EXAGERE RIVISTA - Gennaio - Febbraio 2020, n. 1 - 2 anno V - ISSN 2531-7334
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Vivere come in un thriller: l’ossessione di occupare tutto il proprio tempo. Intervista a Hélène L’Heuillet.

di Gianfranco Brevetto

E se il ritardo non fosse più una mancanza? Di educazione, etica, in primo luogo, ma anche, più generalmente, sociale  . Se, invece, i piccoli ritardi fossero solo un momento, un’occasione di sfuggire ad una vita che diventa sempre più simile alla trama di un thriller, fatta di ritmi serrati che non riusciamo più a reggere? Hélène L’Heuillet, psicanalista e docente di filosofia alla Sorbona, nel suo ultimo libro, Éloge du retard, ci mette in guardia contro la contraddizione tra un tempo che non ci basta mai e il bisogno ossessivo di occuparlo.

– Non abbiamo più tempo, ci manca, viviamo nella fretta quotidiana. Ma, poi, non sappiamo come ammazzare quel poco di tempo che ci resta. Cosa sta succedendo?

– Mi sono resa conto, pensando a questo libro, che, da una parte, abbiamo l’impressione di non aver più tempo e che gli altri, i parenti, i figli, rubino il nostro tempo e, dall’altra, finiamo noi stessi per sottrarcelo. Quando una persona è in ritardo, e la scusiamo, accettiamo il suo ritardo. Quando siamo in ritardo, invece di cogliere al volo la possibilità di avere improvvisamente un momento libero, non sappiamo cosa farcene.  Non sappiamo più che fare del nostro tempo libero in generale. Per esempio, durante le vacanze o i weekend, cosa facciamo?  Riempiamo il tempo e, anche durante i weekend, ci è difficile trovare una serata libera. In vacanza non abbiamo più un momento libero, tutto è programmato. Mi è difficile alzarmi tardi se mi trovo in vacanza a Venezia. Per non perdermi nulla, avrò sicuramente fatto un super programma che non mi lascia più tempo a disposizione Le guide turistiche ci forniscono informazioni sul tempo necessario per ogni visita perché nulla vada sprecato. Quindi, da una parte, non si ha tempo e, dall’altra, dobbiamo ammazzare questo tempo.

– Si può dire che il tempo libero sia in crisi

– Sì, non sopportiamo più il tempo libero, ci appare vuoto e cerchiamo di riempirlo, siamo gli schiavi consenzienti di questa frenesia, non sopportiamo più di non aver nulla da fare. Anche gli studenti, che un tempo avrebbero festeggiato l’intervallo, oggi, invece, si lamentano perché non trovano nulla da fare. Questo vuoto finisce col metterci faccia a faccia con noi stessi e ci obbliga a trovare, sempre in noi, delle risorse supplementari.

– Lei descrive il ritardo come un atto mancato che mette in crisi il meccanismo perverso della fame temporale. Cosa è questo ritardo?

–  Il ritardo, quello di cui mi occupo, è un atto mancato, che ci sorprende, che fa deragliare l’impiego del tempo nel corso della giornata. Non prendo in considerazione il ritardo perverso, di quelle persone a cui piace far attendere gli altri, per mostrare il loro potere. Quest’ultimo è il caso in cui io mi presento ad un colloquio di lavoro, ed ho assolutamente bisogno di quel lavoro perché sono disoccupato da tempo, e il datore di lavoro mi fa attendere. Ma può accadere anche nella vita sentimentale, ci sono persone che amano essere in ritardo non di minuti ma di ore. In questi casi, ci si preoccupa, ci si domanda cosa possa essere accaduto all’altro, o si ha paura di essere abbandonati. Quello che io elogio nel mio libro è, invece, il buon uso del ritardo, quello dei piccoli atti, involontari che possono far inceppare qualcosa nella vita quotidiana. Per esempio, quando si ha un quarto d’ora di ritardo, imprevisto, ad un appuntamento. Ci si inventa una scusa, perché è buona educazione scusarsi, ma in fondo, non se ne conosce il motivo. Si tratta di una tipologia di ritardi che si fa sempre più frequente, perché siamo sempre più occupati, calcoliamo i nostri tempi al minuto.  Ed è appunto di questi ritardi che bisogna saperne approfittare. È una sorta di liberazione, una forma di resistenza.

– Nel suo saggio, lei ci dice che la mancanza di tempo ci procura delle sensazioni intense e, la vita intensa, appare una suspense permanente, uno stato permanente d’impermanenza. Perché ci piace vivere come in un thriller?

–  Corriamo 24 ore su 24, le serie televisive, che più ci attraggono, sono quelle che ci danno uno stato continuo di tensione, come i thriller. Proviamo un certo piacere nel vivere una vita in cui non si ha tempo, ci dà l’impressione di essere l’eroe di qualche cosa, di essere importante. L’eroe dei tempi moderni è quello che non ha tempo, vivere come in un thriller può essere il tentativo di simbolizzare la nostra esistenza nella quale abbiamo a che fare con una minaccia permanente. Vivere come in suspense ci permette di restare vigilanti, di non riposare, di non sentire questo vuoto. La mancanza di tempo ci dà esaltazione ma può creare problemi.

– Veniamo ora al fatto che, oggi, le ore dedicate al sonno diminuiscono sempre più. Ci sembra di poter fare a meno del riposo. Perché dormire è diventato un lusso?

– Viviamo una situazione paradossale, è provato scientificamente che il sonno ci è necessario, che ci dà dei benefici, eppure, da una decina d’anni, il numero medio delle ore di sonno è drasticamente calato. Ci siamo però abituati a questi nuovi ritmi con, apparentemente, più tempo a nostra disposizione. Cosa ci impedisce di dormire? Il ciclo continuo dei media e dei social e i loro contenuti, l’evoluzione dei ritmi di lavoro, lo stress. Magari dopo 2 o 3 ore di sonno ci risvegliamo per riprendere le nostre attività perché, per esempio, ci angoscia non aver terminato un lavoro. Occorre dormire e, nello stesso tempo, tutto ci richiede di restare vigili, c’è sempre qualcosa che può sfuggirci.

– Siamo sempre più pervasi dalla cronobiologia, da quella che lei chiama l’utopia dei bioritmi. La singolarità dell’utilizzo del nostro tempo non deve comunque costituire un disturbo, perché?

– La cronobiologia mi è parsa un po’ dannosa come utopia come, del resto, tutte quelle di stampo naturalista. La singolarità del nostro rapporto col tempo è sempre un po’ disturbatrice, ci sono persone che si svegliano presto, altre che vanno a dormire tardi, alcuni sono svelti, altri lenti, oppure lenti o veloci solo in alcuni momenti. Il rapporto con il tempo è infinitamente diverso e il ritardo è proprio il momento in cui la propria singolarità, o quella degli altri, si dichiara, si manifesta. La cronobiologia, invece, cerca di far rientrare questa singolarità nei ranghi, ci sono aziende che permettono di fare la siesta in ufficio o di gestire il proprio tempo di lavoro con maggior libertà. Io trovo questo dannoso. Mi sembra invece ottimale fissare orari, come nelle scuole dei bambini, occorre darsi delle regole, solo a queste condizioni possiamo concederci dei ritardi. Non è una cosa grave, basta metterli in conto.

– Una cattiva concezione del tempo, lei ci dice, può diventare inquietante, come il dio Saturno: il tempo passa, ci divora e noi ci ritroviamo nudi. L’esperienza di questa perdita ci diviene insopportabile e siamo costretti a ricorrere, sovente, ad ansiolitici e antidepressivi. La melancolia diventa un sintomo sociale e, il sentimento di tristezza, può addirittura costituire una via d’uscita da questa situazione, in che modo?

– Si tratta di un passaggio un po’ complesso. Ciò che intendo dire è che la melancolia fa parte della condizione umana, è un sentimento di paura, di perdita. Il dio Saturno ci dice che la vita ci porta alla morte, è questa la condizione umana. Io penso che noi facciamo di tutto pur di sfuggire da questa condizione. La melancolia è il sentimento del tempo che passa. Ci opponiamo a questo sentimento proprio con la nostra corsa folle nel tempo, con l’insopportabilità del vuoto. Ma non ci sono delle ragioni per coltivare la melancolia fine a se stessa.  La morte ci attende tutti, ma non ci sono ragioni per ricercarla, la fine è chiara, ma non ci sono motivi per andare velocemente verso di lei. Abbiamo diritto del godere del tempo, dei ritardi. Ciò, comunque, non vuol dire dimenticare la fine, occorre sopportare, sapere che la morte è là. La melancolia ci mostra l’aspetto più angosciante del tempo, lo guardiamo in faccia e ci appare inquietante. Di solito è una condizione che si scopre nell’adolescenza, gli adolescenti spesso sono angosciati proprio per questo motivo. La tristezza, che spesso si confonde con la melancolia, invece, ci riconcilia con il tempo. La tristezza è una forma di apprezzamento del tempo, quando sono triste io sento il tempo e posso fare a meno di tante cose che mi sembravano indispensabili prima. Quando sono triste mi riapproprio del mio tempo, questo è un sentimento positivo ed è un preludio alla gioia, ci consente di riflettere, di capire in quale direzione vogliamo andare. Io penso che occorra ricercare i momenti di tristezza, occorra far cadere la pressione continua in cui ci sentiamo prigionieri, accordarsi qualche pausa, vivere un tempo triste ma necessario.

 

Hélène L’Heuillet

Éloge du retard

Où le temps est-il passé?

Albin-Michel, 2020

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