia neurale dinamica, legata non soltanto a informazioni, ma anche a emozioni, percezioni, luoghi e sensazioni corporee.

Nel film, la procedura della Lacuna Inc. (il nome dell’azienda incaricata di rimuovere i “pezzi” del passato dei due innamorati) visualizza il ricordo come una configurazione che può essere individuata, riattivata e progressivamente cancellata. Joel, mentre rivive la propria relazione con Clementine, non recupera semplicemente una serie di fatti: ricostruisce un’esperienza. E proprio quando egli comprende che la cancellazione sta procedendo inesorabilmente, tenta di nascondere Clementine all’interno di ricordi apparentemente estranei.

È forse uno dei passaggi più interessanti attraverso cui viene suggerito implicitamente come la memoria non sia un oggetto conservato in un unico “luogo”, ma un processo distribuito attraverso una rete di associazioni. Ancora più significativo è ciò che accade quando il ricordo cosciente scompare. Anche dopo la cancellazione, Joel e Clementine sembrano conservare una particolare attrazione reciproca. Come se fosse scomparso il ricordo esplicito, ma fosse rimasta una sorta di traccia affettiva, una disposizione a riconoscere e desiderare l’altro.

Il film introduce infine una distinzione fondamentale tra memoria e tecnologie della memoria: le audiocassette conservano ciò che i protagonisti hanno dimenticato, dimostrando che cancellare una memoria dal cervello non significa necessariamente cancellare il passato. In questa prospettiva, Eternal Sunshine può essere letto come una metafora narrativa del carattere ricostruttivo e plastico di ogni memoria. Quello che potremmo indicare come l’engramma stesso, non appare come un archivio stabile, ma come una traccia che viene continuamente riattivata, modificata e riconsolidata.

Dalla cancellazione alla cura

Uno degli aspetti più interessanti del progetto di Ramirez riguarda le sue possibili applicazioni terapeutiche. Se una memoria traumatica potesse essere modificata, si potrebbe intervenire non necessariamente cancellandola, ma alterandone la componente emotiva e le conseguenze comportamentali. La distinzione è fondamentale. Il problema terapeutico potrebbe non essere quello di eliminare il passato, ma piuttosto quello di modificare il modo in cui esso continua ad agire nel presente.

Alcuni esperimenti citati nel libro sembrano dimostrare, nei modelli animali, che la valenza associata a un engramma contestuale può essere modificata, suggerendo la possibilità di intervenire sulle associazioni emotive legate a un’esperienza.

Tuttavia, la distanza fra questi risultati e una terapia umana capace di riscrivere un trauma autobiografico rimane considerevole. In laboratorio è possibile manipolare con precisione popolazioni neuronali ben circoscritte, mentre l’esperienza umana comprende invece linguaggio, emozioni, relazioni, interpretazioni e memoria autobiografica molto più difficilmente definibili. La promessa terapeutica è dunque interessante, ma, come suggerisce ancora prudentemente l’autore, non dovrebbe essere concepita troppo rapidamente come una realtà clinica già disponibile.

Memoria e identità

Tornando a questioni che riguardano più in generale il tema sociologico della “riscrittura” del passato, una delle grandi tematiche che il testo ripropone in un modo originale e scientificamente rigoroso è quello del contributo specifico della ricerca neuroscientifica alla riflessione nell’ambito del dibattito sociologico, psicologico e filosofico sul rapporto tra memoria e identità: l’engramma non coincide con la memoria autobiografica, così come la memoria autobiografica non coincide con l’identità.

Su questo tema, come è noto, le prospettive della scuola sociologica della memoria risalente a Maurice Halbwachs o quella della psicologia che si rifà ad autori come Frederic Bartlett – solo per citare un paio di esempi – hanno abbondantemente analizzato l’ineliminabile necessità di considerare la relazione tra identità e memoria in termini, diciamo, fenomenologici. Si tratta di prospettive che però, più che ridurre l’importanza del contributo specifico della ricerca scientifica proposta da autori come Ramirez, da un lato ne delimitano il campo, ma dall’altro non possono evitare di riconoscerne l’imprescindibilità.

Forse è proprio la metafora contenuta nel titolo a meritare, per questo, una certa cautela. Non possiamo, in effetti, “riscrivere” il passato, se con passato intendiamo gli eventi che hanno avuto luogo. Possiamo però modificare le rappresentazioni del passato, la loro accessibilità, la loro valenza emotiva e il significato che continuano ad avere nel presente. La differenza è fondamentale.

Modificare un engramma non significa necessariamente modificare la storia di una persona nello stesso senso in cui si modifica una frase all’interno di un testo. Tra la traccia neurale e l’identità personale esistono livelli intermedi – cognitivi, affettivi, sociali e, soprattutto, narrativi – che non possono essere così banalmente “rimossi”.

Da questo punto di vista ritengo che questo sia uno degli aspetti di maggior interesse del libro. La ricerca di Ramirez mostra in effetti scientificamente, e con grande efficacia, quanto sia plastico il substrato neurale della memoria. E proprio questo fenomeno stimola e rende necessario interrogarsi su ciò che non è riducibile esclusivamente a tale substrato. Il problema, in definitiva, non è soltanto se possiamo cambiare i nostri ricordi, ma che cosa significhi cambiare qualcosa che consideriamo parte della nostra storia.

Per concludere, direi che Riscrivere il passato sia un’opera che ha il grande merito di riuscire ad affrontare una ricerca di carattere altamente specialistico orientandola verso un ambito di riflessione ben più ampio e che riguarda tanto questioni squisitamente teoriche quanto problematiche di senso comune: una questione, in sostanza, che riguarda direttamente la concezione contemporanea del soggetto umano. La sua forza maggiore consiste proprio nel mostrare, anche scientificamente, perché la memoria non sia un archivio stabile e che la possibilità di modificarla non rappresenti un’anomalia rispetto al suo funzionamento ordinario, costringendoci a riconoscere i profondi limiti di una possibile riduzione della memoria alla sua dimensione puramente neurale. Tra i neuroni e la biografia, tra l’engramma e la narrazione di sé, tra il ricordo individuale e la memoria sociale esiste uno spazio che le neuroscienze possono contribuire a comprendere, ma che non possono assolutamente esaurire. Ancora una volta, siamo di fronte a un lavoro che, aldilà dei suoi straordinari meriti di carattere scientifico, tende soprattutto a mettere in guardia contro ogni forma di determinismo, rivalutando – laddove ce ne fosse ulteriore bisogno – l’imprescindibile necessità di un approccio interdisciplinare allo studio dei comportamenti umani. Ed è proprio questa consapevolezza, più ancora della possibilità tecnica di manipolare un engramma, a rendere la ricerca raccontata da Ramirez così scientificamente rilevante e, nello stesso tempo, così antropologicamente e culturalmente necessaria.


Steve Ramirez,

Riscrivere il passato.

La nuova scienza della manipolazione della memoria,

Raffaello Cortina, Milano 2026.

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