EXAGERE RIVISTA - marzo - aprile - 2026, n. 3-4 anno XI - ISSN 2531-7334

Una visione integrata delle cura

Recensione a Rita Charon, Raccontare la malattia. Le nuove frontiere della medicina narrativa, Raffaello Cortina, Milano 2026

di Maria Pecchinenda

Rita Charon è una delle più autorevoli studiose della medicina narrativa, nonché fondatrice, nell’oramai lontano 2001, del primo centro di ricerca e formazione dedicato a questa disciplina. Facendo ricorso alle diverse competenze di medici, scrittori, studiosi di letteratura, filosofi e scienziati sociali, il gruppo di lavoro coordinato da Rita Charon ha in seguito sviluppato una serie di teorie e metodi che consentono di migliorare le capacità di ascolto negli operatori sanitari, al fine d’incoraggiare i pazienti a dar voce alle proprie esperienze di malattia.

A partire da queste prime esperienze, si sono negli anni diffusi in tutto il mondo gruppi di lavoro o centri di ricerca (in Italia, come ben descrive il curatore Christian Delorenzo nella sua preziosa postfazione, la medicina narrativa comincerà ad istituzionalizzarsi solo nel 2014) in cui approfondire l’idea che la medicina non può limitarsi ai soli dati biologici della malattia, ma deve includere anche la storia vissuta del paziente: le sue parole, emozioni, paure e interpretazioni dell’esperienza della malattia.

L’edizione italiana del lavoro della Charon riunisce una serie di saggi e riflessioni sui diversi aspetti considerati fondamentali per lo sviluppo della ricerca su questa disciplina, in cui spicca la straordinaria originalità con cui l’autrice riesce a combinare elementi medici e letterari con un suo sincretismo di umanesimo e clinica, il tutto tenuto insieme dall’idea che lo studio e l’utilizzo della narrazione come componente fondamentale della cura medica necessiti innanzitutto di una collaborazione interdisciplinare che riesca a far emergere l’indispensabile centralità di tutti gli attori del processo di cura: dai professionisti della salute ai pazienti e alle loro famiglie, passando per sociologi e psicologi, scrittori e artisti, nonché tutti coloro che si occupano di amministrazione, gestione e politica sanitaria. Perché – come lei stessa scrive al termine della sua introduzione – “ad aprire la strada verso un nuovo modo di intendere la cura, più inclusivo, è proprio lei, la protagonista di questo volume: la medicina narrativa”.

L’opera è divisa in tre parti (Corpi, Pratiche e Mondi) ed è strutturata intorno all’idea che gli esseri umani comprendono la propria vita attraverso le storie, e questo vale anche per le esperienze legate alle malattie. Quando una persona si ammala, non vive solo un evento biologico, ma costruisce un racconto della propria esperienza: del dolore, delle trasformazioni del corpo, della paura della morte e del rapporto con i medici e il personale sanitario tutto. Il principio sostenuto dalla Charon è che il medico debba pertanto possedere, oltre alle “competenze cliniche” specifiche, anche una serie di “competenze narrative”, tra cui la capacità di ascoltare attentamente la storia del paziente, di interpretarne il significato, di riconoscere le metafore, le immagini e le modalità narrative attraverso cui un individuo malato esprime il proprio vissuto, al fine di poter integrare tali informazioni in un più esaustivo processo di carattere diagnostico e terapeutico.

Entrando più nello specifico del piano dell’opera, nel volume vengono presentati diversi saggi attraverso cui indagare i molteplici possibili aspetti che caratterizzano una tale prospettiva teorica. Tra gli aspetti fondamentali bisogna segnalare innanzitutto l’idea del racconto come strumento di conoscenza, che conduce alla non banale considerazione che la storia del paziente non sia un semplice contorno alla diagnosi clinica, ma possa rivelare informazioni decisive sulla malattia e sul suo significato nella vita della persona implicata. Una seconda questione di grande rilevanza teorica che emerge dai saggi, concerne il ruolo della narrazione nella relazione terapeutica, ovvero l’idea che ascoltare e accogliere il racconto del paziente costituisca una fase necessaria alla strutturazione di una fiducia reciproca che possa rendere il paziente parte attiva del percorso di cura. Altro tema fondamentale riguarda la formazione dei medici e del personale sanitario. Su questo aspetto Rita Charon propone di integrare nei corsi di medicina delle vere e proprie materie d’insegnamento connessi alla lettura di testi letterari, alla scrittura riflessiva e all’analisi narrativa dei casi clinici. Queste pratiche servirebbero a sviluppare empatia, capacità interpretativa e consapevolezza etica, e costituirebbero un arricchimento del sapere che, se opportunamente integrato con altre competenze interdisciplinari (legate, come già detto, all’approfondimento di discipline quali la letteratura, la psicoanalisi, la filosofia e l’antropologia) potrebbe consentire di comprendere la malattia come fenomeno complesso che coinvolge corpo, identità e relazioni sociali.Un’ultima suggestione che emerge dalla lettura del libro riguarda la chiara posizione dell’autrice dal punto di vista della politica sanitaria, relativa alla necessità di riconoscere e valorizzare le storie dei pazienti come passaggio necessario alla costituzione di una medicina più umana ed equa, in grado di considerare le differenze culturali, sociali e individuali.

Uno dei meriti principali del libro risiede a mio avviso nella sua evidente critica al modello biomedico tradizionale, che riduce la malattia a un problema puramente biologico. Rita Charon mostra, in tal senso, come questo approccio rischi di ignorare dimensioni fondamentali dell’esperienza del paziente, laddove la medicina narrativa potrebbe essere invece in grado di proporre una visione integrata della cura, dove dati clinici ed esperienza soggettiva riescono finalmente a dialogare.

I saggi presentati nel volume riescono inoltre ad attribuisce alla narrazione un vero valore conoscitivo, e non solo empatico. Le storie dei pazienti possono contribuire alla diagnosi, alla comprensione dei sintomi e alla definizione delle terapie. Si tratta di una questione anche teoricamente molto forte in quanto, muovendo dall’idea che la conoscenza medica non sia soltanto di tipo quantitativo ma anche qualitativa e interpretativa, spinge ad avvicinare discipline storicamente molto separate (sia culturalmente, sia istituzionalmente) come la medicina e le diverse scienze umane.

Credo sia infine opportuno anche rilevare alcune questioni che, nonostante la solidità teorica dell’approccio proposto, possono essere considerate per certi versi dei limiti. Primo tra tutti, la questione della sua applicabilità pratica, soprattutto in contesti clinici come quelli presenti nel nostro paese. Dedicare del tempo all’ascolto narrativo in ambienti caratterizzati da carenze di risorse di personale, sovraffollamento e scarsa idoneità di molte delle strutture ricettive pubbliche, può risultare particolarmente difficile. Così come può risultare evidentemente complesso integrare un approccio narrativo senza investire profondamente su progetti di formazione specifici, la cui attuazione pratica appare davvero complessa in situazioni di profonda crisi dei finanziamenti nel settore scolastico e universitario.

Ciononostante, in un panorama sanitario sempre più complesso, caratterizzato da avanzamenti tecnologici, difficoltà economiche e pressioni organizzative, la medicina narrativa emerge come una prospettiva trasformativa capace di restituire centralità all’esperienza del paziente e alla relazione terapeutica. Il pioneristico lavoro di Rita Charon, in tal senso, può risultare un contributo certamente fondamentale alla riflessione sulla medicina contemporanea.


Rita Charon,

Raccontare la malattia. Le nuove frontiere della medicina narrativa,

Raffaello Cortina, Milano 2026

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